Intervista a Maurizio De Giovanni: Il Commissario Ricciardi tra misteri e nuovi sentimenti
Maurizio De Giovanni ci ha raccontato l’evoluzione del suo personaggio ne Il commissario Ricciardi e cosa aspettarci da questa terza stagione
La terza stagione de Il commissario Ricciardi, la serie tratta dai romanzi di Maurizio De Giovanni debutterà il 10 novembre su Rai 1, riportando in prima serata uno dei personaggi più amati del crime italiano contemporaneo. Prodotta da Rai Fiction e Clemart, la nuova stagione è diretta da Gianpaolo Tescari e promette di intrecciare nuove indagini con un Luigi Alfredo Ricciardi, interpretato da Lino Guanciale, che finalmente si apre all’amore.
Ambientata nella Napoli degli anni Trenta, durante il regime fascista, la serie racconta la doppia vita di un uomo che vive sospeso tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Ricciardi infatti è dotato di un dono inquietante, il “Fatto”: riesce a vedere le vittime di morte violenta e a sentire le loro ultime parole. Una condanna che lo isola dagli altri, ma che lo guida nella ricerca della verità. Accanto a lui ritroviamo volti familiari come Maria Vera Ratti nel ruolo di Enrica, Serena Iansiti (Livia) e Antonio Milo (il brigadiere Maione), con nuovi ingressi destinati a scombinare gli equilibri del protagonista.

Dopo il successo delle prime due stagioni Il Commissario Ricciardi punta a un racconto ancora più maturo, in cui il mistero e l’amore – finalmente vissuto appieno – si intrecciano sullo sfondo di una Napoli magnetica. Lino Guanciale torna così a vestire i panni di un eroe tragico e profondamente umano, portando in TV l’anima più autentica del noir di De Giovanni. Ed è proprio all’autore dei romanzi da cui tutto ha preso il via che abbiamo chiesto di parlarci di questa nuova stagione.
Maurizio De Giovanni, Il commissario Ricciardi torna con una terza attesissima stagione. Quali sono le novità che ci attendono?
Allora, come tutti i personaggi seriali che si sceglie di non raccontare “da fermo”, quindi come cornice di singole storie che iniziano e finiscono in ogni puntata, ma che evolvono, che invecchiano, che hanno il loro corso come nella vita, questa terza stagione trova Ricciardi in un momento successivo a quanto visto fin’ora. Perché questa è la scelta che ha uno scrittore quando racconta un personaggio: può fare come Simenon che lo lascia fisso, fermo nel suo tempo immobile e cambia di volta in volta la storia che racconta, ma lui è sempre lui, con la stessa età nello stesso ufficio, con la moglie, con la casa, eccetera, o si fa una scelta, come faccio io, che è quella di raccontare i personaggi nella loro evoluzione, anno dopo anno.
Io lo faccio sia con i Bastardi di Pizzofalcone che con Mina Settembre che con Sara e naturalmente lo faccio anche con Ricciardi. Lui è ormai ha un rapporto sentimentale consolidato secondo l’uso del tempo, perché poi bisogna pensare sempre che siamo 1934, quindi in un tempo che aveva valori e situazioni sociali ben diverse dal nostro, adesso lui deve portare alla luce questo rapporto. Quindi diciamo che nel processo di educazione sentimentale di Ricciardi siamo in un momento cruciale della sua vita. È passato da una solitudine insistita, decisa, tetragona a un momento in cui si apre al prossimo perché deve sviluppare questo rapporto sentimentale con Enrica.

Dopo aver tenuto il freno a mano tirato per due intere stagioni, adesso Ricciardi si lascia andare all’amore finalmente. Quello che vedremo in questa terza stagione sarà un commissario più positivo, quindi?
Non solo per due stagioni ma anche per una decina di romanzi. Essendo uno scrittore, per me l’evoluzione di Ricciardi è letteraria prima di tutto. Comunque sarà molto, molto più aperto, molto meno fisso, anche dal punto di vista della recitazione di Lino che è straordinaria. Perché la recitazione di Lino Guanciale è veramente una grande fortuna per qualsiasi scrittore: avere Lino che recita un tuo personaggio… mi rendo conto che dal punto di vista delle spettatrici l’aspetto estetico predomina (ride, ndr), ma dal punto di vista dell’interpretazione del personaggio, del modo in cui lui indossa il personaggio è assolutamente straordinario.
