Nino Benvenuti, il documentario su Rai 2: l’intervista al regista e al produttore. “I giovani devono ispirarsi alla sua storia per arrivare agli obiettivi che sognano”
Stasera va in onda su Rai 2 Nino Benvenuti – Una leggenda italiana. TvBlog ha incontrato il regista e il produttore del documentario.
Campione del mondo e nella vita. Nino Benvenuti nasce a Isola d’Istria nel 1938, ma rinasce una seconda volta qualche anno dopo, quando diventa tra gli atleti più acclamati del pianeta, dimostrando ogni giorno di avere il modus operandi di chi crede nei valori e li porta a termine fino in fondo. Il pugile non era solo un paio di guantoni, ma soprattutto la bicicletta con cui doveva raggiungere Trieste per allenarsi: 60 km – andata e ritorno – per darsi l’opportunità di sognare. Una vita piena e una forza manifestata non solo sul ring. Stasera 20 giugno va in onda, in prima serata su Rai 2, Nino Benvenuti – Una leggenda italiana. Il documentario – costruito tutto attorno alla sua storia – è diretto da Tommaso Cennamo e vede la produzione di Moviheart (Massimiliano La Pegna), in collaborazione con Rai Documentari, con il patrocinio morale del Coni e con il patrocinio gratuito di FPI.
La vera storia di Nino Benvenuti in un prodotto Rai
Il 17 aprile 1967 la Rai decide di trasmettere, solamente via radio, l’incontro del secolo tra il campione Emile Griffith e il giovane italiano Nino Benvenuti per il titolo mondiale dei pesi medi. 18 milioni di italiani restano svegli per seguire questa impresa leggendaria. Quella dell’atleta per il pugilato è una passione ereditata da papà Fernando, che trasmette al ragazzo – appena 13enne – il desiderio di misurarsi con uno sport che, nella città di Trieste, aveva già fatto nascere campioni come Tiberio Mitri e Duilio Loi. Si iscrive all’Accademia pugilistica italiana e lì muove i suoi primi passi in un mondo che all’inizio gli è misterioso ma che si manifesta alla fine essere un percorso straordinario.

Nel 1951 – immediato dopoguerra – inizia l’esodo della gente istriana tra cui la famiglia Benvenuti. Il 1954 è invece l’anno del ricongiungimento di tutti i familiari, ma anche l’inizio della sua carriera da dilettante che lo vede arrivare in nazionale nel 1955. Tante vittorie, poche sconfitte ma soprattutto il sogno di combattere anche in un periodo pieno di sofferenze. Nel 1965 Nino perde sua madre e viene scartato dall’allenatore della nazionale per i Giochi Olimpici di Melbourne. Poi la vittoria agli Europei di Praga, a quelli di Lucerna, l’oro alle Olimpiadi di Roma, il titolo mondiale superwelter, quello dei pesi medi, il ritiro dal pugilato professionistico nel 1971. Cosa ci insegna la sua storia? A rispondere è il regista: “L’impegno e la costanza possono portare a traguardi che non ci si aspetta di raggiungere“.
Le parole del produttore Massimiliano La Pegna
“Ho sempre amato raccontare le storie di italiani che hanno reso l’Italia grande in tutto il mondo“, ha esordito il produttore cinematografico Massimiliano La Pegna, fondatore di Moviheart, che negli anni ha anche prodotto contenuti televisivi dedicati a Enrico Piaggio, Luisa Spagnoli ed Enzo Tortora. Futuri progetti? Al momento è in programma un documentario su Pietro Mennea, con la collaborazione della moglie dell’atleta, le cui riprese inizieranno a settembre. In questa intervista a TvBlog, racconta tutto quello che c’è dietro un documentario che ha soprattutto il fine di far conoscere ai giovanissimi la storia di un uomo che ha contribuito a rendere lo sport italiano quello che è oggi.
Qual è la sfida più grande del costruire un film attorno a una storia realmente esistita?
Per me è sempre molto difficile perché, mettendoci anima e corpo in ogni progetto, mi rendo conto che è necessario avere i mezzi e gli strumenti adatti per realizzarlo in modo impeccabile. Per portare una ricostruzione storica di un film o documentario sul piccolo o grande schermo, occorre avere i giusti investimenti. Si deve raccontare la storia di una persona che ha vissuto realmente, e non è un’impresa facile. Si deve in primis instaurare un rapporto con i familiari ma anche con il pubblico. La responsabilità è maggiore rispetto a quando si inventa una storia con una sceneggiatura creata da zero, perché bisogna dare credibilità a chi guarda il prodotto.
Cosa ci insegna la storia di Nino Benvenuti?
Il pugilato era all’epoca lo sport più importante insieme al ciclismo e al calcio. Il governo decise di non trasmettere in tv l’incontro tenutosi alla Madison Square Garden, ma di farlo ascoltare solamente via radio. Questo evento attirò l’attenzione di 18 milioni di spettatori. Lui era un personaggio amato, semplice, che da ragazzino prendeva la bicicletta e si faceva 60 km andando a Trieste per allenarsi. La sua storia ci insegna che, se si vuole raggiungere un obiettivo, bisogna lavorare sodo.
