Home Fiction Sandokan, recensione: la Tigre della Malesia di Can Yaman mescola mito e contemporaneità

Sandokan, recensione: la Tigre della Malesia di Can Yaman mescola mito e contemporaneità

La serie evento rispolvera l’eroe di Salgari: avventura classica, sguardo contemporaneo, grande messa in scena. A dicembre su Rai 1 torna Sandokan.

21 Ottobre 2025 08:24

Cinque decenni dopo l’immenso successo dello sceneggiato di Sergio Sollima che ha definito l’orizzonte esotico di un’intera generazione, Sandokan torna in TV e lo fa scegliendo una strada precisa: non la copia carbone dell’icona con Kabir Bedi, ma una rilettura che dialoga con il presente. Il progetto che vede insieme Lux Vide e Rai Fiction punta a un’avventura popolare e familiare in cui la nostalgia è un ingrediente e non il piatto unico.

La serie con Can Yaman, infatti, lavora su due binari che si inseguono: da un lato il fascino romanzesco dei mari del Sud, dall’altro un aggiornamento di sguardo sui protagonisti e sulle dinamiche sentimentali e politiche. Il risultato, fin dall’avvio, è quello di un prodotto ampio nelle ambizioni e curato nella confezione, che prova a far convivere respiro epico e fruibilità generalista.

Si torna in Malesia con il Sandokan di Can Yaman: di cosa parla la serie

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Sandokan e Marianna

Borneo, 1841. Nel pieno dell’espansione britannica, Sandokan, un pirata guidato da ideali e ferite personali solca le acque con una ciurma variegata e l’inseparabile Yanez de Gomera (Alessandro Preziosi) al fianco. Una serie di eventi lo mette in contatto con le comunità locali e con una giovane donna inglese fuori dagli schemi, Lady Marianna Guillonk (Alanah Bloor). Da qui prende forma una vicenda che intreccia formazione dell’eroe, resistenza al dominio coloniale e attrazione reciproca.

Sullo sfondo ma mai troppo lontano, l’ombra di Lord James Brooke (Ed Westwick), cacciatore di pirati e volto di un potere che non ammette ostacoli. Il racconto innesta episodi d’azione su un arco emotivo che procede per tappe, senza bruciare le svolte.

Tra Kabir Bedi e Salgari: il confronto inevitabile e un’eredità che pesa

Ogni nuovo Sandokan porta con sé due paragoni: l’immaginario televisivo forgiato negli anni Settanta e la pagina di Emilio Salgari. La serie decide di non imitare il timbro di allora, preferendo tornare alla fonte letteraria per scolpire figure e relazioni. Lo si percepisce nella costruzione dell’amicizia Sandokan‑Yanez – un riuscito mix di complicità, ironia e lealtà – e soprattutto nell’evoluzione del legame con Marianna, meno folgorante e più conquistato passo dopo passo.

La memoria dell’icona resta (luoghi, appellativi, segni riconoscibili) e non potrebbe essere altrimenti, ma l’eroe viene riletto con categorie più attuali, con uno sguardo più consapevole sulla dignità dei popoli, sull’autodeterminazione e sul ruolo attivo delle donne. È un modo, questo, per tenere insieme chi ha amato la prima incredibile versione e chi si affaccia oggi all’eroe salgariano senza bagaglio nostalgico.

Il Sandokan di Can Yaman è spettacolo all’italiana ma con respiro internazionale

La regia di Jan Maria Michelini (Doc – nelle tue mani, Blanca), affiancato da Nicola Abbatangelo, lavora su un equilibrio non scontato: coreografie d’azione leggibili e una grandeur visiva che non soffochi i personaggi. Set costruiti con cura, navi a grandezza reale, uso consapevole della virtual production per mari e tempeste, e un mosaico di location che spazia dagli studi a paesaggi capaci di restituire calore tropicale. La fotografia predilige una tavolozza terrosa, avvolgente, mentre i costumi raccontano status e appartenenza senza appesantire l’occhio. Il ritmo, nella serie, è tutto e predilige la progressione del feuilleton, con assalti, inseguimenti, duelli all’arma bianca inseriti a intervalli regolari. Abbastanza movimentato per accendere l’adrenalina, senza però trasformare ogni episodio in un climax di sola azione.

Gli interpreti: carisma, ironia e una Marianna finalmente protagonista

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Sandokan Alessandro Preziosi

Can Yaman sceglie un Sandokan di corpo e di sguardo: fisico preparato, movimenti misurati, leadership che si impone più per magnetismo che per declamazioni. L’attore lo ha sottolineato in conferenza stampa alla Festa del Cinema di Roma 2025: “All’inizio mi preoccupavo soprattutto dell’aspetto fisico, di essere all’altezza delle scene d’azione, ma poi il regista mi ha spiegato che il lato emotivo era più importante. È stato questo a mettermi in difficoltà, perché è un uomo altruista, sofferente, ascetico, non c’erano scene facili. Interpretarlo mi ha fatto crescere, è stato come prendere la laurea da attore“.

Il personaggio trattiene una quota di tormento e principi, ed è questo a distinguerlo: un pirata che diventa simbolo, eroe, senza perdere il lato umano. Alessandro Preziosi veste Yanez con un’ironia da corsaro elegante: battuta pronta, spavalderia controllata, un tocco di scanzonata leggerezza che fa da contrappunto all’eroismo del protagonista. La loro intesa è una delle molle narrative più piacevoli: quando i due condividono la scena, la serie trova il suo ritmo naturale.

Sul versante sentimentale, Alanah Bloor ritrae una Marianna diversa dal cliché della “perla da salvare”: curiosa, determinata, capace di rischiare, di discutere e, quando serve, di sporcarsi le mani. Non è un accessorio narrativo, come in passato, ma una donna a tutto tondo, moderna e consapevole. In controluce si staglia Lord James Brooke interpretato dall’Ed Westwick di Gossip Girl: fascino ambiguo, seduzione e un’idea di potere che passa anche dal desiderio. È un antagonista meno monolitico del previsto, e proprio per questo più interessante.

Un’avventura classica con la sensibilità contemporanea: Sandokan ci stupirà

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Sandokan Ed Westwick

La serie utilizza l’avventura come veicolo per temi che restano attuali, in primis le conquiste e le sopraffazioni, ma anche amicizia e lealtà, libertà e appartenenza. Il discorso è chiaro ma non didascalico, con dialoghi che evitano l’enfasi e cercano una naturalezza accessibile al pubblico generalista. Spicca un’attenzione nuova al punto di vista femminile – non solo Marianna, ma anche altre figure alleate – e una cura musicale che gioca sul filo della memoria senza cadere nel vintage calligrafico. La colonna sonora, infatti, è quella entrata nel mito negli anni ’70 (e non poteva essere altrimenti) ma rivista e riadattata dai Calibro 35.

Il risultato è un racconto per famiglie che tratta i suoi spettatori da adulti, e li invita a ritrovare il piacere del romanzo d’avventura senza rinunciare a uno sguardo del presente.

Perché vale la visione su Rai 1

Perché è un ritorno che ha qualcosa da dire. Non si tratta di un santino di repertorio, ma di un titolo d’intrattenimento ampio che aggiorna un classico senza snaturarlo. Chi porta nel cuore lo sceneggiato con Kabir Bedi ritroverà suggestioni e dettagli riconoscibili, chi invece arriva senza conoscere la storia incontrerà un eroe credibile, romantico e politico quanto basta, pronto a parlare di coraggio e libertà con linguaggio pop. E, soprattutto, ritroverà quel piacere semplice e raro: sedersi e farsi portare lontano da una storia ben raccontata.