Home Interviste Lello Arena, intervista a TvBlog: “La forza di Cioè è dare un’opportunità a tanti giovani di talento. Io giudice in tv? Non mi interessa lo show fine a sè stesso, voglio tramandare la mia esperienza”

Lello Arena, intervista a TvBlog: “La forza di Cioè è dare un’opportunità a tanti giovani di talento. Io giudice in tv? Non mi interessa lo show fine a sè stesso, voglio tramandare la mia esperienza”

Lello Arena racconta ai microfoni di TvBlog la nuova stagione di Cioè, programma su RaiPlay dove le potenzialità interpretative di 60 giovani vengono messe in primo piano. Presente e futuro del celebre attore fra possibilità nuove sfide.

18 Dicembre 2025 12:12

Lello Arena è l’ultimo baluardo di una generazione di artisti nata per fare teatro. Non soltanto dal punto di vista performativo, ma proprio sul piano intellettivo ed emotivo. L’esibizione come terapia per chi la porta avanti e come cura per chi la guarda. L’abilità di mettersi nei panni degli altri, per portare in scena sorrisi, vizi e virtù della società, è un esercizio che dovrebbero fare tutti. C’è chi, poi, sceglie di farlo per mestiere. Come ragione di vita. Al pari di un mantra salvifico.

Lello Arena è questo: un concentrato di abilità, intelletto e positività contagiosa. Un professionista di quelli che, quando parlano, hanno sempre qualcosa di costruttivo da dire. Anche se il panorama sociale, professionale e culturale, sembra essere avvolto da un’oscurità che potrebbe seriamente mettere a rischio una professione. Fare teatro, oggi, non è un lusso ma sta diventando sempre più un’utopia. Chi sceglie di dedicarsi all’arte interpretativa lo fa sapendo che sarà una carriera di rincorse, speranze e occasioni da trovare.

Lello Arena tra teatro e televisione

Lo era anche ai tempi di Lello Arena, ma prima c’era maggiormente la sensazione di avere a che fare con una “landa desolata”. I grandi del teatro già esistevano, ma le nuove generazioni non trovavano le porte sbarrate – almeno non sempre – come avviene attualmente. Oggi ci sono più mezzi per mettersi in mostra, anche grazie ai social, ma i palcoscenici veri per approntare una carriera latitano.

I fondi a disposizione delle discipline artistiche sembrano essere sempre meno e quando ci sono non è facile trovare spazio in una “giungla” in cui un contratto viene visto come una chimera. In questa situazione, altalenante ma anche stimolante se si riesce a trovare talenti su cui investire, Lello Arena presenta Cioè. Il programma su RaiPlay nato per raccontare l’emozionante percorso di crescita di 60 giovani selezionati da tutta Italia.

Cioè, una vetrina per i giovani di talento

Cioè – nello specifico – è l’acronimo di Centro Interdisciplinare Opportunità Espressive: il format è ideato da Lello Arena e Mario Esposito, nonché prodotto da Rai contenuti digitali e transmediali nella figura del Direttore Marcello Ciannamea. Non è una semplice docu-serie, neppure il canonico talent show: si pone come un lungo racconto che va oltre la didattica per condurre il pubblico all’interno di sogni, passioni e sfide dei più giovani.

Artisti e artiste, selezionati da tutta Italia, vengono accompagnati in un percorso di formazione che porta alla conoscenza dei fondamentali del mestiere dell’interprete teatrale. Non solo come attore o attrice, ma anche e soprattutto in qualità di performer. I coach insegnano a questi ragazzi ogni tipo di disciplina performativa e, al termine di questo percorso, con la serata finale, saranno professionisti del settore pronti a “spiccare il volo” nell’alveo di possibilità che l’arte scenica – nella sua interezza – offre.

“La creatività non ha età”

Lello Arena, nello specifico, è anche coach di recitazione e – in esclusiva ai microfoni di TvBlog – ci ha raccontato le fondamenta di quest’avventura televisiva che trova linfa e sviluppo attraverso il digital. Possibilità, aspettative e speranze per il futuro di attori, attrici e non solo.

Questo programma è una certezza di RaiPlay sin dalla prima edizione nel 2023: qual è l’obiettivo per alzare ulteriormente l’asticella attraverso il digitale? Come si coniugano le passioni e le potenzialità di 60 giovani performer con la digitalizzazione imperante nella quotidianità?

“I mezzi che cambiano ovviamente vanno tenuti da conto. Tutto quello che passa attraverso nuovi modi di raccontare e documentare quelle che sono le passioni di sempre va considerato. Questi ragazzi (e ragazze) arrivano da noi perchè hanno il sogno e l’ambizione di perfezionarsi, arrivando a un livello più alto che consentirà loro di immaginarsi e trovarsi all’interno delle nuove platee che ovviamente possono anche passare attraverso il digitale. La cosa che non cambia è il talento, bisogna essere capaci di raccontare e restituire un’emozione. Chi canta non deve stonare, chi recita dev’essere capace di veicolare le sensazioni che trova scritte in un testo con credibilità e trasporto a un pubblico nutrito. A prescindere dal mezzo e dalle modalità a disposizione”.

Le piattaforme digitali come valore aggiunto

Lei ha attraversato epoche storiche in cui la rappresentazione ha vissuto diverse fasi e uno sviluppo ben preciso, in veste di “talent scout” e nello specifico coach di recitazione come vede l’ambiente della rappresentazione teatrale oggi? È maggiormente accessibile rispetto al passato o rischia di essere sempre più inflazionato?