Qual è l’obiettivo del progetto?
Vorrei che questo documentario vada nelle scuole. I ragazzi non conoscono questo personaggio e ad oggi nessuno ha mai pensato di realizzare un prodotto dedicato a lui.
Aspettative? Quale pensa che sia la reazione del pubblico?
Io so benissimo che questo progetto avrà anche un ottimo riscontro di pubblico all’estero, perché è uno sportivo che ha avuto un impatto internazionale. Spero che i risultati siano buoni; dopo la messa in onda su Rai 2 il film non finisce qui: ci sarà Rai Play e ci saranno i diversi festival a cui il documentario parteciperà. Ho la speranza che il film abbia una vita più lunga possibile. Il messaggio che abbiamo voluto dare? Si deve amare il proprio lavoro, sia nello sport che nella vita. Nonostante gli sforzi e la fatica che ha fatto, Nino è stato fortunato a lavorare con la propria passione.
L’intervista al regista Tommaso Cennamo
A dirigere il progetto Rai è stato il regista Tommaso Cennamo, che nel corso degli anni si è occupato spesso di documentari che parlano di giustizia, memoria storica e grandi personalità. “Unisco rigore narrativo e sensibilità artistica per rendere la cultura viva, accessibile e coinvolgente“, dichiarato sul suo sito web ufficiale, dimostrando appieno la precisione e la cura dei dettagli evinta in ogni suo lavoro. In questa intervista a TvBlog, parla del progetto su Nino Benvenuti e di cosa significhi essere al timone di una storia realmente esistita.
Dove nasce l’esigenza di parlare in un film di un grande sportivo come Benvenuti?
La storia di Nino Benvenuti non è solo una storia di un grande campione, ma è soprattutto una grande storia di vita. Lui ha avuto un percorso ricchissimo di eventi che lo hanno forgiato e lo hanno trasformato nel campione che era. In primis, ha vissuto un’adolescenza con l’esodo istriano: la famiglia è stata cacciata dalla propria Terra e il fratello è stato imprigionato perché aveva cantato in osteria Fratelli d’Italia. La boxe è stata la sua ancora di salvezza, perché grazie a quella è andato a Trieste riuscendo a crearsi un modo di allontanarsi dalle brutture del mondo. Abbiamo parlato del periodo in cui si è reinventato come telecronista sportivo, del suo viaggio in India per ritrovare sé stesso e di quello che ha fatto con i suoi avversari.
Nell’ultimo periodo i film biografici stanno diventando sempre più frequenti. Ha riscontrato difficoltà nel dirigere un lavoro tratto da una storia realmente esistita, non perdendo di vista il significato e i valori che ne conseguono?
Questa è stata sicuramente una grande sfida, perché quando ci si misura con storie non romanzate è importante attenersi alla sfera di vita del personaggio. Ho trovato un grande aiuto nei materiali di repertorio, che mi hanno supportato nella costruzione di un racconto veritiero su di lui. Nella prima parte della sua vita ho attinto alle storie dette dai suoi fratelli, che mi hanno raccontato chi era il Nino bambino e adolescente; la parte dell’esodo l’ho raccontata attraverso la loro voce. Siamo riusciti – spero – a rendere in video e in immagini la vita di questo grande campione, che è stata quasi come la sceneggiatura di un film. Quest’uomo ha infatti sfidato la maestà degli Stati Uniti, ha vinto tutto quello che era possibile vincere, ha attraversato momenti complicati. Lui è stato un uomo straordinario.
“Se si vuole raggiungere un obiettivo bisogna lavorare sodo“, questo è ciò che insegna la storia di Nino Benvenuti secondo il produttore. Lei cosa ci risponde?
La sua vita insegna una cosa fondamentale: l’impegno e la costanza possono portare a traguardi che non ci si aspetta di raggiungere. In una società fatta di tanta perfezione e apparenza, ci fa perdere di vista quelle che sono le nostre reali potenzialità, che hanno bisogno di una base solida, di lavoro, di costanza e passione, non di velocità. Questo ragazzo giovanissimo parte dall’Europa, arriva negli Stati Uniti e porta l’Italia sul tetto del mondo. Vince il Campionato dei pesi mesi sfidando il campione americano, ma lui veniva da una storia completamente diversa. Faceva 60 km in bicicletta sulle strade dell’epoca, per andare da Isola d’Istria a Trieste per gli allenamenti. Questo ci fa capire che impegnandosi si riesce ad arrivare a dei traguardi inimmaginabili e ad avere la fiducia in sé stessi.

Per i giovani, Nino rappresenta un modello di vita da prendere come esempio. Lui è arrivato a 87 anni ed è sempre stato un campione nella vita. I giovani devono ispirarsi alla sua storia per arrivare agli obiettivi che sognano.
Cosa si aspetta dal documentario?
Vorrei che il film arrivasse soprattutto ai giovani. Spero che il pubblico possa conoscere una persona di una grande caratura umana, un gigante di generosità. Il film ha fatto venir fuori un Nino buono. Io non ho mai creduto alla distinzione tra vita professionale e privata. Penso che dietro ogni lavoro ci sia sempre una persona, e dietro quel grande campione c’era un grande uomo.