Home Interviste In altre Parole, intervista a Massimo Gramellini: “La tv tira fuori un pezzo di anima, è più vera di quanto pensassi. La7? È un luogo di fiducia, non morirà mai”

In altre Parole, intervista a Massimo Gramellini: “La tv tira fuori un pezzo di anima, è più vera di quanto pensassi. La7? È un luogo di fiducia, non morirà mai”

TvBlog ha incontrato Massimo Gramellini, conduttore del format di La7 In altre Parole, in onda ogni sabato sera a partire dal 13 settembre.

13 Settembre 2025 10:17

Massimo Gramellini non ha bisogno di presentazioni. Scrittore, giornalista e personaggio televisivo. Punto di riferimento nel panorama culturale e giornalistico italiano, con una penna che è da sempre in grado di toccare le corde più profonde del lettore. A partire dal 13 settembre, torna nel piccolo schermo con il programma In altre parole, in onda ogni sabato sera su La 7. In questa intervista a TvBlog, Gramellini ripercorre il suo giornalismo, raccontando le tappe più significative di una carriera che ha costantemente posto al centro la bellezza e la ricerca di un amore autentico, capace di andare oltre la superficie.

Lei lavora da anni in giornali storici come La Stampa e il Corriere della Sera. Quali sono, a suo avviso, le differenze fondamentali tra il modo in cui i media tradizionali e i nuovi media online trattano l’attualità e la narrazione delle storie?

Personalmente non vivo le testate in base al fatto che siano cartacee oppure online. Per me si tratta di un unico mondo, all’interno del quale faccio le mie scelte, leggo quello che mi interessa, stabilisco dei rapporti. Per me è una questione di fiducia: io leggo le persone di cui mi fido, anche se non la pensano come me, ma ho stima di loro e mi confronto con un’opinione diversa dalla mia. Il vero problema di oggi è uno solo: stiamo diventando tutti tifosi. Quando la mia squadra fa goal, è sempre goal, ma quando segna la squadra avversaria allora è fuori gioco e il goal va annullato. Non abbiamo equilibrio, anche per via dei social, che hanno la caratteristica di esaltare questo aspetto. C’è chi, come me, si sforza di raccontare le cose facendo notare come la realtà sia grigia, ma questo diventa spesso difficile. Tutti vorremmo che la realtà fosse bianca o nera, e che di ogni cosa si potesse dire: questi sono i buoni e questi i cattivi. La verità è però più complicata di così.

Non solo giornalismo, lei è sempre stato apprezzato anche in qualità di scrittore. Nei suoi romanzi si parla di temi universali come la perdita, l’amore e la ricerca di sé. Quanto di questo desiderio di esplorazione interiore nasce da un’esigenza personale e quanto dalla volontà di offrire al lettore una chiave di lettura del mondo?

Per me l’aspetto sentimentale della vita viene sempre molto sottovalutato. Non mi piace l’uso della parola “narrazione” perché negli anni è stata sprecata, inflazionata e usata talmente tanto che alla fine ha perso il suo significato originale. Se io dico che ogni giorno vengono uccisi migliaia di bambini a Gaza, questa notizia ha un effetto devastante ma alla fine resta in superficie. Se invece parlo di una pediatra di Gaza che, mentre sta operando dei bambini, viene a sapere che i suoi nove figli sono stati uccisi da una bomba che ha colpito la sua casa, questa diventa – per chi ascolta – una storia, non più un numero. A me piace la realtà quando ha nome e cognome. Uno dei problemi che ha oggi la realtà – vista dai social – è invece la disumanizzazione dell’avversario, che era un po’ quello che succedeva ai tempi del terrorismo. Le brigate rosse colpivano delle persone ma per loro non erano dei padri o figli, ma dei simboli. I social hanno contribuito a disumanizzare l’altro.

Secondo lei, la distruzione avviene proprio per questa incapacità di ascoltare le storie degli altri?

