Home Fiction Il commissario Ricciardi 3, recensione della prima puntata: un viaggio tra i fantasmi del cuore in una Napoli che non dimentica

Il commissario Ricciardi 3, recensione della prima puntata: un viaggio tra i fantasmi del cuore in una Napoli che non dimentica

Lino Guanciale guida un ritorno maturo e intimo per Il commissario Ricciardi 3, in bilico tra responsabilità, segreti e desiderio di felicità nella Napoli degli anni Trenta.

14 Novembre 2025 13:02

Il commissario Ricciardi 3 riparte da dove tutto fa più male: non dai cadaveri, ma dai sussurri che restano addosso ai vivi. La prima puntata della terza stagione, andata in onda su Rai 1 lunedì 10 novembre, conferma la natura duplice della serie tratta dai romanzi di Maurizio de Giovanni. Un poliziesco in costume capace di far procedere la trama per indizi e, insieme, una storia d’amore e di colpa che interroga continuamente il suo protagonista.

Lino Guanciale torna a interpretare Luigi Alfredo Ricciardi con una delicatezza più raccolta e, allo stesso tempo, più esposta. Attorno a lui, come sempre, ruota una Napoli alla fine del 1933 che non è semplice sfondo, ma organismo vivo, con un proprio, tangibile, respiro. Per mano mia è un esordio che sceglie l’introspezione senza rinunciare alla tensione, e che invita il pubblico a guardare oltre la patina del giallo per ascoltare le crepe dei personaggi.

Cosa è successo nel primo episodio della nuova stagione

Il commissario Ricciardi 3
Il commissario Ricciardi 3, Enrica (Maria Vera Ratti)

Napoli si prepara al Natale quando due zampognari trovano in casa i corpi accoltellati del Capitano Garofalo, esponente delle Milizie Fasciste portuali, e di sua moglie. Ricciardi, affiancato da Maione e dal dottor Modo, ricompone il quadro muovendosi tra l’intimità domestica delle vittime e gli equilibri di potere del porto (e non solo). E i frammenti di una statuina del presepe diventano una pista chiave per la risoluzione del caso.

Intanto la relazione con Enrica prova a farsi ufficiale nonostante le resistenze della madre, mentre Livia resta ingabbiata in rapporti pericolosi con il maggiore Manfred e la politica che le ruota intorno suo malgrado. Ma è soprattutto il brigadiere Maione a preoccupare, in questo episodio: l’uomo si ritroverà a fare i conti con una novità sconvolgente sull’uccisione del figlio.

Il peso delle scelte ne Il commissario Ricciardi 3

Il caso di questo primo episodio funziona da specchio del protagonista. La ricostruzione minuziosa, i dettagli apparentemente insignificanti, la ritualità del presepe e una statuina spezzata riportano Ricciardi a ciò che più teme: la responsabilità. La scrittura lega con naturalezza il delitto al percorso personale del protagonista e quello che vediamo in TV è un’indagine sull’ordine infranto delle cose e, insieme, sul coraggio di assumersene le conseguenze.

Il commissario, che vede gli ultimi pensieri delle vittime assassinate, continua a vivere nella zona d’ombra tra obbligo e desiderio: ama Enrica, ora ufficialmente, ma teme il futuro che potrebbe imporle. Il tema della paternità – evocato simbolicamente e narrativamente – attraversa la puntata come un filo teso. Lino Guanciale modula gli sguardi e i silenzi con precisione chirurgica, restituendo un uomo che non si lascia più definire solo dal suo “Fatto”, ma dalla volontà di non fuggire più. Da questa dialettica nasce l’urgenza del racconto: non c’è retorica nella sua paura, c’è invece l’onestà di un percorso che chiede tempo.

