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Antonello Falqui, le “Milleluci” del Varietà: come fare la rivoluzione di sabato sera

Antonello Falqui avrebbe compiuto un secolo. 100 anni da ricordare anche e soprattutto per una professionalità che ha dato molto più di un semplice contributo: com’è cambiata la liturgia del Varietà grazie al suo metodo di lavoro.

19 Novembre 2025 19:27

Lo spettacolo televisivo è un insieme di suggestioni che riescono a essere incanalate in un unico viatico che, spesso, coincide con un’emittente precisa. Le etichette, tuttavia, vengono dopo. In prima battuta, il Varietà viene fatto – quando e se possibile – attraverso espedienti selezionati che vanno organizzati.

La musica, le scenografie, i ballerini, le inquadrature e il presentatore. Questi fattori, compresi del comico o del mimo (soprattutto nei primi anni), vanno messi insieme. Collegati fra loro come farebbe un artista con un collage, un pittore con un quadro. Rendere omogenea la tela non è solo questione di abbinamenti di colore e forme, tutto dipende dall’estro e la capacità di chi quell’opera l’ha costruita. Un maestro pittorico mette insieme le giuste dosi di ciascun ingrediente per poi dar vita al capolavoro.

Antonello Falqui e la regia televisiva

Questo, in altre parole, era Antonello Falqui: regista di professione, ma in grado di fare tutto. Aveva una vera e propria predilezione per l’organizzazione: portare ordine e criterio dove c’erano soltanto possibilità e accenni di potenziale. Valeva per uno sketch, un monologo, un numero ballato. Falqui era quello che metteva il punto e dava l’autorizzazione per qualsiasi cosa, l’anima di ciascun programma quando la Rai era davvero la mamma dell’etere italiano.

Antonello Falqui e Gabriella Ferri
Antonello Falqui e Gabriella Ferri (Fondazione Antonello Falqui) – TvBlog

Dal ’54 in poi, fino agli anni ’90, c’era soltanto lei e con essa tanti addetti ai lavori. Falqui era tra questi, pur conservando l’anima di promotore e innovatore. Per certi versi visionario, per altri ricalibratore. Il regista si trovava laddove doveva essere, in questa scatola di emozioni che aveva iniziato a somigliare a un racconto quotidiano – tra suggestione e imprevedibilità – anche grazie ai suoi colpi di genio.

Nasce lo spettacolo in prima serata

“Impegno inflessibile nel lavoro”, “rispetto del pubblico”, “precisione” ed “etica”. Questi erano i valori di Antonello Falqui ripetuti come un mantra da lui stesso mentre vagava tra uno studio e l’altro. Il regista, oltre a essere tra i primi ad aver animato la Rai, con formati celebri come “Arrivi e partenze” e “Il musichiere”, ha costruito una vera e propria liturgia degli show televisivi.

Quella sorta di codice non scritto che vale ancora oggi. In altre parole: è stato l’uomo che ha dato forma alla formula migliore della televisione per famiglie e non solo. Quello che oggi vediamo, come alfabetizzazione dello spettacolo, è l’eredità che lo stesso Falqui ha lasciato come impronta senza tempo.

Dalle Riviste al Varietà

Una situazione che sembra scontata, come quella che rimanda all’atteggiamento del presentatore o della presentatrice che deve occupare il centro del palco per poi lasciare spazio al proprio collaboratore o co-conduttore, è frutto delle decisioni che Antonello Falqui ha preso. Il quale non ha fatto altro che portare il giusto tasso di teatralità in televisione, grazie agli anni passati nel Centro Sperimentale di Cinematografia dove si attingeva anche dal teatro. Le Riviste, nello specifico, erano una prima versione del Varietà televisivo. Portato alla ribalta successivamente proprio dal regista romano.

Antonello Falqui con Catherine Spaak
Antonello Falqui ricolloca Catherine Spaak in studio per le inquadrature prima della diretta (Fondazione Antonello Falqui) – TvBlog

In concreto Falqui ha distinto le classificazioni di genere dei programmi: è sua l’idea di portare il sabato sera come giorno cardine per favorire il Varietà. Uno show ricco di contenuti che fossero bene assemblati fra loro. Da Studio Uno a Canzonissima fino a Milleluci. Contenitori emozionali di vario genere che mettevano insieme talento artistico e prontezza autorale. Un mix vincente che ben si sposava con le direttive che Falqui stesso soleva dare.

