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Cultura in tv, Pino Strabioli a Blogo: “Ci vuole una nuova cultura della tv: basta programmi fotocopia, servono educazione alla complessità e responsabilità”

Cultura come educazione, non solo come ‘arti’: questo quel di cui si sente la mancanza in tv.

Nuovo appuntamento con la nostra rubrica dedicata allo stato della cultura in tv, curata con Lord Lucas e sviluppata attraverso interviste mirate a figure chiave del genere televisivo ed esponenti del settore produttivo. Il nostro viaggio prosegue oggi con una piacevole chiacchierata, più che intervista, con Pino Strabioli, voce ‘narrante’ del teatro in tv (ma non solo), anima di format che hanno saputo intrecciare il racconto ‘culturale’ con le forme dell’intrattenimento popolare sia nell’esperienza quotidiana di Cominciamo bene Prima che nei cicli più recenti, come E lasciatemi divertire, con Paolo Poli, e Colpo di scena, tornato in onda la scorsa settimana con la prima delle sue sette puntate. E in questa esplorazione della situazione della cultura in tv – e della definizione stessa di ‘cultura’ nel contesto televisivo – partiamo proprio dal ritorno del suo programma, in onda ogni domenica alle 20.30 su Rai 3 (e che stasera ospita Simone Annicchiarico).

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Colpo di Scena è tornato su Rai 3 con un’edizione all’insegna del rapporto padri-figli. Da cosa nasce questa chiave narrativa?

Coniuga più aspetti. Intanto il mio amore per la memoria, questa ‘mania’ di frequentarla, che mi ha portato verso la storia dei grandi attori. In più sono un uomo di teatro e mi sembrava giusto dar voce a interpreti più giovani. E poi, sai, forse anche il fatto di aver perso mio padre esattamente due anni fa. Da queste tre cose – la figura del padre, i grandi padri, i figli d’arte – è nata quest’idea.

L’accoglienza è stata notevole.

Sì, il pubblico ci ha davvero premiati con ascolti ottimi, quasi un milione di telespettatori nonostante ci fosse la partita su Rai 1. È vero che c’è la monumentale Franca Valeri e il protagonista era Gassmann, che si concede pochissime volte. Tutti e due hanno dato prova di grande amicizia e di fiducia, e di questo li ringrazio. E avere la loro amicizia e fiducia è già un premio di per sé.

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Avere Franca Valeri in studio è stata una scommessa?

E’ stata una scommessa e sono felice di averla vinta. Questo è un paese che, purtroppo, ha paura della vecchiaia, ha paura della lentezza che, al contrario, è una cosa meravigliosa. Ringrazio, quindi, la Rete che invece non ne ha avuto paura e che mi ha dato questa possibilità.

Nelle ultime stagioni l’abbiamo vista in mini cicli da 7/8 appuntamenti domenicali nel daytime (E lasciatemi divertire) o nell’access prime time fuori garanzia, come ora con Colpo di Scena. Ora è tempo di palinsesti autunnali: la vedremo in qualche progetto stagionalmente più incardinato?

Io amo la tv colloquiale. I riflettori della prima serata, e non lo dico per snobberia, mi interessano davvero poco. Ho tanto amato l’esperienza della striscia quotidiana del daytime dedicata al teatro, Cominciamo bene Prima, ma diciamo che in queste ultime stagioni ho fatto, come dico per scherzare, ‘il supplente estivo di Fazio’: il titolare va in vacanza, c’è la colonia, che dura meno, è meno impegnativa.. (scherza, ilare).
Certo, mi piacerebbe moltissimo avere di nuovo un programma d’inverno. La televisione, del resto, mi piace proprio come mezzo. Se è vero che non è stata completamente mia la scelta di lasciare la tv invernale, è vero anche, però, che in questi anni ho scelto di fare teatro, e anche molto. Ma questo ritorno di Colpo di Scena e l’affidamento del Premio Strega, due appuntamenti che mi riempiono di gioia, mi sembrano anche un buon segno per il futuro. Chissà…

C’è già qualcosa in ballo, quindi, per la prossima stagione?

Non per l’Autunno 2016. Con Daria Bignardi, però, abbiamo accennato a dei progetti che mi auguro vedranno la luce. Progetti ovviamente legati alla tv che amo, che è divulgazione, cultura, racconto, narrazione…

E arriviamo proprio al cuore della nostra rubrica, dedicata allo stato della Cultura in tv. Certo, ‘cultura’ è in sé un termine ombrello, che raccoglie mille sfaccettature e che, pertanto, apre a valutazioni piuttosto ampie e di scenario. La domanda, però, la faccio lo stesso, nella sua ‘eterogeneità’: qual è secondo lei lo stato della Cultura nella tv italiana?

