
Il post che segue è stato scritto da MarcusDaly ed è una lunga recensione di The Wire, serie americana di cui in Italia ben pochi si sono occupati e di cui nessun altro ha scritto in maniera così approfondita e puntuale. Per questo, pubblichiamo volentieri, augurandoci che faccia piacere agli appassionati e che possa portare proseliti e fan e questa serie. Malaparte
Avvertenza: post lunghissimo e nerd, per veri teledipendenti.
HBO, la più antica e prestigiosa tv via cavo americana, è, a giudizio unanime della critica internazionale, la rete che più ha contribuito, dalla fine degli anni ‘90 ad oggi, a dare alle serie televisive quel prestigio e quel valore culturale che prima erano appannaggio solo del cinema.
Ogni volta che si parla del fenomeno delle serie tv, della loro finezza di scrittura, capacità di approfondimento tematico, introspezione psicologica, raffinata costruzione narrativa, disegno dei personaggi, si finisce per citare immancabilmente quella manciata di show che hanno fatto la differenza e la fortuna di questa rete: OZ, Six feet under, Sopranos, Sex and the city. Tutte prodotte e andate in onda, quasi contemporaneamente, tra il 1997 e il 2001.
Eppure, c’è una serie che meriterebbe di essere aggiunta a quest’olimpo internazionalmente riconosciuto. Una serie che in America è ben nota e osannata quanto quelle appena citate, ma è inspiegabilmente molto meno conosciuta nel resto del mondo, pur non essendo da meno.
Trasmessa a partire dal 2002 per cinque stagioni composte da 12/13 episodi ciascuna (tranne l’ultima di 10), The Wire (sito ufficiale) è senza dubbio la serie più complessa e ambiziosa che sia mai stata concepita. A differenza delle altre enumerate prima, che pure, rispetto ai telefilm dei canali free americani, hanno ben altro spessore in termini di complessità di scrittura e di tematiche controverse, The wire va oltre non tanto per la violenza visiva e il crudo realismo (che pure sono molto presenti in OZ e Sopranos, ad esempio) quanto per l’impossibilità di descriverne il concept in termini univoci.
In altre parole, mentre per gli altri successi HBO il concept, quantunque originale e complesso, è però chiaro nelle sue dinamiche e conseguenze (la vita quotidiana di famiglie mafiose, di becchini o di compagni di cella) per The wire si tratta solo apparentemente di un police drama: ad essere indagata nelle sue molteplici problematiche, nelle sue istituzioni e nelle vite dei suoi individui è un’intera città, Baltimora.
Una città scelta non a caso: è la città di origine dei due creatori dello show, David Simon (nell’immagine) ed Ed Burns. Il primo, ex giornalista di cronaca giudiziaria del Baltimora Sun, il secondo, ex poliziotto della sezione omicidi di Baltimora. Mentre l’uno scriveva dei 300 morti all’anno che la città colleziona in media da decenni, l’altro svolgeva le indagini per cercare di venirne a capo. Baltimora ha un tasso di omicidi sette volte superiore a quello di New York, seconda per numero di morti solo a Detroit. E’ una citta a stragrande maggioranza di afro americani, che da decenni subisce un lento e inesorabile declino nel numero di abitanti e nella sua qualità della vita. Il maggior numero di morti riguarda il controllo del traffico di stupefacenti.
Sono morti che avvengono nei quartieri più degradati, che non fanno notizia, non creano sdegno, che vengono relegati nei trafiletti della cronaca locale.
In questa città è ambientata la serie, che deve il suo nome alle cimici elettroniche e agli strumenti di sorveglianza tradizionalmente usati dalla polizia per indagare e ricostruire l’organigramma delle organizzazioni criminali dedite al narcotraffico.
The wire è dunque il racconto quotidiano e frustrante di una sezione di polizia e dei suoi tentativi di incastrare un potente narcotrafficante di cui, all’inizio, si ignora sia il nome che la faccia.
