Home Retroscena Il Padrino torna in tv: i retroscena che hanno reso immortale il capolavoro di Coppola

Il Padrino torna in tv: i retroscena che hanno reso immortale il capolavoro di Coppola

Tra i classici intramontabili del cinema c’è senza dubbio lui, Il Padrino, un film che, nonostante sia stato visto e rivisto, nasconde ancora qualche segreto.

9 Agosto 2026 11:39

Il Padrino, il capolavoro diretto da Francis Ford Coppola nel 1972, torna in tv questa sera, domenica 9 agosto, su Rete 4. Per il pubblico italiano è l’occasione di rivedere un film nato dal romanzo di Mario Puzo e diventato, scena dopo scena, uno dei titoli più importanti nella storia del cinema americano.

Il Padrino torna su Rete 4: perché il classico del 1972 pesa ancora

A più di mezzo secolo dall’uscita in sala, Il Padrino conserva una forza che pochi film possono permettersi. Non è solo un titolo da recuperare per cultura cinematografica. È un’opera ancora viva, capace di parlare a generazioni diverse. La messa in onda su Rete 4, in prima serata, riporta davanti agli spettatori la storia della famiglia Corleone, dei suoi codici, dei suoi silenzi e della trasformazione di Michael Corleone, interpretato da Al Pacino: da figlio riluttante a erede del potere criminale.

Il film arrivò nei cinema nel 1972, in un’America segnata da tensioni politiche, sfiducia nelle istituzioni e grandi cambiamenti nel modo di raccontare il potere. Coppola, che allora non era ancora il gigante che sarebbe diventato, costruì un racconto cupo e familiare. Qui la violenza non è mai solo azione: è conseguenza. Poche parole, stanze chiuse, luci basse. E volti che restano impressi.

Da Mario Puzo ai Corleone: la nascita di un immaginario

Tratto dal romanzo pubblicato da Mario Puzo nel 1969, Il Padrino trasformò una saga criminale in un immaginario comune, riconoscibile persino da chi non ha mai visto il film per intero. Don Vito Corleone, interpretato da Marlon Brando, diventò subito una figura a sé: voce roca, mascella pesante, gesti lenti, un’autorità costruita più sul controllo che sull’esibizione. Il successo fu immediato.

Il film vinse tre Oscar, compresi quelli per il miglior film e per il miglior attore assegnato a Brando. Eppure, dietro la precisione quasi solenne delle scene più famose, il set fu molto meno ordinato di quanto si potrebbe pensare. Ci furono intuizioni nate sul momento, soluzioni pratiche, nervosismi trasformati in cinema. Coppola lo ha raccontato più volte: molte scelte nacquero per necessità, altre per caso. Alcune, col tempo, sono diventate leggenda.

Il gatto, i cartelli di Brando e la testa di cavallo: i retroscena dal set

La prima scena nello studio di Don Vito Corleone contiene uno dei dettagli più celebri del film: il gatto che Brando accarezza mentre ascolta Amerigo Bonasera. Non era previsto dalla sceneggiatura. Secondo i racconti della lavorazione, Coppola trovò l’animale negli studi della Paramount e lo mise in braccio all’attore poco prima di girare. La scelta funzionò subito. Forse persino troppo: le fusa del gatto crearono problemi alla registrazione dei dialoghi e obbligarono poi a intervenire sull’audio.

Brando, del resto, aveva un modo di lavorare tutto suo. Durante le riprese usava spesso cartelli con le battute, piazzati fuori campo o perfino addosso agli altri attori. Una celebre foto di set mostra Robert Duvall, interprete di Tom Hagen, con uno di questi cartelli. Brando sosteneva che leggere le frasi, senza impararle in modo troppo rigido, lo aiutasse a restare più naturale. Una scelta discutibile, per alcuni. Ma sullo schermo funzionò.

Curiosità Il Padrino
Il padrino, 5 curiosità dal set (TvBlog.it)

C’è poi la sequenza della testa di cavallo, tra le più ricordate e disturbanti del film. Nelle prove venne usata una testa finta, ma per la ripresa definitiva Coppola scelse una vera testa, ottenuta da un’azienda che trattava animali destinati alla produzione di cibo per animali domestici. Il cavallo non fu ucciso per il film, dettaglio spesso ribadito nelle ricostruzioni. La decisione, però, provocò comunque reazioni forti.

Anche Luca Brasi, interpretato da Lenny Montana, deve parte della sua forza scenica a un imprevisto molto umano. Montana, fisicamente imponente ma poco abituato a un set di quel livello, era intimidito da Marlon Brando e inciampò nelle battute. Coppola capì che quell’imbarazzo aveva qualcosa di vero e aggiunse la scena in cui Brasi prova il discorso da fare al Padrino. La tensione era autentica. E si vede ancora.

Infine, il volto di Don Corleone nacque da un’idea semplice, quasi artigianale. Brando voleva che il personaggio avesse un aspetto “da bulldog” e durante il provino si mise del cotone nelle guance per cambiare bocca e mascella. Per il film fu poi realizzata una protesi. Un dettaglio tecnico, certo. Ma oggi è impossibile immaginare Don Vito senza quella faccia.

L’Oscar rifiutato da Brando e il segno politico lasciato dal film

La storia di Marlon Brando e del Padrino non finì con l’ultima scena. Alla cerimonia degli Oscar, l’attore vinse come miglior protagonista, ma rifiutò il premio e non si presentò sul palco. Al suo posto mandò Sacheen Littlefeather, attivista e attrice, incaricata di leggere una dichiarazione di protesta contro il trattamento dei nativi americani e contro il modo in cui venivano rappresentati dall’industria cinematografica. Quel gesto, discusso allora e riletto molte volte negli anni successivi, aggiunse un altro livello alla storia pubblica del film.

Il Padrino non rimase soltanto un’opera sulla famiglia, sul crimine e sul potere. Diventò anche un passaggio chiave nella storia di Hollywood: per come cambiò il gangster movie, per le carriere che rilanciò o definì, per le domande che continua a portarsi dietro. Rivederlo oggi in tv significa tornare a un racconto che non ha perso peso. Alcuni dettagli appartengono ormai alla memoria collettiva, altri riescono ancora a sorprendere. Ed è forse così che si misura davvero un classico: anche dopo decenni, Il Padrino sembra avere ancora qualcosa da dire a chi lo guarda.