Beh, io ho la fortuna di lavorare a Rai Tre, che fa televisione di qualità. La mia prospettiva ha quindi questa angolatura. Penso ad Alberto Angela, che fa cultura con la sua divulgazione di alta qualità, ma anche a Fazio, all’appuntamento pomeridiano con Geo, allo spazio dedicato ai libri… C’è la cultura in televisione. Secondo me, però, la tv ha perso la capacità di usare un linguaggio ‘intermedio’: o facciamo cose sofisticate, per pochi, o si cade in un linguaggio troppo basso.
Parto dalla mia esperienza: nelle 8 puntate con Paolo Poli abbiamo spaziato da Boccaccio e André Gide alle canzonette e il pubblico si è innamorato di questo linguaggio, di questa modalità di racconto. Un po’ come è accaduto con Franca Valeri, che ha coniugato il racconto degli ‘anni felici’ di una società e del suo costume all’antifascismo… Questo tipo di racconto si riesce a fare, con un po’ di lavoro (e qui prevale la modestia di Strabioli, ndr), ma ho come l’impressione che non si voglia fare.

Sente, quindi, la mancanza di una ‘cultura del fare tv’ più che della cultura in tv…

Secondo me certa televisione ha fatto il suo tempo. Penso al teatro in tv, ad esempio: a mio avviso oggi non ha più senso riproporre le commedie filmate per la tv, come si faceva negli anni ’50 e ’60. Quella tv lì non si può più fare. E non è vero che quella tv lì È cultura. Non vuol dire, però, che non ci voglia il teatro in tv: il teatro va raccontato e bisogna trovare un modo, un linguaggio adeguato, per farlo.

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Solo il teatro in tv ha fatto il suo tempo sul piccolo schermo?

No, assolutamente. Penso anche che sia finito il tempo dei programmi ‘fotocopia’, tutti uguali, che si ripetono anno dopo anno e si moltiplicano rete dopo rete, come le gare di canzoni, di cucina, di ballo…

Sono i talent, quindi, il ‘vecchio in tv’?

Bisognerebbe riscriverli, bisognerebbe ri-ragionarci un po’. È scomodo? È faticoso? È più semplice riprodurre sempre lo stesso format? Eh, ma il nostro lavoro, quello autorale, è quello. Io vedo, invece, due binari: da una parte quello della televisione antica, monumentale, piena di parrucconi, oppure una tv velocissima che non dà tempo al pensiero. Bisognerebbe riacquistare una via di mezzo e ci si può provare.

Quando parla di tv ‘monumentale’ a cosa si riferisce?

A certi programmi, certi varietà, che tornano stagione dopo stagione, identici anno dopo anno… non se ne può più! Basta! Ci vuole un po’ di movimento! La televisione deve essere mobile, altrimenti diventiamo un museo.

In questo senso, però, come si concilia la scelta del DG Rai di trasmettere in diretta su Rai 1 la prima della Scala 2016? Non rientriamo nella logica del teatro in tv o del mastodonte?

Guarda, il grande evento, come tale, va preservato. La prima della Scala è un momento importante. E poi perché Sanremo sì e la Scala no? Se ci pensi, però, la lirica nella nostra tv non trova spazio, così come non trova spazio la danza…

…però c’è Rai 5 che trasmette in diretta opere dai principali teatri lirici italiani e ha un palinsesto fatto di teatro, di danza, di documentari a tema…

Ecco, ma io non penso che non debba essere tutto delegato alle tv tematiche. La generalista non deve tradire se stessa, ma non mi sembra giusto che lì ci sia tutto e ‘qui’ niente. Questo, per me, andrebbe evitato, sempre in maniera leggera, senza professori ‘che la menano’, cercando quel famoso ‘linguaggio’ tra alto e basso che coinvolga e appassioni il pubblico.

Ma crede che si debba recuperare quella vocazione alla Tv Pulpito e Cattedra della Rai Monopolista del primo ventennio? In fondo sembra che l’idea che la tv debba educare sia rimasta un caposaldo del rapporto con il piccolo schermo. E’ un po’ come se non fossimo mai usciti dai paradigmi della Scuola di Francoforte e ancora oggi c’è chi critica la tv per non offrire ‘adeguati’ modelli culturali di riferimento, di non favorire la crescita civile e culturale del Paese. Pensi che quel modello sia recuperabile e/o che si debba recuperare?

