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Sanremo non è il Festivalbar: Carlo Conti e la contro rivoluzione silenziosa della kermesse

Carlo Conti ha attuato una contro rivoluzione silenziosa al Festival di Sanremo, a partire dalla liturgia iniziale alla scelta del cast di artisti. Un ritorno alle origini della kermesse canora che divide il pubblico e non solo.

1 Dicembre 2025 14:15

Era noto da quando Amadeus è stato portato via per mano da Fiorello dall’Ariston che il Festival di Sanremo non sarebbe stato più lo stesso, la Rai – dopo anni di kermesse canora in cui l’attesa e i retroscena hanno fatto da padroni – aveva bisogno di altro. O meglio: è stata costretta a guardare altrove. Viale Mazzini avrebbe tirato volentieri Amadeus per la giacchetta ancora per qualche anno, c’era già il contratto pronto, ma Sebastiani ha preferito andare altrove.

Quindi c’è stato bisogno, dalle parti dell’Ariston, di un degno sostituto. Qualcuno che non fosse in grado di replicare lo stesso iter proposto dal collega, anche perchè certe vette a fine 2024 sembravano impossibili da riproporre, ma che sapesse però maneggiare la materia musicale con una certa consapevolezza e che fosse anche una garanzia per gli sponsor.

Sanremo, Conti e Amadeus: le differenze principali

I brand, dopo i successi di Amadeus, hanno cominciato a rincorrere Sanremo come una vetrina nuovamente luccicante. La ricerca del post Sebastiani ha portato a Carlo Conti: uno dei volti di punta della Rai che si è trovato ad accettare qualcosa che già conosceva senza la pretesa di fare meglio o peggio rispetto al passato.

Tradotto ancora meglio: Conti è stato l’unico, perchè aveva la maturità tale per poterlo fare, a dire ok mi metto in gioco e raccolgo l’eredità pesante degli Amarello. Amadeus e Fiorello hanno cambiato, in meglio o in peggio lo deciderà la storia, la liturgia del Festival della Canzone Italiana non solo in termini di regolamento. Sebastiani ha sempre fatto un tipo di kermesse che ricalcasse il proprio maestro: Claudio Cecchetto. Tanti nomi altisonanti, qualche giovane promettente, canzoni molto radiofoniche in grado di restare in classifica per mesi.

Dai cantanti alle canzoni in gara

Questa scelta ha pagato, come conferma – tra le altre cose – il successo dei Maneskin all’Eurovision Song Contest. Un traguardo inatteso che ha messo un’altra coccarda sul petto di Sebastiani. Conti, dopo anni del genere, ha dovuto prendere in mano una macchina perfetta per cercare di spingerla ancora oltre. Aveva due possibilità: o ricalcare il cammino dei colleghi, facendo un Festival fotocopia ai precedenti, oppure metterci del suo cambiando nuovamente ogni schema.

Il presentatore ha scelto la seconda strada: nei panni di Direttore Artistico ha fatto della sobrietà e dell’essenzialità dei contenuti il proprio mantra. Le canzoni sono tornate al centro della kermesse, ma senza badare troppo ai trascorsi e alla fama dei singoli interpreti. Tanti nomi conosciuti, qualche novità, ma nessun interprete di grido. Di quelli che ti fanno dire: “C’è lui o lei, allora guardo il Festival”. Sanremo si torna a guardare perchè rappresenta la canzone italiana piuttosto che gli artisti.

Il dietrofront di Conti

Non è, in altre parole, il Festivalbar: questo, però, non è un paragone dispregiativo. Segna soltanto una linea di confine che, secondo Conti, non va oltrepassata. A questo Direttore Artistico non interessa se un nome attira più di un altro. Se la gente non conosca Tredici Pietro o avrebbe preferito vedere (e ascoltare) Elodie o Annalisa; Conti non si pone il problema se Patty Pravo possa fare breccia nel pubblico più giovane, oppure se rischia di risultare anacronistica. L’attuale Direttore della kermesse canora ascolta e valuta i brani: riporta al centro i testi, in barba alle playlist e all’ordine costituito.

