Giorgio Bracardi, un pizzico di (sana) follia nel linguaggio televisivo: il nonsense diventa spettacolo
Giorgio Bracardi ha cambiato le regole del piccolo schermo con una comicità irriverente che affonda le proprie radici nel teatro dell’assurdo: il nonsense diventa spettacolo tra maschere senza tempo e tormentoni che hanno segnato un’epoca.
Un microfono vecchio stile, qualche sedia, tre persone – una accanto all’altra – ad ascoltare: Renzo Arbore, Gianni Boncompagni e Mario Marenco. Maggio 1970. Davanti a loro, pronto a dare spettacolo, c’era Giorgio Bracardi. Un talento promettente di cui avevano parlato molto bene, ma non c’era mai stata occasione per confermare o ribaltare tale indiscrezione. Il momento giusto arriva quel pomeriggio di 56 anni fa in uno studiolo. Bracardi comincia a parlare, deformando la voce e iniziando ad agevolare versi senza senso.
Un criterio tutto suo, quasi assente da ogni logica, da risultare talmente dirompente che chi stava ascoltando non potè fare a meno di scoppiare a ridere. Quella risata fragorosa – lanciata da Arbore, Boncompagni e Marenco – fu l’inizio di una storia artistica meravigliosa. Bracardi entra a far parte di un nucleo di artisti che avrebbe cambiato la storia della radio e della televisione.
Alto Gradimento e il sodalizio con Arbore, Boncompagni e Marenco
A luglio dello stesso anno cominciava Alto Gradimento, una trasmissione radiofonica definita cult: non tanto per quel che proponeva, quanto per ciò che avrebbe significato. Un format specifico che di geniale – per l’epoca – aveva il libero arbitrio. Inteso come libero spazio da lasciare all’improvvisazione e allo sviluppo delle scenette, orchestrate magistralmente da Arbore, Boncompagni e Marenco, per poi farsi cullare dall’imprevisto. La scheggia impazzita impossibile da gestire o collocare: questo faceva, in radio, sistematicamente, Bracardi. La sua comicità non ricercava necessariamente la battuta perfetta, quella costruita per arrivare puntualmente alla risata.

I passaggi comici erano contorti: un groviglio di voci, sensazioni, versi e rumori che portavano a una deflagrazione naturale fatta di sorrisi e incredulità. Sembrava quasi una gestazione comica in diretta che dava adito ai radioascoltatori di immaginare la qualsiasi. Proprio questo utilizzo sfrenato della fantasia permise all’estro di Giorgio Bracardi di sbocciare. In pochissimo tempo divenne uno degli artisti più attesi del format che, nel corso di varie edizioni, aveva raccolto sempre più applausi e consensi.
La (sana) follia in onda
L’artista romano non sembrava interpretare i personaggi: era un vero e proprio processo di attraversamento. Le maschere comiche si impossessavano del suo corpo e della sua voce per poi uscire fuori una volta terminato il numero. Un vero e proprio miracolo radiofonico che diede la stura alla comicità nonsense. Il linguaggio radiofonico aveva affondato le proprie radici nella (sana) follia. Non esistevano più regole, paletti o riferimenti. Bracardi arrivava come un tornado e scombinava ogni cosa, sovvertiva ogni meccanismo. Contro la noia, a favore della sregolatezza. Ecco perché le sue scenette dovevano avere sempre più di una spalla vocale pronta a supportarlo. Non poteva essere lasciato perennemente a biglia sciolta, serviva qualcuno all’altezza che fosse capace di incanalare questa vis comica costante ed esponenziale.

Il giornalista Max Vianella, con la sua parlantina incontrollabile, seguito da Scarpantibus e l’improbabile uccellaccio del Nicaragua. Tutti personaggi che affondavano le proprie radici nell’assurdo. Figure tanto diverse tenute insieme da un unico aspetto: la distanza siderale dal realismo e dalla possibilità di favorire uno schema comico derivante dalla semplice irruzione sulla scena. Impossibile prevederle, indispensabile attenderle.
Il nonsense diventa protagonista
Caratteri specifici in grado di fare la storia della comicità teatrale, pur essendo inizialmente solo in radio. Il segreto di Bracardi era anche il ritmo: sapeva accumulare parole, alzare i decibel del volume, esasperare un’espressione fino a renderla grottesca. Il nonsense non era un semplice vezzo artistico da coltivare, diventava il motore stesso della performance artistica. L’Italia, a partire dagli anni Settanta, si ritrova al cospetto di una comicità che vuole sottrarsi dalla necessità oggettiva di spiegarsi come se ogni volta dovesse giustificare la propria natura.

Bracardi non aveva bisogno di dimostrare o anticipare nulla, proprio questa era la sua forza. Entrava in scena, sconquassava ogni ordine costituito e si prendeva gli applausi. Anche quando non c’erano platee ad attenderlo, ma il gradimento si misurava esclusivamente in picchi radiofonici. L’approdo in televisione, poi, ha consentito a Giorgio Bracardi di dare corpo alle sue “turbe” interpretative. Ogni personaggio non doveva più essere soltanto (in)credibile a livello vocale, aveva bisogno di una presenza scenica assurda tanto quanto quello che intendeva comunicare.
Quelli della Notte e la ribalta televisiva
Quelli della Notte (1985) ha rappresentato il vero e proprio punto di svolta nella carriera di Bracardi: la “scuola” radiofonica aveva favorito l’ossatura della propria carriera comica, il mezzo televisivo ha dato corpo a un vero e proprio asset di sistema. L’artista proponeva, in ogni puntata, l’incontro con una maschera differente disposta a interrompere o complicare la conversazione. La complicità con Arbore, cerimoniere del programma, era giunta ormai a livelli altissimi. Quindi a entrambi bastava un’occhiata per capire fin dove spingere con le battute e una vis umoristica sempre più dirompente. Il risultato sono stati siparietti che, spesso, davano l’impressione di non conoscere il reale confine tra normalità e delirio.
C’era, invece, un lavoro importante che ha poi favorito l’ascesa di elementi artistici attratti dalla stessa “scuola” Bracardi: l’uomo ha fatto breccia nelle coscienze di Frassica, che ha lavorato con lui per tanto tempo, Lundini o Maccio Capatonda se vogliamo guardare al presente. Queste personalità sono tutte figlie di Scarpantibus, oppure del Professor Aurelio Ovidio Marcellini e il celebre tormentone “Chettefrega!”. Una vera e propria caricatura ribelle al cospetto di autorità diverse sistematicamente smontate nel giro di qualche frase.
Uno stile senza tempo
La comicità di Giorgio Bracardi, così come il suo talento, resterà immortale perché è stata la prima forma di recitazione che non cercasse necessariamente il consenso altrui. Più di una volta hanno definito l’artista pretenzioso e complicato, ma lui ha sempre scelto di continuare per la sua strada. Non si è mai piegato al segno dei tempi, semmai ha influenzato ogni epoca con il suo stile. Per questo, oggi che i suoi cari ne attestano la scomparsa all’età di 93 anni, rimane un grande vuoto da colmare con l’eredità del suo modus operandi che ha sempre mescolato ambizione e irriverenza. Anche con qualche rischio in più, quanto basta per definire una vita degna di essere vissuta.