Intendi l’idea de “L’ha detto la tv?” (ride). Non credo più alla televisione ‘cattedra’. Guarda, io penso che la tv oggi debba essenzialmente incuriosire. Incuriosendo, si dà anche la possibilità di imparare qualcosa, ma senza lezioncine. Il complimento per me più bello è il ‘grazie’ che arriva da chi ti ferma per strada per ringraziarti, appunto, di avergli consigliato un certo spettacolo o di avergli raccontato qualcosa che non sapeva. Io credo nella televisione capace di narrare. Perseguire oggi un modello di Tv cattedra vorrebbe dire dimenticare tutto quello che è avvenuto nel mondo e nella comunicazione dal 1954. Sarebbe proprio quella ‘tv immobile’ che secondo me va combattuta. Penso però che la tv debba sentirsi responsabile.

Cosa manca, quindi, nella tv di oggi?

Ecco, penso proprio che sia la responsabilità e il senso della misura. Andare in tv, esporsi, dire delle cose è una responsabilità. E questo spesso lo si dimentica. In questo, il confronto con i social può rendere tutto ancora più evidente: penso a quel che si legge spesso su Facebook, alle cose terribili che si scrivono senza forse neanche pensare, penso a quel che sostenne Eco a tal proposito. La tv, a mio avviso, deve recuperare ancor di più il senso della misura, l’eleganza, l’educazione, la discrezione. Cose che, ahimè, abbiamo perso. Credo nell’educazione, ma anche all’ascolto, all’apertura. Ecco, quello che la tv dovrebbe davvero fare, e che manca, è l’educazione all’apertura: dovrebbe aiutare ad abbattere le barriere. E invece sento cose terribili e vedo sempre la ripetizione delle stesse cose, che alla fine ci rimbecilliscono.

Mi sembra di capire che il suo ‘principio di cultura’ in tv sia più che altro legato al concetto di ‘cultura come educazione’ in senso lato, che alla rappresentazione artistica.

Sì, come dicevo per me la cultura in tv c’è. Penso piuttosto che si debba recuperare il principio della cultura come educazione a vivere, come angolatura da cui guardare l’altro, la vita, come modello di ‘rispetto’, anche di disciplina. Cultura intesa come educazione alla complessità, di fronte a una crescente semplificazione che passa anche attraverso programmi in cui non si fa che urlare, ma non si spiega, o in cui si passa la giornata a friggere le patate. Cultura intesa come educazione alla complessità, all’apertura, alla diversità e quindi alla crescita.
Oddio, ora sembro un bacchettone… Il punto è che manca il rispetto, per sé e per gli altri. Poi magari mi diverto da pazzi a vedere Simona Ventura che si rotola nel fango a L’Isola dei Famosi, ma perché mi sta simpatica lei. Io non ci andrei mai, per dire, ma son di quelli che guarda tutto in tv. Da curioso, guardo un po’ tutto, leggo un po’ tutto…

Quale programma riproporrebbe della tv di un tempo?

L’almanacco del giorno dopo. Mi piace quella tv che mi consiglia, che mi indirizza. Penso avrebbe senso ancora oggi.

In fondo è in linea con la sua tv. E si ritorna al principio della striscia quotidiana di approfondimento…

Come ti dicevo, io credo nella televisione capace di narrare. Certo, nel mio caso il formato ‘breve’ aiuta, con i suoi 50 minuti. Il mio è anche un racconto semplice. Ho letto critiche nelle quali sono stato paragonato a una casalinga che nel suo umile tinello fa la spesa: io l’ho preso come un complimento. La semplicità è una delle cose più difficili da fare.

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Se fosse direttore Rai per un giorno, quali sono le prime tre cose che farebbe?

Oh mamma mia… Beh, darei quella ‘smossa’ alla tv di cui parlavamo prima, togliendo di mezzo quei programmi paludati e immobili cui facevamo riferimento. Si sa, un po’ di movimento fa bene, aiuta la circolazione, evita la cancrena (sorride, divertito). E poi, vediamo… ma sì, un talent sul teatro lo farei! Non mi hanno mai chiesto di essere giudice in un talent, ma proverei a fare un talent sul teatro. In fondo nella prima edizione di Colpo di scena avevo ragazzi dell’Accademia e funzionavano in tv. Ah, costringerei un po’ tutti, colleghi e non, all’ascolto, un’arte difficile e perduta: in quella giornata, poi, escluderei dal palinsesto quelli che urlano, quelli che dicono parolacce, quelli che offendono, quelli che sentenziano… praticamente non manderei in onda nulla (ride).

Ma cosa le piacerebbe fare in tv che ancora non ha fatto?

Le cose che volevo fare, a dire il vero, le ho fatte: volevo portare Poli in tv e l’ho fatto, volevo fare un programma con Franca Valeri e ci son riuscito. Mi sento abbastanza fortunato da questo punto di vista. Per ora tanto teatro: sono in tournée con Piera Degli Esposti in Wikipiera, sono nel cast di Sister Act, musical che sarà in tournée anche l’anno prossimo, a luglio condurrò il Premio Strega. E poi da gennaio vedremo…