Home Interviste Maya Butterfly arriva sul grande schermo, Donato Altomare in esclusiva a TvBlog: “Quello che mi ha lasciato quest’opera lo ricorderò per sempre. Futuro? Lavoro per portare TheBasta a teatro”

Maya Butterfly arriva sul grande schermo, Donato Altomare in esclusiva a TvBlog: “Quello che mi ha lasciato quest’opera lo ricorderò per sempre. Futuro? Lavoro per portare TheBasta a teatro”

Maya Butterfly arriva sul grande schermo con un pizzico d’Italia. Donato Altomare è nel cast ufficiale del film diretto da Edwina Casey, in esclusiva a TvBlog ha raccontato la sua esperienza tra emozione e aspettativa.

27 Agosto 2026 19:30

Il cinema e le sue sfumature. Si potrebbe aprire un capitolo soltanto per cercare di individuare i punti di contatto fra grande e piccolo schermo, per questioni di storia e disponibilità in un passato non così tanto remoto un anello di congiunzione importante fra i due mondi mediatici sono state le opere liriche. Basti pensare che, ancora oggi, in occasione della Prima della Scala la televisione pubblica si arroga i diritti di trasmissione esclusivi con una finestra di approfondimento cinematografico incorporata.

A teatro, infatti, passa buona parte del cinema italiano e internazionale. Da un semplice saluto può nascere una collaborazione. Restando in tema di contatti, suggestioni e possibilità il cinema oggi incontra l’opera anche in un’altra veste: quella che introduce al racconto di genere. Il cinema di finzione porta l’opera lirica in sala come pretesto narrativo. Un passo che, prima o poi, farà anche l’Italia con le sue produzioni più importanti.

Maya Butterfly e la magia del cinema

Al momento da apripista in tal senso lo ha fatto Maya Butterfly per la regia di Edwina Casey. L’opera cinematografica incontra la lirica e il teatro in ogni sua sfumatura partendo da Madama Butterfly e quello che implica nell’approfondimento più moderno tra una costante ricerca di nuove sonorità senza dimenticare la tradizione che determinati lavori emanano. L’Italia aspetta e spera di poter contare su un avvenire di così larghe vedute rispetto alla settima arte, per il momento Edwina Casey investe su un team di professionisti qualificati con un bagaglio teatrale e cinematografico piuttosto importante allo scopo di alzare ulteriormente l’asticella, dimostrando che le contaminazioni artistiche restano il sale della settima arte e non solo.

Jessica Reynolds e Charlotte Rampling ringraziano. Il progetto, dal titolo originale Maya Butterfly, vede coinvolte direttamente Hail Mary Pictures e Wildcard che – per quanto riguarda i diritti di distribuzione dell’opera – partono da Regno Unito e Irlanda per un lungometraggio che auspica una vita internazionale tra festival e kermesse dedicate. Le riprese del girato, ora destinato al montaggio e successivamente alla promozione, si sono tenute a Wexford e Belfast.

Donato Altomare, un’eccellenza italiana a Belfast

Una macchina organizzativa che ha visto anche un pizzico d’Italia grazie all’attore e performer Donato Altomare. Un interprete che ha fatto di teatro e cinema due punti fermi. L’ultima volta, rispetto alla settima arte, lo abbiamo visto ne Il Rapimento di Arabella a Venezia. Attualmente, oltre a questa versione riveduta e corretta di Madama Butterfly, possiamo apprezzarlo in teatro con Il Ragazzo dai Pantaloni Rosa. Il musical ispirato alla vicenda di Andrea Spezzacatena e alle ripercussioni derivanti da bullismo e cyberbullismo.

Donato Altomare al cinema con Maya Butterfly
Donato Altomare al cinema con Maya Butterfly (Per gentile concessione di Edoardo Frullini) – TvBlog

TvBlog lo ha incontrato per parlare di Maya Butterfly e non solo, tra nuove sfide e altrettante possibilità in un mestiere – quello dell’attore – che regala momenti di crescita personale e forti emozioni. Nella speranza di un ulteriore grande salto fra palco e realtà con valori e aspettative proporzionate alla volontà di osare che, nello specifico, ad Altomare non è mai mancata. Un vessillo caratteriale che lo ha portato dove è oggi, in grado di rappresentare il Paese anche in importanti contesti internazionali.

Il teatro nella settima arte

Maya Butterfly, un’opera che non ha bisogno di presentazioni: in cosa deve adeguarsi un interprete per la resa cinematografica rispetto alla versione teatrale che conosciamo?

“Nello specifico la Madame Butterfly è un pretesto per raccontare questa storia. L’opera resta sullo sfondo per l’intreccio narrativo che riguarderà la protagonista che appunto si chiama Maya. Il film racconta le vicende all’interno della produzione di questa opera, non ricalca la storia della Madame Butterfly. Ne cattura le musiche e uno sfondo teatrale di allestimento che servirà da volano alla storia stessa che vedrete al cinema. La preparazione all’opera è il contesto nella quale si muove la storia”.

