Unto e Bisunto, Chef Rubio a Blogo: “Studio da documentarista. Report? Magari!”

Intervistato da Blogo, Chef Rubio ribadisce la missione – non sempre compresa – di Unti e Bisunti e racconta quel che vuol fare da grande.

Gabriele Rubini è una risorsa. A prescindere. E questa breve chiacchierata realizzata prima dell’anteprima di Unto e Bisunto – La vera storia di Chef Rubio, il film che chiude la saga della serie Unti e Bisunti e che andrà in onda martedì 20 dicembre alle 21.10 su DMAX (DTT, 52), ne è l’ennesima dimostrazione. Lo rivedremo, quindi, a breve nelle ‘vesti’ di Chef Rubio, questa volta avvolto da un mantello a quadretti rossi e bianchi, per la sua ultima avventura ‘unta e bisunta’ ma già si guarda al futuro, fuori e dentro la tv.

Il film –  che abbiamo avuto il piacere di vedere in anteprima e di cui scriveremo quanto prima – è l’ultimo atto di una serie che ha cambiato non solo il panorama del racconto cooking, ma che ha creato un genere. Un mix difficile da ripetere e che sopratutto si rivela credibile grazie al suo protagonista, apparso all’improvviso con i suoi baffetti da sparviero e i suoi tatuaggi, il suo carnale rapporto con gli ingredienti, il suo viscerale interesse per il cibo, visto nella sua dimensione più sociale e culturale, come epifania di un possibile racconto fatto di lavoro e di sudore, di gusto e di tradizione, di famiglia e di comunità.

Ed è proprio da qui che siamo partiti per tratteggiare quel che verrà dopo Unti e Bisunti.

Il pubblico ha ormai visto il trailer di Unto e Bisunto, una favola natalizia definita anche il ‘cinepanettone’ di Dmax. Ti va bene questa definizione o pensi che ne tradisca un po’ lo spirito?

Ma guarda, le etichette non mi interessano particolarmente. Ho accettato che si intitolasse “La Vera storia di Chef Rubio”, figurati se non mi può andar bene cinepanettone.

Hai collaborato alla scrittura?

Diciamo che, come è sempre successo, io dico la mia un po’ in tutto, dalla regia al lavoro, egregio, degli autori: i miei sono consigli e vanno visti nell’ottica di quella sinergia che si è ormai creata in tre anni e mezzo di Unti e Bisunti. E’ una creatura che sento mia, ma che ha tanti padri, e sposa alla perfezione le mie peculiarità, non voglio neanche parlare di qualità. Posso dire che non si racconta nulla che a me non vada o in un modo che non mi convinca.

A vedere il trailer verrebbe da dire che gli ingredienti di Rubio sembrano esserci tutti: l’on the road, l’ironia, la riscoperta delle tradizioni. Ma in Unti e Bisunti c’è sempre stata una sfida, che nel caso di specie coinvolgeva un territorio. Qui la sfida è con te stesso?

Diciamo di sì. E’ una sfida con me stesso con dei rimandi a quelle che i nostri affezionati conoscono, c’è una fida con un personaggio nuovo, ma il fulcro non è la sfida, ma il percorso che fa quest’uomo dalla nascita alla vecchiaia. Abbiamo provato a renderlo un po’ comic, un po’ cartoon, un po’ ‘Marvel’. La marca di Supereoe è più concettuale che ‘concreta’. Il messaggio che volevamo dare è quello di allenare il palato con cibo buono e nostrano. Ma va anche detto che è un lavoro completamente diverso dalle serie: da una parte è cambiata la squadra, dall’altra è proprio diversa la narrazione e questo si traduce anche nel taglio delle immagini. E’ proprio un’altra cosa, ben distinta e volutamente distinta. Le tre serie sono intoccabili, per me sono perfette. Questo è un omaggio a chi ha reso possibile tutto questo, che ha seguito la serie. E se si è chiusa è solo per mia scelta: si era chiuso un ciclo. E’ tempo di andare avanti.

A proposito di quel che verrà dopo, a Repubblica hai dichiarato che vuol capire se Discovery vuole usare il quinto quarto di Chef Rubio o solo il mignoletto: essere regista di un tuo progetto potrebbe essere il 5/4 su cui Discovery potrebbe contare?

No guarda, io mi vedo come un dipendete di Discovery e quindi mi ‘adeguo’ alle direttive di massima. Qualora le direttive di massima non dovessero più andarmi bene se ne parlerà. Ma al momento va tutto bene e devo solo capire che tipo di racconto devo fare l’anno prossimo. A giorni avremo un incontro con rete e vedremo.

Intanto stai girando la nuova stagione de Il Ricco e il Povero.

Sì, ho già girato alcune puntate, ma con me non ci sarà Costantino della Gherardesca, con cui ho fatto il pilot, ma che purtroppo per motivi lavorativi non ha potuto continuare. Io mi accompagnerò a nuovi personaggi. Ma se ne riparlerà all’inizio del 2017.

Mani e sguardo sono sempre stati i tuoi principali strumenti narrativi in Unti e Bisunti: li abbiamo visti nelle padelle e ti abbiamo visto guardare ‘innamorato’ le persone incontrare per strada. Ora ti rivediamo per le strade con occhi e mani su macchine fotografiche. Il tuo ‘punto di vista’ ti ha portato in giro quest’anno, recentemente a Bucarest. Un tuo viaggio personale verso dove? Cosa cerchi?