Enrica e Livia, le donne del commissario Ricciardi

Il commissario Ricciardi 3
Il commissario Ricciardi 3, Livia (Serena Iansiti)

La serie ritrova Enrica (Maria Vera Ratti) in una dimensione più consapevole: non è più la figura idealizzata dietro una finestra, ma una donna che chiede chiarezza, pur rispettando i tempi dell’uomo che ama. Nelle scene domestiche, asciutte e luminose, affiora adesso la possibilità della felicità. Sono momenti che la regia lascia respirare, contrapponendoli alle inquietudini che tornano a bussare. Ma il non detto fra i due (il segreto sul “Fatto”) non è espediente per allungare la narrazione, al contrario si fa materia drammaturgica: cosa resta dell’amore – ci si chiede – se nascondiamo la parte più vera di noi?

Sul versante opposto, Livia (Serena Iansiti) è sempre più sospesa tra il suo ruolo sociale e la zona grigia del potere. La sua relazione con chi rappresenta il regime fascista apre varchi di pericolo reale e insieme racconta un’Italia in cui la scelta privata diventa fatalmente pubblica.

Il commissario Ricciardi 3: Maione, Modo e l’importanza dell’amicizia al maschile

Il commissario Ricciardi 3
Il commissario Ricciardi 3 – Lino Guanciale, Antonio Milo ed Enrico Iannello

Accanto al protagonista, Il commissario Ricciardi 3 ribadisce il valore della coppia Maione – Modo, due personaggi complementari che permettono alla serie di cambiare registro senza perdere compattezza. Antonio Milo dà al suo Maione una fragilità monumentale: nella stazza di un uomo grande si muove un padre ferito, che in questo primo episodio si trova ad affrontare ancora una volta il lutto del figlio, con una novità che lo porterà sull’orlo del baratro. Il suo istinto, però, resta ancorato alla strada, ai vicoli e agli sguardi della gente.

Enrico Ianniello, dall’altra parte del tavolo, fa del dottor Modo un ironico guardiano della linea che separa la vita e la morte: la scienza e la pietà, le autopsie e la capacità di restare umano nel contatto con la morte. Quella di entrambi con il commissario Ricciardi è un’amicizia al maschile che consola e punge, delineando un modo di stare al mondo che sposta la serie oltre il puro procedurale.

La Napoli fascista, ferita e decadente

L’ambientazione rimane uno degli assi portanti de Il commissario Ricciardi 3. La Napoli degli anni Trenta che vediamo non è un museo a cielo aperto lucidato per lo spettacolo, ma un corpo che porta addosso le ferite del tempo. È una città fatta di quartieri che comunicano, vicoli e scale che non sono cartoline ma passaggi. In questo episodio più che in altri si intravede la macchina del regime, che non è mai didascalica ma presente nelle gerarchie, nelle piccole impunità, nelle stanze dove l’autorità si esercita attraverso sguardi e favori. La regia di Gianpaolo Tescari orchestra questo materiale con attenzione ai tempi e ai dettagli. Ne risulta un’apertura di stagione che stabilisce il tono prima di sviluppare l’intreccio, fiducioso nell’intelligenza dello spettatore.

Il bilancio di questa prima puntata: continueremo a guardare la serie?

Per mano mia conferma la vocazione de Il commissario Ricciardi di essere un noir in costume capace di parlare al presente e sceglie la strada più rischiosa: l’intimità. Meno voglia di stupire, più cura nel costruire le relazioni e le sfaccettature di uno dei personaggi più amati della letteratura italiana. Per chi cerca solo la soluzione dell’enigma, forse rimarrà deluso da questa terza stagione (anche se è ancora presto per dirlo). Ma per chi segue Ricciardi per la sua umanità, l’episodio è un invito a entrare e restare.

La serie conferma qualità produttiva, attenzione all’immagine e coerenza di tono, e compie un passo avanti: racconta l’amore come responsabilità, prima verso se stessi e poi verso gli altri. A fine puntata restano due promesse chiare: le indagini continueranno a intrecciarsi con il percorso dei sentimenti e Napoli, con le sue contraddizioni, resterà un personaggio vero e necessario. Motivi più che sufficienti per tornare davanti alla tv la prossima settimana.