La sua struttura è interamente orizzontale. Non ci sono casi di puntata, ma un unico arco narrativo di stagione, o per meglio dire di serie, perché ciò che all’inizio viene raccontata come un’indagine di polizia su una singola organizzazione criminale allarga ben presto il campo a tutto ciò che ruota intorno al traffico di droga: mandanti, fornitori, riciclatori di denaro sporco, disfunzioni delle istituzioni preposte alla legalità e all’educazione, storture del sistema dei media. Tutto è posto sotto la lente della spietata indagine che la serie compie, in ultima analisi, sullo stile di vita americano. Ecco perché The wire è la serie più inclassificabile e complessa che si sia mai vista.
Il punto di partenza, come detto, è l’indagine che viene commissionata per dare un volto e un nome ad un trafficante di droga ritenuto responsabile di diversi omicidi, che fino ad ora se l’è cavata uccidendo o intimidendo potenziali testimoni e vanificando i relativi processi giudiziari.
Per fare ciò viene organizzata un’apposita unità investigativa, con elementi presi da vari dipartimenti: sezione omicidi, sezione antidroga, distretti nei quali sono avvenuti gli omicidi. Il problema è che, a causa delle croniche mancanze di budget e di personale di ognuna di queste divisioni, all’unità speciale vengono assegnati i più inutili e incompetenti elementi possibili, i rami secchi di ciascun dipartimento: un paio di ubriaconi che vengono dal deposito giudiziario, un poliziotto dell’antirapina che ha inscenato il furto della sua stessa auto, un anonimo funzionario dell’Ufficio pegni, un paio di novellini appena usciti dall’accademia.
A comandare il tutto, un tenente di grandi capacità ma scomodo per il suo non volersi piegare alla burocrazia del dipartimento. Con questo materiale umano inizia l’indagine. Senza anticipare troppo, alcuni elementi si riveleranno miracolosamente determinanti per gli sviluppi investigativi.
Occorre dire che fin da subito il punto di vista non è solo quello della polizia, ma anche dell’organizzazione criminale oggetto dell’indagine, che ci viene mostrata nel suo funzionamento, nelle sue gerarchie, nei suoi metodi di spaccio, con un realismo incredibilmente efficace, frutto della veterana esperienza, come già visto, dei creatori dello show nelle loro precedenti professioni.

L’indagine si prende i suoi tempi, nulla è piegato alle esigenze narrative. Tutto ci viene raccontato in uno stile scarno e documentaristico, senza ellissi narrative, scorciatoie, compresi i tempi morti in cui l’investigazione pare non andare avanti per insormontabili difficoltà. Intere giornate di appostamenti per fotografare gli elementi della banda criminale, per intercettare cellulari e telefoni pubblici, per costruire l’organigramma dell’organizzazione. Lavoro di polizia che si dipana poco a poco ad illuminare l’oggetto dell’indagine: basti dire, per fare un esempio, che il nome e il volto del capo della banda, Avon Barksdale, vengono finalmente individuati, del tutto casualmente, solo al nono dei dodici episodi della prima stagione. Il lavoro di polizia e lo spaccio di strada sono al centro di questa prima stagione: lavoro di polizia che trova la sua ragion d’essere, appunto, nelle intercettazioni, negli appostamenti e, non ultimo, nella presenza di informatori, che, nelle parole degli stessi poliziotti, sono la linfa vitale di un buon lavoro investigativo.
L’informatore di The wire, Bubbles, un tossicodipendente che conosce tutti nell’ambiente, è uno dei personaggi fondamentali della serie, uno dei più riusciti e toccanti. Come pure Omar, un ragazzo cresciuto per strada che di professione deruba e ridicolizza gli spacciatori, una sorta di robin hood dei quartieri più poveri di Baltimora.
Il bello di The wire, tra le altre innumerevoli qualità della serie, è che annovera tra i suoi personaggi fissi elementi mai visti in altre serie analoghe: tossicodipendenti, ladri, spacciatori, killer spietati, assurgono ai ruoli prominenti accanto a poliziotti, insegnanti, dirigenti scolastici e gerarchie istituzionali, compresi il sindaco e tutto il suo entourage.