Pur non essendo napoletano…
Pur non essendo napoletano, ma nemmeno Ricciardi lo è, è del Cilento, quindi anche Ricciardi vive la città diciamo da una prospettiva esterna. Quindi in questo Guanciale è perfetto.
Napoli è sempre più presente sul piccolo schermo e – dai Bastardi di Pizzofalcone a Mina Settembre a Sara – molto del merito è anche suo. Come vede questa rinascita della sua città?
Anche Resta con me è colpa mia, mi devo fare carico delle mie colpe tutte! (ride, ndr) Naturalmente scherzo ma si deve pensare alla città come un grande plus per noi che la raccontiamo, è un grande vantaggio. Napoli è un luogo che racconta storie, le ha sempre raccontate e in grande misura. Napoli è una città stretta, è uno dei luoghi più densamente popolati d’Europa (se non il più densamente popolato) quindi essendo una città stretta implica una sovrapposizione delle classi sociali.
Questa sovrapposizione e questa unica cultura che unisce le classi sociali, che non sono fisicamente separate tra di loro, è un paradiso terrestre per un narratore. Perché propone soluzioni emotive, affettive, economiche, sociali assolutamente impossibili da trovarsi altrove, in altre realtà metropolitane che invece hanno un maggiore distanziamento tra i quartieri bene e quelli popolari, diciamo così. Noi abbiamo una sovrapposizione totale e questo chiaramente implica un’effervescenza naturale che è facile raccontare. Siamo pieni di storie, lo siamo tutti: oltre le mie, anche Un posto al sole, Mare fuori, L’amica geniale, Gomorra, Noi del Rione Sanità che parte adesso. Ed è giusto che questo fatto anomalo, peculiare, caratteristico sia opportunamente esaltato, raccontato.
Girare a Napoli una fiction in costume come Il Commissario Ricciardi comporta sfide particolari rispetto a serie ambientate ai giorni nostri come I Bastardi di Pizzofalcone. Quanto è complesso ricreare fedelmente gli ambienti d’epoca e quanto è soddisfatto della ricostruzione realizzata
Io sono globalmente soddisfatto. Ci sono delle sfasature, dei piccoli errori ma derivano dal fatto che è molto complesso trovare un luogo che sia rimasto inalterato nel tempo. A quanto mi risulta hanno girato a Taranto, nel centro storico della città di Taranto che è molto simile nella pianta urbana al centro storico di Napoli ed è molto meno frequentato, quindi diciamo è più facile da ricostruire. Io sono assolutamente soddisfatto perché mi pare rispettato soprattutto il mood, la mentalità, la scala dei valori, il modo di fare dell’epoca.
Come accade spesso (pensiamo a un altro famoso commissario della tv, Montalbano) dai romanzi alla serie qualcosa cambia necessariamente: ci sono differenze sostanziali in questa 3 stagione?
Il racconto è sostanzialmente fedele, non c’è nessuna alterazione rispetto ai romanzi. Io reputo Andrea Camilleri l’assoluto maestro. Ho avuto la fortuna di essere suo amico e di frequentarlo, con Andrea Camilleri cambia tutto perché Camilleri finalmente racconta il territorio, che era una cosa che non era mai stata fatta prima. Questo racconto del territorio è poi lo schema che seguiamo tutti, quindi diciamo che Andrea Camilleri è una stella polare per tutti noi narratori del terzo millennio italiani, di romanzi neri. Questo va detto con assoluta chiarezza.
Maurizio De Giovanni, da autore pensa quindi che si sia riusciti a restituire la complessità de Il commissario Ricciardi?
Si tratta di un medium diverso che prevede una narrazione diversa. La lettura di un romanzo può durare giorni e giorni, la visione di un film dura comunque un’ora e qualcosa, quindi è ben diverso. Sono diverse le psicologie, gli approfondimenti sociali… Ma direi che il racconto in sé è rispettato, quello si.