Paolo Ruffini, l’intervista a TvBlog: “Siamo in un Paese che non capisce gli scherzi. Il Babysitter? Mi dissero che in tv i bambini non funzionavano”. E su Paolo Bonolis…
TvBlog incontra Paolo Ruffini e con lui dialoga su bellezza, arte e spiritualità. Lo showman si racconta prima del tour teatrale.
Attore, regista, scrittore e produttore, Paolo Ruffini vive di arte e ne è orgoglioso, sensibilizza tematiche che gli sono a cuore, parla di bellezza, di fede, di credenze che sembrano essere spesso perdute. Lo fa con l’ironia che lo ha sempre contraddistinto, non mentendo mai a sé stesso e restando fedele ai valori più importanti. In questa intervista a TvBlog, parla del suo ritorno a teatro con il tour Din Don Down, realizzato insieme ad attori affetti da Sindrome di Down, ma anche dello show e podcast Il Babysitter, durante il quale dialoga con i bambini come se fossero adulti. Poi svela qualche aneddoto sul futuro, il ritorno in casa Mediaset e l’avvio di un nuovo progetto. E sull’incontro con papa Leone XIV, durante l’udienza generale e fatto insieme ai ragazzi di Din Don Down, dice: “Si può scherzare anche su Dio, purché lo si faccia con rispetto, e io lo trovo meraviglioso“.
Il suo lavoro sembra dimostrare che non c’è vera comicità senza un messaggio, e che il messaggio più profondo spesso ha una dimensione spirituale. Questo si vede chiaramente in Din Don Down, dove il palco diventa un luogo quasi “sacro” di incontro e accettazione. Come ha coltivato questa unione tra risata, umanità e spiritualità?
Senza accorgermene. Penso che si riesca subito a scoprire la verità delle cose, perché credo che nella sincerità ci siano degli enzimi in grado di sconfiggere la perfezione dell’intelligenza artificiale. Con quest’ultima è impossibile creare qualcosa di autentico, perché non esiste la “sensibilità artificiale“. Sono quindi riuscito a coltivare questa unione proprio con la sensibilità, che per me è un dono che abbiamo tutti e che va allenata, mettendola insieme ad altri condottieri che sono coraggio e intraprendenza. Ad esempio, quando ho visto Enzo Iacchetti nello studio di È Sempre Cartabianca, ho compreso subito la sua sincerità; è un uomo che lotta per il tema che gli sta a cuore.
Io credo quindi che Din Don Down sia un prodotto autentico, reale, sincero e che proprio per questo non vadano dosati gli ingredienti della comicità e della spiritualità. È una minestra che funziona nella sua interezza, oltre che uno spettacolo che nasce con il cuore e con tanta incoscienza.
Il palco è un luogo dove la finzione e la realtà si fondono. Per gli attori di Din Don Down, quanto la loro esperienza di vita personale si riversa nella performance?
Gli attori fanno parte della Compagnia Mayor Von Frinzius e durante lo spettacolo si vede molto del loro vissuto personale. Posso ad esempio raccontare un aneddoto che riguarda il mio collega e amico Andrea Lo Schiavo. In una tappa del tour, ha improvvisato una scena che non era nel copione. In prima fila c’erano infatti delle persone affette da disabilità, con la sedia da rotelle, e lui ha detto ad una persona del pubblico “Alzati e cammina!“. È stato un momento unico.
Nel pubblico resta questa spontaneità…
A restare è soprattutto l’idea di partecipare ad un’esperienza che non è replicabile. Io non credo nel teatro che si replica. Per me il teatro è la forma più urgente di comunicazione: difatti il cinema è in crisi nera di questi tempi, il teatro è florido. È questa la sua grande fortuna, sin dai tempi della caverna di Platone: ha l’obbligo – quasi l’urgenza – di attraversare una soglia e di farsi prendere in giro consapevolmente con storie che possano essere realistiche, in cui tutti mentono ma non sono mai falsi. Il teatro ha questa magia.
Qualche giorno fa ha partecipato all’udienza generale di Papa Leone XIV insieme ai ragazzi di Din Don Down. Cosa ha significato per lei questo momento, dove l’arte e la fede si sono incontrate?
Lui è un Papa che stiamo cercando tutti di conoscere e che penso abbia ereditato un lascito importante dal Papa rivoluzionario che è stato Francesco. Credo che lui sia su quelle stesse orme e che non abbia fretta di doverci dimostrare qualcosa, come noi tutti pretendiamo. È molto mite e non ha l’inventiva dialettica che aveva Francesco ma, nella sua mitezza, ha detto cose importanti sulla guerra e sul conflitto israelo-palestinese. Dal punto di vista personale, credo che continui su quella rivoluzione che ha fatto Francesco e cioè sull’idea che Dio sia molto meno permaloso di tante associazioni di categoria con cui noi ci scontriamo ogni giorno. Bergoglio ha lasciato questo monito: si può scherzare anche su Dio, purché lo si faccia con rispetto, e io lo trovo meraviglioso.