“Chi è abituato ad andare a teatro comprende una sola via di comunicazione, vuole uscire di casa – probabilmente con i propri amici o con una persona che ama condividere queste esperienze – sedersi su una poltrona rossa (di solito), aspettare che si apra il sipario e avere l’attore a portata di mano, diciamo. Pronto per il live. L’esibizione dal vivo sarà l’unica cosa insostituibile perchè prevede che si faccia in presenza, con i vivi e per i vivi (ride ndr). Chi, però, non si formalizza rispetto a questo e preferisce avere a disposizione, come dire, l’archivio di repertorio enorme che oggi le piattaforme digitali consentono può accedere alla visione di performance che sarebbero irripetibili oggi dal vivo, ma fortunatamente rimangono in Rete per tutti coloro che avessero voglia o bisogno di nutrirsi di questo particolare bagaglio culturale e sociale”.

Non c’è il rischio che attraverso un video di pochi secondi il giudizio su interpretazione sia troppo netto e rapido: è sufficiente un reel per valorizzare una performance?

“Gli artisti vivono, oggi come sempre, di presenza. Gli artisti hanno bisogno di avere un pubblico, spesso un reel – anche se molto veloce e quasi compresso – mette in contatto l’artista con un pubblico che probabilmente non avrebbe mai avuto. Poi se l’artista ti piace è compito tuo da spettatore crearti un’occasione che ti consenta di frequentarlo dal vivo, magari incontrarlo dopo. Farci due chiacchiere e una fotografia al termine dello spettacolo. Questo dipende da quanto è vispo lo spettatore, si può passare dai pochi secondi di un reel a una stima riconosciuta totalmente. È sempre uno scambio fra due parti: pubblico e interprete”.

Come tutelare i giovani interpreti

Voi con Cioè formate professionisti che devono poi affacciarsi nel mondo del lavoro: la performance artistica vive un momento di incertezza, anche sul piano contrattuale, quali sono i consigli non solo dal punto di vista performativo che date in tal senso?

“Io penso che, se parliamo di giovani, oggi la tutela contrattuale è poco garantita per chiunque. Qualsiasi mestiere si faccia. Arginare questa situazione non è compito di chi vuole fare teatro, ma è un problema sociale di cui chi di dovere dovrebbe occuparsi seriamente (ride ndr). Detto questo, noi con Cioè possiamo affermare che i nostri giovani non solo studiano quello che si chiama il repertorio, ma vengono messi anche in contatto con professionisti e legali che si occupano di contratti, diritto d’autore e tutto il resto. Imparano, oltre alle performance, a tutelarsi dal punto di vista personale e intellettuale con strumenti specifici. Insieme a imparare a recitare, bisogna capire come valorizzare e proteggere le proprie idee e potenzialità”.

Lei come coach di recitazione quanto è severo e cosa pretende maggiormente da ciascuno di questi ragazzi?

“Cioè ha la prerogativa di formare senza dare classificazioni. Non c’è il migliore e il peggiore. Nessuno viene escluso e il programma di lavoro che è previsto dall’inizio viene portato fino in fondo per tutti. Con esiti diversi, chiaramente, perchè poi c’è chi rende in un modo e chi in un altro, ma non c’è interesse a escludere qualcuno o mettere alla berlina dei professionisti. Non si trova quello che c’è in tutti gli altri talent, ovvero: ‘Se sei più scarso, ti mando via’. La filosofia di Cioè è completamente diversa, vogliamo dare risalto a ciascun giovane rispettando il potenziale di tutti. Non mi interessa fare spettacolo sulla pelle altrui, io voglio tramandare dei valori che sono quelli che mi hanno portato avanti fin qui”.

“Non mi interessano i talent dove si deve fare spettacolo a tutti i costi”

Alla base di questo, ci sta dicendo che se un domani la Rai dovesse chiamarla per fare il giudice di un talent sarebbe un ‘no’ secco?

“Sinceramente non mi interessa essere un giudice superficiale o, come avviene nella maggior parte dei casi, incompetente. In quel tipo di programmi bisogna fare show senza valutare realmente le potenzialità e le prerogative dei talenti a disposizione. Tutto è subordinato allo spettacolo televisivo, alle liti o ai disaccordi da alimentare in nome dell’Audience. A me interessa tramandare disciplina, competenza e serietà”.

A tal proposito, lei pensa che un certo tipo di performance e di spettacolo sia ancora possibile? Il riferimento è a quello che ha fatto lei con Enzo Decaro e Massimo Troisi ai tempi de La Smorfia…

Noi abbiamo fatto cose che, per l’epoca, ci sembravano impensabili. Se pensiamo a quello che abbiamo realizzato, con il senno di poi, ancora mi viene da sorridere. Il punto è che noi eravamo un trio con la voglia di mettersi in gioco, questo si può trovare ancora oggi perchè c’è posto per tutti. Soltanto che bisogna avere la forza di proporre qualcosa di innovativo, noi lo abbiamo fatto prendendo anche qualche “porta in faccia” anche se oggi sembra sia sempre stato tutto perfetto. I ventenni che vorrebbero emergere, attualmente, devono sforzarsi di trovare qualcosa di originale. Le minestre riscaldate, in qualsiasi epoca, non pagano a lungo”.