Le guerre ci sono sempre state; la storia dell’umanità è piena di massacri. Ognuno è convinto di vivere nel periodo peggiore ma, se si apre a caso un libro di storia, si leggono di genocidi e distruzioni. Io sono in realtà ottimista perché vedo un lentissimo miglioramento. Inevitabilmente, i social velocizzano le cose. È tutto talmente manipolato che diventa molto difficile, per noi utenti, credere in quello che si legge.

Come ha affrontato invece il passaggio dalla solitudine della scrittura alla visibilità della televisione? 

Sono due mondi abbastanza diversi. La scrittura è il mio mondo: se io trascorro tre giorni senza scrivere, mi sento male. Nel contesto televisivo, non mi sento di essere come i veri conduttori che avvertono la nostalgia di quella lucetta rossa quando non sono in uno studio. Mi accosto alla tv con uno spirito divertente: quando mi renderò conto che la televisione sarà per me diventata un lavoro, non più un divertimento, allora lascerò. Ho scoperto però in questi anni che la tv è in realtà molto sincera: contrariamente a quello che si pensa, la telecamera non inganna.

massimo gramellini intervista
Intervista a Massimo Gramellini – tvblog.it

Si può anche arrivare in onda con una maschera ma, dopo dieci minuti, quella maschera non c’è più. È impossibile nascondersi. Anche se sembra tutto finto, quello che succede in studio è vero, e me ne sono reso conto tante volte. La telecamera tira fuori insomma un pezzo di anima, e questa cosa mi ha molto sorpreso. I grandi attori sono spesso diversi da come appaiono al cinema, mentre i conduttori tv sono identici. Li ho conosciuti tutti, ho intervistato Mike Bongiorno o Pippo Baudo, ed erano uguali a come apparivano in onda. Sul palco di Sanremo, Baudo era ad esempio identico rispetto a quando camminava con me lungo l’isolato del quartiere di Prati, dove aveva il suo studio.

La tv e la scrittura hanno infatti un elemento in comune, quello di essere senza filtri.

È vero, la scrittura è così. Io posso anche partire con un’idea ma, mentre scrivo, ne esce un’altra che è ancora più mia di quella che avevo originariamente pensato. Si tratta di un’idea che è stata tirata fuori proprio dalla scrittura, che era lì ma non sapevo nemmeno io che ci fosse.

La storia la si scopre proprio scrivendola…

Esattamente. Questo succede anche nel grande cinema, quando si ha un copione scritto e una sceneggiatura, ma alla fine l’attore improvvisa. L’altro giorno ho rivisto con mia moglie il film Pretty Woman e mi sono reso conto che c’è una scena in cui lui fa vedere a lei un gioiello, chiude la scatolina e lei ride. Quel momento non era in realtà previsto dal copione ma è stato totalmente improvvisato; eppure è diventato quasi iconico perché ha tirato fuori un aspetto del carattere di entrambi i protagonisti. Insomma, la vita ci sorprende sempre.

Lei è il protagonista del talk di La7 In altre Parole, che sta per tornare con una nuova edizione. Anticipazioni da farci?

Un programma cambia molto di più tra la prima e l’ultima puntata della stessa stagione, piuttosto che tra l’ultima puntata della stagione precedente e la prima della nuova. Ci saranno moltissimi ospiti e presenze costanti, tra cui anche Donato Carrisi. Noi non abbiamo mai affrontato gialli, ma con lui potremmo permetterci di parlare anche di quello. Si può tra l’altro dire che le argomentazioni affrontate cambiano in base al periodo storico in cui stiamo vivendo: qualche anno fa, sarebbe stato impossibile parlare di politica estera, perché agli italiani non sarebbe interessato.

massimo gramellini intervista
Intervista a Massimo Gramellini – tvblog.it

Ora è invece tra gli argomenti più gettonati: Trump interessa di più al pubblico rispetto a tutti gli altri politici italiani. Chi lo sa, quindi, come sarà tra tre mesi il racconto televisivo!? Noi abbiamo la fortuna di avere la rete giusta e di avere un format fatto di parole e che si adatti a tutto. Quest’anno la nostra principale novità sarà quella scenografica: ci sarà una grafica che ci permetterà di avere sott’occhio la parola di cui stiamo parlando in quel momento, e sarà una grande fortuna.

