Aldo Grasso su Saviano

Altro momento di grande televisione, altra critica di Aldo Grasso che, dopo aver detto la sua su Paolini, si occupa, naturalmente, di Roberto Saviano. Questa volta la critica è meno diretta e non può che cominciare con una captatio benevolentiae, per poi affondare: Con qualche ingenuità, Saviano si avventura nell’infido mondo delle teorie letterarie, a

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Altro momento di grande televisione, altra critica di Aldo Grasso che, dopo aver detto la sua su Paolini, si occupa, naturalmente, di Roberto Saviano.

Questa volta la critica è meno diretta e non può che cominciare con una captatio benevolentiae, per poi affondare:

Con qualche ingenuità, Saviano si avventura nell’infido mondo delle teorie letterarie, a metà tra Baricco e Paolini. La serata era stata reclamizzata con parole di Ken Saro-Wiva che invitava i letterati a mettersi al servizio della società «immergendosi nella realtà, intervenendo ». Ora, qualcuno in studio avrebbe potuto fargli osservare che è stato proprio il regime sovietico attraverso la poetica del realismo socialista a teorizzare lo storicismo, cioè l’attitudine a rispecchiare nella forma letteraria le contraddi zioni tipiche della società. Gli esiti non li ignoriamo. Se Sa viano parla di cose che conosce bene, come il sacco di Castel­volturno, è incisivo, se si addentra nei meandri più sofistica ti della letteratura smarrisce un po’ la strada e l’efficacia espositiva ne risente. Due ore sono esagerate per mantenere sempre alta la tensione drammatica e drammaturgica.

Ora, forse qualcuno dovrebbe far notare al rispettabile critico Aldo Grasso, le cui opinioni sono, ovviamente, rispettabilissime (Due ore sono esagerate per…, per esempio, è un’opinione, e come tale va rispettata. E in quanto opinione si può dire, apertamente, per esempio, che il sottoscritto non è d’accordo. Sul perché, sulla bellezza dell’antitelevisività dello speciale di Saviano, ho già abbondantemente detto), che, a rispolverar qualche libro di filosofia e letteratura, il realismo socialista non ha nulla a che vedere con l’invito di Ken Saro-Wiva ripreso da Saviano. Il realismo socialista – che caratterizzò la produzione artistica ufficiale dell’Unione Sovietica, e a cui si contrapponevano le samizdat (eh, le germinazioni spontanee) – non ha niente a che vedere con l’appello di Saviano. La missione del realismo socialista non era il racconto della realtà per operare un reale cambiamento della società ma un metodo filosofico per assoggettare l’arte al regime sovietico. E nulla ha a che vedere, peraltro, con lo storicismo, che nacque invece nel mondo della filosofia romantica tedesca. In Italia, storicista fu Benedetto Croce. Che ben poco ha a che vedere con il regime sovietico.

Capisco che Grasso, per questioni di brevità, abbia dovuto sintetizzare il suo pensiero e che fra realismo socialista e storicismo ci siano assonanze, ma utilizzarle in maniera strumentale per criticare indirettamente Saviano – il quale resta uno scrittore, non certo un accademico. Né mi pare che abbia la pretesa di esserlo – e per farle diventare assonanze con il sacrosanto richiamo all’impegno del giornalista, dello scrittore, dell’artista a raccontare la realtà (con il nobile scopo di portare a conoscenza di molti temi trattati da pochi, e con rischio personale), be’, mi pare surreale e ben poco realista.

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