
La televisione di oggi è veloce. Quando si fa un prodotto, di qualunque genere esso sia, e attinga esso alla fonte della fiction o a quella dell’intrattenimento e delle sue innumerevoli declinazioni, il committente ha il terrore che tu gli faccia vedere un
numero zero lento.
La lentezza è il male, in televisione: bisogna bombardare lo spettatore, tenerlo ancorato alla sedia e al canale allo stesso tempo, impedire ai suoi neurorecettori di percepire quell’attimo di pausa che lo porterebbe alla reazione fisiologica più temuta dai direttori dei palinsesti e dai pubblicitari: lo zapping. E non ci si illuda: la differenza fra le televisioni commerciali e il servizio pubblico è sostanzialmente nulla.
Personalmente - avrete già capito dove voglio andare a parare, vero? - io sono per la lentezza.
Non a tutti i costi, non comunque e dovunque: come tutti gli stilemi narrativi, la lentezza ha i suoi naturali sbocchi e applicazioni.
Ebbene, c’è uno sport - devastato, ma chi non lo è, da scandali vari. Doping, in particolare - che si tiene la sua nicchia di pubblico e i suoi ritmi.
E’ il ciclismo, in onda in questi giorni su RaiTre con lo storico Tour de France.
Ben lontani dall’epica di certe annate, sia chiaro, e con ritmi esasperati anche lì, quando si parla di velocisti, discese e cronometro. Ma quest’anno il doping e i ritiri hanno falcidiato alla base le tradizionali iscrizioni, i campioni predestinati, i proprietari della corsa sulla carta e nella realtà. Tutti contro tutti, amano titolare i giornalisti specializzati in questi giorni.
E nel ciclismo ci sono le salite e i chilometri: limiti fisici, che tocca superare con le biciclette - sempre più leggere, appena 900 grammi per un telaio, meccanica e ruote escluse, ma comunque non motorizzate - le gambe, i polpacci e il sudore.
Queste tappe sono fisiologicamente e filoloficamente lente.
Lente per lasciarsi godere appieno.
Lente perché i corridori sono tanti.
Lente perché si fa fatica e la salita è dura e l’acido lattico fa male.
Lente, perché si può, si deve pedalare con lentezza. Ogni tanto, ché le nostre esistenze non possono essere scandite dalla sola frenesia. Nemmeno quelle catodiche.
rick
13 lug 2006 - 21:05 - #1magari è tornato umano.. ed è finita la “bomba” nel gruppo :-) certo che a volte bulbarelli è insopportabile, e ancora nel 2006 saltano spesso video e voce della telecronaca…
Pippo
13 lug 2006 - 21:40 - #2Viste le ultime vicende io proporrei l’abolizione del ciclismo come sport professionistico.
Quest’ambiente rovina i giovani fin dalla tenera età. Per diventare un buon corridore e restare nel gruppo DEVI doparti. Non ci sono altre soluzioni. E questo è sport? A questo punto che si utilizzasse la bicicletta per dei bei giri sulle montagne, tra i boschi, a livello amatoriale. Senza il professionismo…
Delpi
13 lug 2006 - 22:43 - #3@Pippo: Il ciclismo è lo sport che ha i più severi controlli antidoping, in TUTTI gli sport a livello professionistico e non si può trarre profitto dal doping. Trai le tue conclusioni.
Pippo
13 lug 2006 - 22:52 - #4@Delpi: come no… si è visto. Aggirare quei controlli è di una facilità mostruosa. E ora tornano di moda anche le autotrasfusioni `invisibili` ai c. antidoping…
Delpi
13 lug 2006 - 23:20 - #5Pensa a chi non controlla ancora l’EPO.
Andrea
14 lug 2006 - 09:34 - #6Tralasciando il fatto che è inumano farsi 200 km a 40-50 all’ora e il giorno dopo ripetere tale prodezza…
…con questo non dico che siano tutti dopati, anzi, avete visto (anche) per caso la tratta finale di ieri???
Oltra a tutti gli “sconosciuti” che stavano davanti, avete notato come facevano molta più fatica?
una fatica umana?
il ciclismo sta cercando di “recuperare” se stesso dal tunnel dove era finito, al contrario di altri sport…
comunque, viva l’italia
Pippo
14 lug 2006 - 11:05 - #7Non credo… è una paura passeggera. Ma poi tornerà tutto come prima se non peggio.
Non voglio dare la croce addosso al ciclismo ma è lo sport, con l’atletica, in cui il doping è a livelli allarmanti!
Ps io qualche controllo in più lo farei nel calcio e soprattutto nel tennis.