Un titolo che suggerisce il desiderio di andare oltre la superficie. In veste di ideatore e conduttore, qual è il suo obiettivo?

Noi nasciamo dieci anni fa in Rai, come costola spin-off di Che Tempo Che Fa, con il titolo Le parole della Settimana. Passando a La7 e diventando prima serata, c’è stato il bisogno di cambiare il titolo. Con In Altre Parole, per me è come dire: “Vi raccontiamo le cose a modo nostro, con altre parole, in un altro modo“.

Gli ospiti del suo programma sono molto vari: giornalisti, scrittori, cantanti, attori. In che modo cerca di far emergere la loro “verità dell’animo” in un contesto televisivo?

Noi facciamo una prima parte di attualità e, dopo le 10.30, cerchiamo di cambiare tono e rallentare un po’, andando più in profondità. Il 13 settembre avrò il Procuratore Gratteri, con cui parlerò prima di mafia e giustizia. Dopodiché, gli potrò anche chiedere – ad esempio – se si ricorda il suo primo giorno di scuola, in modo da tirare fuori cose più sorprendenti da personaggi che siamo abituati a conoscere solo per il loro lavoro. Io sono sempre stato un amante della seconda serata: per me la tv era Renzo Arbore e Maurizio Costanzo, quella che andava in onda dopo le 10. Noi vorremmo introdurre quest’anno quel tipo di umore, che si rallenti un po’ e che vada più in profondità. Costanzo poteva fare delle cose perché andavano in onda alle 11 di sera, e vorremmo riprendere quel tipo di tv. Ci rivolgiamo al pubblico che è davanti alla tv a quell’ora e ci piacerebbe fargli compagnia con pensieri di nostalgia, proprio come si fa tra amici a quell’ora lì.

Il sabato sera è tradizionalmente un prime-time dedicato all’intrattenimento più leggero. Con In altre parole, lei ha scelto di proporre un formato di talk e approfondimento. Questa scelta è una scommessa o ritiene che ci sia un pubblico che, proprio il sabato sera, cerca un’alternativa più riflessiva rispetto ai programmi tradizionali?

Noi siamo nati sulla scia di Che Tempo che Fa, ma all’epoca la tv era tutta soltanto divertimento. Credo che sia la prima volta in cui sia stato pensato – per il sabato sera – un programma fatto di parole, dato che quel momento lì è solitamente dedicato ai corpi: si canta, si balla, ci si diverte. Noi cerchiamo di introdurre le parole proprio per proporre qualcosa di diverso: in settimana ci si approccia alla tv di parola con un altro spirito.

In un mondo fatto di eccessiva apparenza, pensa che in qualche modo sia ancora possibile riportare al centro del contesto televisivo la profondità del linguaggio e l’autenticità delle storie?

Io lavoro in una rete che è dedicata molto alle parole, agli approfondimenti e alla divulgazione. Noi continuiamo a credere in questo spirito, che a mio parere non morirà mai: ci sarà sempre bisogno di parole. Più aumentano gli impulsi dati dai social o dai giornali, più si ha bisogno di andare in qualche luogo di fiducia in cui restare. Da spettatore ne sento il bisogno: noi abbiamo la fortuna di avere un pubblico che ci assomiglia, che è come noi. Siamo a nostra volta spettatori del nostro programma, e facciamo quello che vorremmo vedere.

Futuri progetti in corso? Nuove pubblicazioni da raccontarci?

Tra un mese esce il mio nuovo libro, che mi accompagnerà per tutta la stagione. I progetti sono tanti e mi ritengo soddisfatto. Ogni mattina mi sveglio e ringrazio sempre quello che mi è capitato nella vita, perché faccio il lavoro che amo. Tante persone non riescono ad esprimere il talento, grande o piccolo che sia. A me invece è successo. Fra il giornale e la tv, sono quindi piuttosto impegnato: in più ho un figlio di 6 anni e mezzo, che è per me il programma più importante di tutti. Nella mia vita, il vero “prime time” è lui.