Sanremo2026 Carlo Conti rivoluziona la kermesse canora
Sanremo2026, Carlo Conti rivoluziona la kermesse canora (Instagram profilo ufficiale) – TvBlog

C’è il suo, di ordine e di modo di pensare, che potrebbe piacere oppure no. La platea social ha già denigrato il cast presentato nella giornata del 30 novembre 2025: “Non c’è nessun nome di grido”, si legge. Conti – dai microfoni di RTL 102.5 – risponde: “Mancano i big a Sanremo? È tutto relativo, credo che siano importanti le canzoni. Lo scorso anno Lucio Corsi era sconosciuto ai più e guardate cos’è riuscito a fare e come ha rappresentato l’Italia all’Eurovision. Eppure quando l’ho annunciato molti non sapevano chi fosse”.

Ritorno alle origini

Insomma Carlo Conti ha fatto capire che si fa a modo suo. Il parere del pubblico è relativo, citando le parole del conduttore, perchè Sanremo resta Sanremo e non c’è margine per cambiarlo. Se quella di Amadeus e Fiorello è stata una rivoluzione mediatica, a partire dal claim: “Tutti cantano Sanremo”, quella di Conti è una contro rivoluzione silenziosa. Un ritorno all’antico dove non conta l’hype o l’attesa di un evento. Conta il momento. Senza annoiare o ricamare sopra ai retroscena o in relazione a possibili strategie.

Le polemiche, tuttavia, sono il pane del Festival. Conti l’ha detto, ma nel ribadirlo ha spezzato sul nascere anche quelle. Riportando la kermesse canora alla propria essenza fatta di esecuzioni canore in rapida successione: meno intrattenimento fine a sè stesso e più qualità nei testi e nell’armonia dei brani. Un’inversione di rotta che divide il pubblico, ma può segnare un ritorno all’antico che potrebbe essere ripreso anche dai suoi successori. Ancora ignoti.

Le etichette discografiche e i rimborsi agli artisti

In tutto questo cambiamento, però, bisogna capire – e questo è davvero essenziale – se le case discografiche accettano la metamorfosi della kermesse. Il Sanremo di Conti rappresenta, per scelta e sviluppo, un ritorno a dinamiche vigenti prima degli anni Duemila. Il salto indietro ha fatto risentire qualche impresario. Infatti sul Messaggero si è letto, nei giorni scorsi, che molti big contattati avrebbero rifiutato la chiamata del Direttore Artistico. Si è parlato di grande fuga.

Il fuggi fuggi, però, sembrerebbe essere dovuto anche a questioni economiche: i rimborsi alle major discografiche sono diminuiti. Le cifre hanno subìto anche qualche piccola modifica verso l’alto, ma non basta secondo gli addetti ai lavori. Sanremo 2026, per alcuni agenti, non è più una priorità. Gli assistiti fanno cassa con altri eventi e, quindi, all’Ariston vanno le “seconde linee” di ogni etichetta. Questo è il clima che si respira – a mezzo stampa e non solo – quando mancano meno di 3 mesi all’inizio della kermesse canora.

Il futuro della kermesse

Carlo Conti ha riportato Sanremo alle origini, con una versione più sobria basata su emozioni e pragmatismo, sacrificando spettacolo, retroscena e imprevedibilità. In un momento storico dove, televisivamente, si mastica musica ogni settimana – tra talent e audizioni di vario genere – dove tutti cantano e arrivano a favore di telecamera intrattenendo diverse fasce di pubblico, Sanremo in versione classica ha ancora senso di esistere?

La risposta l’avrebbe data Baudo, dicendo che Sanremo è Sanremo, ma l’esito – stavolta – non è solo in mano ai dati Auditel. Bisogna capire cosa ne pensano gli sponsor e le partnership di questa inversione di rotta. Da febbraio in poi non saranno più oneri e onori di Conti, ma certe risposte – in un senso o nell’altro – dovrà fornirle la Rai cercando di capire quale approccio sanremese tra Amarello e Conti bis funziona meglio. Per dirla in altre parole: se il classicismo avrà battuto l’avanguardia, oppure no.