Per lei dal punto di vista interpretativo non è cambiato molto, insomma…

“Da quel punto di vista no perchè il ruolo che ricopro è slegato da quelle che possono essere le mie esperienze teatrali in senso stretto, però c’è comunque un bellissimo collegamento. Io interpreto il Direttore d’orchestra di quest’opera e, quindi, vanno a unirsi diverse prerogative della mia carriera. Inizialmente c’è l’aspetto musicale, prima che iniziassi il percorso di attore, legato al musical e poi l’aspetto interpretativo che contraddistingue gli anni più recenti del mio percorso professionale. Si sono andati ad unire questi due mondi perchè comunque mi è stato richiesto di imparare i fondamenti della direzione d’orchestra per raggiungere una credibilità conforme all’opera. Questo doppio binario mi ha stimolato moltissimo in fase di preparazione e resa scenica”.

Un personaggio dalla duplice natura

Quanto ha impiegato a preparare il personaggio?

“Io ho avuto la fortuna di avere a disposizione, per volere della produzione, un’insegnante di direzione musicale. Una professionista inglese molto stimata e riconosciuta a livello internazionale: Sinead Hayes. Lavorare con lei è stato un grande incentivo e stimolo, ci siamo visti su Zoom per un totale di 10 ore. È stato un impatto leggermente traumatico all’inizio (ride ndr), ovviamente il Direttore d’orchestra è uno fra i mestieri artistici più complessi che esistano e quindi dovermi confrontare con tutto questo mondo inizialmente mi ha spaventato. Il mio ruolo è stato bellissimo per via dell’approccio diverso dal solito e più attivo che gli è stato dato, è la prima volta in carriera che mi capita una parte del genere e posso solo essere felice del risultato raggiunto anche come resa complessiva”.

Il suo ruolo ha una doppia valenza: c’è la sfera professionale e quella privata, in qualche maniera più emotiva…

“Durante questa intervista sono nel bel mezzo delle riprese e posso dire di aver già affrontato la parte relativa alla conduzione e direzione d’orchestra: è stato molto bello e altrettanto tecnico perchè, ovviamente, c’erano sul set la regista e i consulenti musicali. L’approccio è stato totalizzante: dovevo essere molto preciso, richiamare il ritmo giusto, mi son dovuto studiare gli spartiti. Questo è stato un lavoro molto intenso, fortuna che i miei studi musicali mi sono venuti in aiuto. In questi ultimi giorni di riprese affronterò, invece, quella parte un po’ più emotiva legata al personaggio dove emergono un po’ di contrasti e cambi registro molto interessanti. Non spoileriamo troppo (ride ndr)”.

Il rapporto con le star internazionali

L’atmosfera sul set con Jessica Reynolds e Charlotte Rampling com’è stata?

“Sono due persone fantastiche, Jessica è squisita. Charlotte Rampling è un monolite del cinema, anche il solo essere sul set con lei è un’emozione unica. Io gliel’ho detto e lei è stata carinissima: si è messa a ridere quando le ho detto che per me era un onore condividere con lei questo progetto. Davvero una persona eccezionale, con una cura e un’attenzione al dettaglio e alle sfumature che solo i grandi hanno e conservano. Lo dico in maniera molto sincera anche di Edwina Casey. C’è un ambiente bellissimo, senz’alcun dubbio”.

Come cambia la gestione del set e il rapporto con la regia arrivando dal teatro (anche Edwina Casey ha diretto opere teatrali prima)?

“Partendo dal presupposto che sono due cose, dal punto di vista dell’approccio, completamente diverse. Sia in pratica che nella preparazione, nei tempi e nei modi. I bravi professionisti sanno trarre ciò che di meglio ricordano e immagazzinano dalle esperienze passate e di diversa natura che hanno avuto. Questo penso di chi lavora in più ambiti e lo fa con risultati positivi. Penso che la chiave sia, nei contesti che richiedono skills diverse, riuscire a mettere in campo ciò che può servire. Nel posto giusto al momento giusto, indipendentemente da quale sia la tua provenienza professionale. Edwina Casey ha messo su un set molto positivo riuscendo a farci capire cosa voleva senza appesantire l’atmosfera. Questa è una grande dote che le riconosco. L’approccio con gli attori è molto collaborativo, è riuscita a portarsi un bagaglio utile di esperienze anche dal teatro”.

Le attese sul set

Si parla sempre delle attese cinematografiche: spesso si dice che i professionisti del cinema vengano pagati per aspettare. Lei come vive tutto questo?

