Che brutto Servizio Pubblico. Varietà, non giornalismo. Ognuno parla ai suoi, Berlusconi vince il talent show

Non è andata come speravo, ma come temevo. La puntata di Servizio Pubblico con protagonista Silvio Berlusconi non è stata un grande esempio di giornalismo televisivo. Non è stato uno splendido esempio di pubblico servizio. Non è stata nemmeno una grande puntata. Niente fact checking. Niente domande brevi (solo la prima, che ci aveva fatto ben sperare). Solo monologhi in libertà fino al gran finale.

Ma riavvolgiamo il nastro. Fin dal principio, la strategia in studio sembra quella del buttarla in ridicolo (apprenderemo poi, dallo sbrocco di Santoro, che erano state concordate delle regole, fra cui quella di non entrare nel merito dei processi), con risatine e battutine. Berlusconi è molto a suo agio nell'avanspettacolo, anche se il clima intorno a lui lo fa apparire a volte troppo vecchio e poco reattivo (ma lo dice lui stesso, di esser vecchio e di esser sette volte nonno).

Solo che non è giornalismo, far apparire ridicolo l'avversario.

Le domande di tutti (Innocenzi e Costamagna incluse) sono troppo lunghe: si perde il filo e così quando il Cav ribatte, ricostruire tutto, eventualmente incalzare con la seconda domanda, diventa semplicemente impossibile. E il pubblico a casa, che capisce?

Ognuno parla ai suoi, al suo pubblico. Santoro e Travaglio (secondo monologo meglio del primo. Ma sempre di monologhi senza interruzione si tratta, e sempre delle stesse cose arcinote) parlano ai loro. Berlusconi ai suoi (e a qualche indeciso, e all'italiano medio). Ma un paio di volte mette a tacere un Santoro che riesce solo ad alzare la voce e poche volte oppone ai mantra triti e ritriti di Berlusconi semplici fatti e numeri.

Sembra uno scontro di ideologie e di personalismi, non un'intervista. L'imprenditrice dalla balconata fa alcune domande azzeccate cui Berlusconi non risponde, ma poi travalica nel populismo.
E del resto, nel suo secondo monologo, Travaglio dice anche

«Sono 20 anni che voglio intervistarla ma ora non ho più che chiederle perché non è tanto quello che ha fatto, ma quello che non ha fatto e non ha detto...»

Certo. Poi con l'ars retorica che gli è propria, elenca una serie di cose non fatte e non dette che, con abile ribaltamento, tracciano una critica puntuale del politico Berlusconi. Ma è tardi, le domande e le seconde domande latitano ed è il Cavaliere che ha in serbo il colpo di teatro finale, dopo due ore e mezza di noia mortale.

Berlusconi prende il posto di Travaglio e gli legge una letterina in cui dice di essere «il suo core businness», in virtù della quantità di libri che il giornalista ha scritto su di lui.

Poi attacca a leggere le condanne per diffamazione di Travaglio (insomma, prova a fare il travaglio, anche se cita da Wikipedia). Colpo basso. Bassissimo. Ma Santoro sbaglia: sbrocca e lo interrompe. Così parte lo show: Berlusconi si alza e gli tende la mano, poi torna ad occupare la sua sedia, ripulendola (prima vi si era seduto Travaglio); Santoro parla delle regole che erano state decise per garantire il dibattito (no processi, come dicevamo), Berlusconi afferma che nei processi Travaglio c'è entrato eccome poi chiosa:

«Santoro, mandi un altro servizio che le conviene»

Serve a poco la battuta finale di Travaglio, il dado è tratto.

Insomma. Ognuno ha recitato il suo copione: Berlusconi quello che sa a memoria da 20 anni. Santoro e Travaglio idem.

Ma la parte di talent show, con la lite, be': quella l'ha vinta Berlusconi, dimostrando di essere bravo nell'arena dell'uno contro tutti. Non vincerà le elezioni, ma in tv sa sempre il fatto suo, e Santoro, perdendo la brocca, è caduto nel trappolone. Quanto al giornalismo, stasera è morto ancora un po', seppellito da grida e personalismi.

Ah. C'è un altro dato di fatto, per quel che mi riguarda: stasera, per fortuna, sono morti anche il berlusconismo e l'antiberlusconismo.

Alberto Puliafito
@albertopi

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