Ricordo quella poesia di San Tommaso D’Acquino che lesse per i comici italiani: “Fammi la grazia di capire gli scherzi, perché abbia nella vita un po’ di gioia e possa comunicarla agli altri”. La più grande pugnalata l’ha data un Papa, citando una preghiera: noi siamo in un Paese che non è più buono e che non capisce gli scherzi; quando un territorio mette al bando la satira, vuol dire che è finito. Intervistando i bambini, scopro spesso che alcuni di loro chiedono a Google se esiste Babbo Natale: è un mondo che è finito. La guerra c’è sempre stata, ma la speranza l’uomo l’ha sempre coltivata. Quello che mi fa più terrore è la disperazione, l’ineluttabilità della morte della fede. Temo la parassia e il nichilismo. La miscredenza è tra l’altro una cosa che non può riguardare dei bambini di sette anni.
Secondo lei, esiste un modo per salvarci da tutta questa indifferenza?
Noi siamo in un periodo in cui il web viene messo al pari della scoperta del fuoco, ed è una scoperta che al momento viene destreggiata più dai bambini. C’è una dicotomia educativa straordinaria: mentre un bambino chiede ai genitori come si accende il fuoco, nessuno di loro domanda come funziona un IPad. Ci troviamo quindi in un momento in cui dobbiamo cercare di destreggiarci nelle scoperte tecnologiche, cercando di aumentare la cultura. Bisogna dare più valore alle scuole, facendo in modo che i ragazzi possano studiare la storia del nostro Paese fino alla nostra epoca, cosicché all’età di 18 anni diano un peso a quella X messa in sede elettorale. Da lì in poi, iniziare a capire e discernere ciò che è vero da ciò che non lo è, concependo il fatto che si può sbagliare. Siamo in un’epoca in cui non si concede nessun errore. Secondo me, i prossimi cinque anni saranno decisivi per formarci culturalmente, sia nel visivo che a livello intellettivo.
Un grande impatto ha appunto avuto lo spettacolo e il podcast Il babysitter, che vede protagonisti i bambini. Cosa porta a casa quando ha a che fare con l’innocenza dei piccoli attori?
Una visione smaliziata e pura. Noi siamo gli ingenui, che usiamo troppe infrastrutture su pensieri semplici. I bambini hanno invece la capacità di dire le cose scomponendole per quelle che sono. Ad esempio, ho chiesto ad una bambina cosa fosse per lei il futuro e mi ha risposto: “È il presente in un secondo“. Oppure, un altro mi ha detto: “Perché i vecchi si chiamano vecchi, e i bambini non si chiamano nuovi?“. Con loro ho la possibilità di parlare con esseri umani che sentono quelle parole che noi utilizziamo con sufficienza, e che e danno loro un peso. Si interrogano sul significato delle cose, si fanno delle domande che noi non ci facciamo più.

Ci tengo inoltre a dire che Din Don Down parla della fede in Dio, mentre Il Babysitter della fede in Babbo Natale. Chiediamo al pubblico di venire con la letterina a Babbo Natale, con i loro desideri, e io li svelo in un momento di improvvisazione e cerco di parlarne sul palco.
Ha mai pensato di proporre l’idea del Babysitter in tv? Potrebbe mai diventare un format televisivo in futuro?
Il Babysitter nasce da una mia proposta televisiva fatta anni fa, ma all’epoca mi dissero che i bambini non funzionavano in televisione. Alla fine il progetto ha avuto un successo straordinario sul web. So che ora faranno Chi ha incastrato Peter Pan? e auguro buon lavoro ai The Jackal. In tv c’è stata una versione simile: con Paolo Bonolis ne ho parlato spesso. La lusinga più grande che ho avuto per Il Babysitter è stata quando Bonolis è venuto da me in radio e mi ha detto che lo guarda e che gli piace moltissimo. In realtà è un format che non ha l’ansia di dover far ridere: io chiedo ai bambini chi è Dio, cosa ne pensano della morte, trattandoli come se fossero adulti. La mia formula è quella e rimarrà sui social.
Futuri progetti da raccontarci?
Sto scrivendo un altro libro, che si chiamerà Benito, presente!. In radio continuerò con Radio Up&Down, in onda su Radio 24: con me c’è Federico Parlanti, che è felicissimo di essere lo speaker radiofonico con la sindrome di Down più famoso al mondo.
In più lancerò sui social un nuovo podcast, che si chiamerà Mamme. Parleremo di mamme con famiglie numerose, mamme che hanno perso un figlio, in carriera, che hanno rinunciato al lavoro. La mamma è tra l’altro la cosa più vicino a Dio sulla Terra. Parteciperò inoltre a Zelig On e questa è per me una soddisfazione bellissima. Abbiamo già iniziato le prove, non so quando andrà in onda. La famiglia di Zelig è meravigliosa, mi ha accolto a braccia aperte e c’è una grande stima. Dopo dieci anni di Colorado, arrivare a Zelig è come il raggiungimento di un nuovo traguardo. Tra l’altro, si è riaperta una collaborazione con Mediaset, che è sempre stata casa mia e sono quindi orgoglioso di tornare a Cologno Monzese. Io penso che al momento ridere sia davvero un tema serio: significa fare cultura ma anche conciliarsi.
E unire…
E dire che le mani si tengono in tasca, che si è sempre a favore della pace.