“È verissimo. L’ho vissuto anche in questo contesto. Ogni set è diverso, ma in linea di massima è vero che puoi passare 7-8 ore ad attendere di fare la tua scena. Accade spessissimo. Possono passare 4-5 ore tra un take e l’altro della stessa scena, perchè magari ci sono esigenze di luce o degli spostamenti di camera da dover fare. Mi è capitato assolutamente: sono stato in camerino, talvolta, dalle 7.00 di mattina alle 17.00. Fossero questi i problemi, c’è molto di peggio, insomma (ride ndr). Questa voce che il cinema sia attesa è verificabile sul campo: è così. Personalmente preferisco stare sul set anche quando non tocca a me, spesso è capitato di avvisare coloro che sono preposti a chiamarmi del fatto che avrei preferito attendere altrove – senza dar fastidio a nessuno – piuttosto che in camerino. Amo vedere le scene, guardare gli altri come lavorano e catturare più emozioni possibili di ciascun set piuttosto che stare in camerino. Quando ho la possibilità di uscire e guardare lo faccio sempre, sia perchè sono una persona impaziente (ride ndr), sia perché anche dalle attese si può imparare molto”.

Il teatro sociale con la storia di Andrea Spezzacatena

Lei attualmente è in scena anche con Il Ragazzo dai Pantaloni Rosa. Premettendo che tutto il teatro ha una valenza sociale e politica, perché oggi è necessario portare opere del genere all’attenzione di tutti?

“Lo spettacolo è uno spettacolo necessario. Il termine lo uso in maniera consapevole perchè parlare, anche a teatro, di cyberbullismo oggi significa avere la consapevolezza e assumersi, in qualche maniera, anche la responsabilità di certe problematiche. Determinati aspetti, per quanto importanti, spesso vengono trattati in maniera respingente. Soprattutto per i giovanissimi. Questo spettacolo non lo fa, apre gli occhi su una piaga sociale del nostro tempo con una modernità e un dinamismo particolari che invitano a riflettere e, talvolta, fanno anche commuovere. Questo spettacolo sa presentarti la tematica in maniera molto ammiccante per arrivare a farti prendere sul serio un problema come il cyberbullismo che riguarda tutti noi. Non solo i giovanissimi. Tutti lo subiamo e dobbiamo imparare a riconoscerlo ed evitarlo come comportamento”.

Tornando al cinema, lei ha lavorato anche con grandi registi italiani: che differenze ha trovato fra l’Italia e l’estero e in quale ambiente sente di avere più familiarità?

“Certamente quando sei all’estero cambiano parecchie cose. Hanno molta coscienza della forma, questo è poco ma sicuro. Hanno molta coscienza dei modi, di come approcciarsi. In Italia c’è un po’ più di superficialità su questo, che non vuol dire che non ci sia rispetto dei rapporti sul set. La chiave per poter vivere serenamente è concentrarsi su quel che è possibile dare come professionista senza creare dissapori o lasciarsi sopraffare dagli ostacoli che si incontrano nel corso di ogni esperienza. Mi porto a casa cose bellissime da questa esperienza, così come aspetti più fastidiosi. Lo stesso posso dire dei set italiani a cui ho preso parte”.

La cucina speziata tra un ciak e l’altro

Ci dice un bel ricordo e un brutto ricordo legato a questo set?

“Un ricordo bellissimo sicuramente sarà ripensare a quando ho girato una scena di conduzione con i musicisti, c’era tutta la sezione di archi, la scena è stata molto intensa. Dopo tre minuti che io dirigevo, nella buca dell’orchestra, un’intera pletora di musicisti il mio cuore andava a mille. È stato davvero bello ed emozionante. Abbiamo girato in un vero teatro dell’opera e me lo ricorderò per sempre. Una cosa negativa che hanno qui, invece, sono le salse che mettono sopra ogni cosa. Hanno una cucina molto ricca di salse, anche nell’insalata. Quando tornerò in Italia mangerò cose condite con olio a crudo per almeno un mese (ride ndr)”.

Con la televisione, invece, che rapporto ha?

“Io ho sempre bramato di fare qualcosa in televisione per un motivo fondamentale: ogni volta che facevo qualcosa sul piccolo schermo mia nonna (che era ancora con noi) mi riconosceva immediatamente. Quindi io spero di fare cose in tv proprio per portare avanti questo ricordo meraviglioso che ho, recentemente ho apprezzato la fiction su Battiato. Mi piacerebbe lavorare a biopic particolari, come quello che si farà su Pino Daniele. Prossimamente lo vedremo anche in tv. Quindi, ecco, se in futuro dovesse capitare un progetto simile ne sarei onorato”.

TheBasta, dal social al palco

Cosa bolle in pentola dopo Maya Butterfly?

“Sto facendo dei provini e portando avanti delle cose che non rivelo per scaramanzia (ride ndr), ma sicuramente spero che Maya Butterfly possa farsi conoscere sempre di più e arrivare in tanti contesti internazionali. Dal mio punto di vista, poi, sto curando anche cose personali come il progetto TheBasta che porto avanti insieme al mio collega e amico Francesco Mastroianni. Ci stiamo attrezzando per portare i nostri siparietti social a teatro, intanto seguite la pagina social ufficiale TheBasta. Poi il resto lo scoprirete”.