I bombardamenti e le medaglie


Non so se ve ne siete accorti, ma c'è la guerra, in Georgia. Probabilmente l'avrete vista in televisione. E avrete visto anche Vladimir Putin, che se ne stava comodamente seduto a ammirare la cerimonia di apertura di questi benedetti giochi olimpici che rispondono al nome di Pechino 2008, aveva i suoi caccia a bombardare senza mezzi termini.

C'è la guerra, a meno che non si voglia trovare qualche allegro sinonimo televisivo per parlarne. A me viene in mente un solo nome: guerra.
Non mi è capitato di vedere Blob, in questi giorni. Ma fossi in loro - magari - non avrei dubbi, e monterei immagini di bombardamento e festa olimpica, feriti e medaglie d'oro, partite di badminton e cacciabombardieri, ballerini e tamburini cinesi e militari.

Già, militari. Tanto, la maggior parte di quelli che si esibivano nello spettacolare stadio pechinese, erano militari, guarda un po' (cfr. anche Federico Rampini, oggi su La Repubblica).

Cambia la forma, non cambia la sostanza. E questo è il ricordo televisivo che bisognerebbe conservare in questo agosto 2008: lo sport - con l'eterno, ipocrita dubbio del doping - e la guerra che uccide e rade al suolo, anche durante le Olimpiadi, l'evento che dovrebbe riunire l'umanità tutta davanti alla performance.

Chi farà più ascolti, lo sport o la guerra? In definitiva, i fuochi artificiali della cerimonia di apertura e i missili si assomigliano così tanto.

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