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Editoriale – Videocracy e la tv che arranca

Non so se sia il grande caldo o se lo avvertiate anche voi, questo scricchiolio del sistema televisivo italiano. Personalmente, sono molto deluso dalla stagione estiva che, va bene, non è certo il periodo che raccoglie il bacino di utenza maggiore, ma è sicuramente per quanto riguarda questa[…]

Non so se sia il grande caldo o se lo avvertiate anche voi, questo scricchiolio del sistema televisivo italiano. Personalmente, sono molto deluso dalla stagione estiva che, va bene, non è certo il periodo che raccoglie il bacino di utenza maggiore, ma è sicuramente per quanto riguarda questa estate 2009, il periodo più scarno e squallido che si ricordi da anni, senza alcuna vitalità, senza nessuna novità (l’anno scorso perlomeno RaiUno sperimentò quattro format, e ci furono le Olimpiadi a risollevare il tutto e, per quanto si trattasse di intrattenimento leggero, leggerissimo, quasi in bikini, c’era l’attesa per le nuove veline).

Quest’anno c’è la calma piatta, anzi, il vuoto spinto che, nonostante il vuoto non permetta la propagazione dei suoni, scricchiola pericolosamente. In aggiunta a tutto questo c’è la bufera sull’informazione, che per molti – la maggior parte utenti che non seguono internet – nemmeno esisterà, ma che è evidente, giacché i tiggì ignorano alcune notizie che in rete circolano eccome (ci riferiamo, per esempio, alla vicenda-escort, alla D’Addario, alla Nunez e compagnia bella, che ormai non sappiamo più come chiamare).

In tutto questo, si affaccia, timidamente e cinematograficamente – almeno quello – la 66° Mostra del Cinema di Venezia, che propone, guarda un po’, nella settimana della critica, un documentario sulla realtà televisiva italiana che si intitola Videocracy, una produzione svedese, 80 minuti per la regia di Erik Gandini. Ecco cosa si legge nella scheda ufficiale.


Cos’è la “videocrazia”? Secondo Erik Gandini, italiano d’origine e svedese di adozione, che ha più volte affrontato nei suoi documentari aspetti chiave del mondo contemporaneo, come in “Surplus” e “Gitmo”, è il sistema di potere televisivo di cui l’Italia offre oggi l’esempio più consistente ed emblematico. […] il film non rincorre l’attualità o lo scandalo. Non insegue la notizia o il gossip. Sviluppa piuttosto una distanza critica singolare rispetto alle circostanze e ai personaggi rappresentati o ai materiali di repertorio selezionati e assemblati: distanza critica fatta di straniamento e profondo sdegno allo stesso tempo. E che nello spettatore italiano, convinto magari di aver già visto tutto ciò o di saperne anche di più, può sortire persino un prezioso effetto terapeutico.

Ecco, abbiamo come la sensazione che questo Videocracy, diretto da un italiano emigrato in Svezia all’età di diciott’anni – saggia scelta? – possa in qualche modo suffragare le amare considerazioni di questo editoriale di mezza estate. Che non è un sogno, ma somiglia a qualcosa di molto più brutto. E scusate il pessimismo.

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