Penso che il mio percorso andrà proprio verso il racconto documentaristico. La fotografia è il modo più intimo che ho per raccontarmi e per raccontare quello che vedo. E’ mio ‘punto di vista’, è il mio modo di assaggiare la vita, come spiego sul sito. Con Vito Frangione, uno dei più talentuosi fotografi che conosca, e il videoeditor Alessandro Roviglioni abbiamo un progetto ben preciso in mente. Le prove generali fatte finora ci sono piaciute e faremo degli altri viaggi insieme. Spero che tra qualche mese ci sarà anche qualche mostra.

Analogico o digitale?

Per anni mi sono affidato al digitale, ma oggi mi sono rotto er*** (stancato) e sto studiando l’analogico; sono a lungo chiuso in camera oscura. E’ un altro mondo.

Sei fresco di pubblicazione della raccolta di tre anni di ‘sfide’ in giro per l’Italia, Le Ricette di Unti e Bisunti raccontate da Chef Rubio: uscirà anche un tuo volume di foto, tipo “Il PoV di Gabriele sulle cose”?

Un volume mi piacerebbe molto: è un’operazione più complessa anche perché il progetto che abbiamo è su dieci anni. E’ un po’ tosto ma ce la faremo. E’ un racconto estremamente complicato ed estremamente intimo che su cui vorremmo mantenere il riserbo fino al momento opportuno.

Gli scatti raccolti nelle clip conservano quella ricerca del dettaglio, quella passione per i volti e le storie ‘minori’ che sono stati anche il sugo della serie tv: si legge un filo narrativo unico, che guarda a quel che c’è dietro le cose…

Ebbene si, mi piace il di dietro, il Lato B (ride) Vabbè, scherzi a parte – ma m’hai servito ‘st’assist – hai ragione: mi piace andare oltre quello che si può mostrare o raccontare negli scampoli di una trasmissione o di un’intervista . E quei dettagli sono l’unico motivo per cui vivo, altrimenti ci sarebbe da impazzire. Io campo di quegli attimi lì, cerco  di congelarli per poi restituirli.

E un reportage su Roma?

Non è escluso… fa parte dello stesso viaggio, ma stai già chiedendo troppo.

A proposito di reportage, ti vedrei bene nella squadra di Report: hai occhio, curiosità, conoscenze e ultimamente la Gabanelli ha anche sottolineato come le inchieste sul cibo e sulla sua lavorazione sono assurte a dignità giornalistica. Se Report ti chiedesse una tua ‘inchiesta’?

‘Ma assolutamente! E io spero che qualcuno me lo chieda quanto prima: non mi interessa neanche chi, ma che ci sia la possibilità di raccontare una meta che valga la pena. Come ti dicevo, da grande vorrei fare documentari e sto lavorando proprio in quella direzione: mi interessa solamente il vero e mi sto allenando per questo.

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A proposito di ‘verità’, ho letto in una delle tue interviste che il messaggio di Unti e Bisunti è stato travisato, che la tua esegesi del cibo di tradizione e la ricerca dei ‘maestri’ ha finito solo per moltiplicare i ‘baracchini’di street food: è anche per questo che hai deciso di non andare avanti col programma?

Al programma ho dato tutto quello che potevo e trovo che sia perfetto così. Diciamo che non è stato ‘sbobinato’ approfonditamente. Ci sono tante cose all’interno della serie: io, le persone che voglio far conoscere allo spettatore, i piatti, gli ingredienti, che servono prima per sopravvivere e poi per sollazzare. C’è di tutto, insomma, ma il significato primo era quello di portare a galla a livello antropologico delle classi sociali, persone che sono sempre state nel dimenticatoio ma che sono poi quelle che tutti noi ammiriamo segretamente. E allora perché non cercarli, non mostrarli, non farli uscire dal segreto?

Puntare i riflettori per mostrare quel che non si vede è, quindi, sempre un tratto caratteristico, anche della tua collaborazione con Amnesty per la campagna Write for Rights 2016, di cui sei Ambassador: per l’Italia si guarda al caso Regeni. Pensi che nel nostro Paese ci sia un concreto problema di diritti umani violati?

Guarda, io faccio solo un nome: Diaz. Siamo un Paese in cui non c’è il reato di tortura. Lo stesso Paese che assolve i colpevoli di un mortale pestaggio in carcere ai danni di un povero ragazzo con problemi di tossicodipendenza, assolvendone pubblicamente un altro con l’ironia che viene  concessa a ‘una marachella a New York’.

Sarebbe, insomma, tempo di supereroi anche da noi. Per ora il Rubio dalla tovaglia a quadretti rossi prova a restituire al Paese i suoi sapori, prima che la ‘digitalizzazione’ del gusto ci lasci senza tipicità o, peggio, con la rassegnazione della loro scomparsa. Ma le tradizioni italiane resistono nei baluardi delle botteghe e  delle osterie, quelle che Rubio ci ha insegnato a scovare.

Lo aspettiamo per nuove avventure e nuovi viaggi, tra scorci e dettagli, volti e storie di amore e passione, fuori e dentro le cucine.

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