La posizione del corpo di ballo e la gestione dello spazio

In accordo con i coreografi della Rai, posizionava le ballerine come le ricordiamo oggi. Le prime al centro della scena, con una continua digressione fino a creare una specie di ferro di cavallo a scalare. In modo tale che, quando termina la coreografia, tutte si ritrovano nello stesso punto con le prime che si incrociano in maniera speculare per occupare la centralità della telecamera e non avere spazi vuoti alle loro spalle.

Il concetto di blocco, all’interno di una scaletta, si deve a Falqui. Colui che ha anche stabilito le numerazioni delle telecamere creando il movimento simultaneo di ciascuna postazione con un regista pronto a coordinare tutto. Al pari di un direttore d’orchestra di fronte alla platea più gremita. Con la differenza che Falqui non aveva idea di quanti fossero collegati per guardare. Almeno fino alla pubblicazione dei dati Auditel, perfezionata stagione dopo stagione.

I blocchi in diretta

I blocchi servivano proprio a orientare le telecamere con le relative inquadrature, il gergo poi si è allargato anche nella definizione delle porzioni di trasmissione diventando un riferimento addirittura per gli autori che accompagnavano le star. Inizialmente, però, il presentatore scriveva anche quello che doveva dire e in studio c’era soltanto il regista con il suo aiuto. Senza contare, naturalmente, tutte le altre figure che avrebbero dovuto alternarsi sul palco.

Solo successivamente, intorno agli anni 60-70, la figura dell’autore ha iniziato a collaborare con il regista e i protagonisti di un programma. In prima istanza Falqui era una sorta di factotum che gestiva conduttori esordienti come Bongiorno e Riva, diventati poi riferimenti dell’emittente di Stato.

La figura del presentatore e il lancio della réclame

Questa perenne ricerca del sublime, senza scadere nel banale, ha portato anche il concetto di luci e alternanza tra balli, canti e recitazioni. Ecco perché – nei primi show targati Falqui – il presentatore doveva anche fungere da intrattenitore. Quello che oggi vediamo fare a Carlo Conti, mentre magari scherza con chi è sul palco per prendere tempo, inizialmente lo facevano Ugo Tognazzi, Walter Chiari, Gianni Agus, Enza Soldi, Lauretta Masiero, Scilla Gabel, Corrado Pani, ed ancora Delia Scala, Paolo Panelli e Nino Manfredi.

Solo alcune tra tutte personalità che lui ha formato e plasmato cercando di restituire una serie di valori e un certo modo di fare spettacolo: se oggi, dopo una canzone, arriva il conduttore che annuncia l’ospite in promozione, il merito è di Falqui che – tra un’esibizione di ballo e l’altra – aveva iniziato a inserire quelle che venivano definite réclame in movimento. Ovvero arrivava l’attore o l’attrice, financo il musicista, e cominciava a esibirsi in maniera celere per ricordare un film o un concerto evento. Un piccolo assaggio di quello che sarebbe successo.

L’Associazione Falqui e l’eredità di un pioniere

Antonello Falqui ha scritto e stabilito la grammatica degli spettacoli in televisione, cogliendone l’essenza e facendoli diventare un appuntamento condiviso. Un’eredità, la sua, fatta di appunti e lezioni che oggi si possono ritrovare non solo all’interno dei programmi presenti in palinsesto ma anche attraverso l’operato della Fondazione a lui dedicata. L’Associazione Antonello Falqui, nello specifico, si occupa di tenere viva la memoria del regista ricordando non solo le sue opere ma anche quello che ha fatto – dietro le quinte – per il settore audiovisivo.

Foto, scritti e curiosità inedite che dimostrano quanto la televisione sia stata e continui a essere una macchina perfetta sempre in movimento. Il merito è di chi, per primo, ha saputo accendere quella luce rossa per dire che tutto cominciava. Quel 3 gennaio del 1954, dietro la macchina da presa, c’era Antonello Falqui. E ogni volta che inizia il conto alla rovescia, idealmente, gli addetti ai lavori (e non solo) continuano a dirgli grazie.