Home Interviste Rula Jebreal, intervista a TvBlog: “La mia missione? Restituirvi le verità che contano. La società civile italiana merita un giornalismo coraggioso e libero”

Rula Jebreal, intervista a TvBlog: “La mia missione? Restituirvi le verità che contano. La società civile italiana merita un giornalismo coraggioso e libero”

TvBlog incontra la giornalista e attivista Rula Jebreal, in occasione dell’evento letterario Lungomare di Libri che si terrà a Bari.

25 Giugno 2025 18:01

Nata in Israele da genitori palestinesi e naturalizzata italiana, Rula Jebreal è un vero pilastro del giornalismo mondiale. Negli anni ha lavorato per molte redazioni italiane, collaborando anche con La7 e con il programma AnnoZero di Michele Santoro. È inoltre un’analista di politica estera e si occupa attivamente di diritti umani e questioni legate all’immigrazione. Ha insegnato giornalismo e comunicazione all’Università di Miami ed è stata consigliera per la parità di genere per il G7. Nel 2020 ha partecipato al Festival di Sanremo 2020, condotto da Amadeus, in qualità di ospite. Il suo ultimo libro si chiama Genocidio – Quello che rimane di noi nell’era neoimperiale e sarà presentato il 27 giugno a Bari in occasione del Lungomare di Libri, curato dal Salone Internazionale del libro di Torino, Città di Bari e Regione Puglia.

In questa intervista a TvBlog, Jebreal racconta il suo punto di vista sul conflitto di Gaza, sui genocidi e su quanto le parole abbiano avuto sempre un forte impatto nella sua vita e nella sua battaglia sociale. A tal proposito, dice: “Quando evitiamo di chiamare un genocidio per quello che è, permettiamo che continui“.

Io amo le parole. Venendo dai luoghi di guerra, ho imparato a credere alle parole e non ai fucili”. Lo ha detto nel monologo recitato durante la sua ospitata al Festival di Sanremo 2020. In che modo queste parole, e la capacità di veicolare messaggi così forti, sono state per lei un mezzo non solo per esprimere, ma per combattere attivamente la guerra e le sue ingiustizie?

Tutti i genocidi iniziano con le parole: la disumanizzazione e criminalizzazione collettiva della popolazione presa di mira. Un processo che inizia con l’eliminazione dell’umanità di un gruppo, identificandolo come una minaccia esistenziale. Animali umani, bestie, zanzare, scarafaggi. Le parole sono fondamentali perché determinano l’azione. Quando evitiamo di chiamare un genocidio per quello che è, permettiamo che continui. Termini come “crisi umanitaria” o addirittura “crimini di guerra” possono funzionare come eufemismi che non riescono a far scattare gli imperativi morali e legali che il genocidio richiede. Il potere di dare un nome determina la comunità internazionale che si mobilita per fermare lo sterminio in corso o si limita a gestirne le conseguenze.

Il suo percorso di vita l’ha portata dalla Palestina all’Italia e poi negli Stati Uniti. Come hanno influenzato questi spostamenti la sua identità e la sua capacità di osservare e commentare le dinamiche globali?

Conosco molto bene le tre culture: italiana, americana e mediorientale. Parlo italiano, inglese e arabo, e questo mi ha permesso di avere una prospettiva unica, grazie anche alla conoscenza profonda della storia, della politica e della società.

Il ruolo di giornalista richiede oggettività e distacco; quello di attivista una spiccata sensibilità. Come concilia le due attività? Ritiene che ci siano punti in comune tra di loro?

La missione dei giornalisti è raccontare la verità e i fatti ben documentati. Il mio impegno è raccontare, indagare, spiegare. Il giornalismo è servizio pubblico e la mia missione è restituire a voi, cittadini, le verità che contano. Oggi raccontare i fatti, raccontare la verità sul genocidio a Gaza e sui suoi complici, sono atti rivoluzionari. Israele ha ucciso 232 giornalisti palestinesi, eppure i propagandisti italiani istigano letteralmente alla violenza contro l’unica Giornalista palestinese nei media italiani.

Il suo ultimo libro è Genocidio – Quello che rimane di noi nell’era neoimperiale. Un titolo molto forte e diretto. Qual è stato il suo intento?

⁠Si urge firmare il genocidio coloniale in Palestina e prevenire la globalizzazione della dottrina barbarica sganciata a Gaza. La “Gazificazione “dell’ordine mondiale.

Lei ha affermato di scrivere affinché le sue parole possano impedire che quanto sta accadendo a Gaza diventi un modello replicabile altrove. Quali dinamiche rendono possibile questa esportazione e in che modo il suo libro cerca di contrastarle?

⁠La Palestina è un’anticipazione dei destini dell’umanità, è il paradigma del futuro che aspetta tutti i popoli del sud globale. Siamo davanti ad un bivio: la scelta tra un futuro di coesistenza oppure uno di colonizzazione, che significa guerre infinite, pulizia etnica e sterminio.

rula jebreal intervista
Intervista a Rula Jebreal – tvblog.it

Serve una difesa ad oltranza del diritto internazionale, servono sanzioni paralizzanti e un embargo di armi completo ma serve soprattutto processare i mandanti del genocidio e i loro complici. Serve un altro processo stile Norimberga.

Come pensa che l’informazione italiana stia affrontando la questione palestinese?

Tranne pochi casi eccezionali di colleghi coraggiosi, la copertura mediatica del Genocidio a Gaza mi ricorda molto Radio Rwanda, condannata per incitamento al genocidio. C’è molto propaganda becera, giustificazione dei crimini di guerra, disumanizzazione e mistificazione. Non è normale che io sia l’unica giornalista palestinese invitata nei talk italiani. La società civile italiana merita la verità, merita un giornalismo coraggioso e libero.