Ne viene fuori un ritratto che, nelle parole di molti critici, assurge quasi ad un affresco dikensiano. Addirittura c’è chi ha scritto che, laddove la maggior parte delle serie aspirano alla complessita di un John Grisham, The wire ha come riferimento Dostoevskij.
Ma ciò che rende la serie una perla preziosa e perfetta nel panorama televisivo è soprattutto la sua costruzione tematica, la sua coerente linea che dalla prima alla quinta stagione forma un’unica e potentissima macchina narrativa.
E’ come se i creatori si fossero seduti intorno ad un tavolo ed abbiano cercato di rispondere nella maniera più approfondita possibile, per cerchi concentrici, alla seguente domanda: come funziona lo spaccio di droga?
La prima stagione si concentra dunque sul fenomeno dello spaccio di strada: i marciapiedi, i rifornimenti, i soldati, la divisione del territorio, le guerre tra fazioni diverse.
La seconda stagione allarga il campo cercando di rispondere alla domanda: ma da dove viene la droga? Ed ecco che al centro dell’indagine è il porto di Baltimora (uno dei più grandi e attivi d’America) e il modo in cui i container riescono a sfuggire ai controlli doganali trasportando non solo droga, ma ogni tipo di merce di contrabbando, compresi interi gruppi di immigrati clandestini, soprattutto donne dell’est, che poi vengono avviate alla prostituzione.

La terza stagione si concentra invece sul fiume di denaro che deriva dallo spaccio di droga: denaro che ha bisogno di essere riciclato, ripulito ed investito. Denaro che finisce nelle tasche dei fondi per le campagne politiche, dei palazzinari che progettano interi quartieri residenziali, dei funzionari e dei politici corrotti.
La quarta stagione tenta di spiegare come mai c’è tanta carne da macello lungo i marciapiedi della città: spacciatori, killer e tossicodipendenti che muoino come mosche, sempre più giovani. La stagione si concentra dunque sul sistema scolastico della città, sull’altissimo tasso di abbandono soprattutto nelle scuole dei quarteri più popolari, sui meccanismi di insegnamento e sul loro discutibile funzionamento.
La quinta ed ultima stagione, infine, è un atto d’accusa nei confronti del sistema dei media, e si focalizza sulla redazione del principale quotidiano della città, il Baltimora Sun (lo stesso in cui David Simon aveva lavorato per 13 anni) raccontando in che modo avviene il quotidiano lavoro redazionale, quali sono i criteri di notiziabilità, per quale motivo, in sostanza, la situazione così disastrosa in cui versa la città non viene efficacemente descritta e denunciata dai mezzi di informazione.

Alla fine della visione dei sessanta episodi di cui la serie si compone, si esce un pò frastornati e colpiti dalla profonda intelligenza di scrittura e di denucia che il telefilm fa in riferimento ai meccanismi di funzionamento delle istituzioni e alle loro devianze.
Perché, alla fin fine, solo apparentemente si tratta di Baltimora. Ad essere sotto la lente spietata e senza filtri di David Simon ed Ed Burns è l’intero sistema di vita occidentale. Baltimora come una qualunque delle grandi metropoli americane e, per molti aspetti, europee.
Questo è The wire. Se la si dovesse definire in rapporto a quanto si è visto di analogo in Tv e al cinema, la serie ricorda, nella struttura, la madre di tutti i polizeschi moderni, Hill Street Blues, nelle tematiche e nel modo di affrontarle, Traffic (sia la serie originale inglese sia il film che ne è stato tratto). Il lavoro quotidiano e frustrante dei poliziotti alle prese con continui intoppi burocratici e ristrettezze economiche, a fronte della vita agiata e ostentata degli spacciatori cui danno la caccia ricorda un pò Il braccio violento della legge.
Ma sono tutti paragoni che non rendono giustizia alla serie, che è così multiforme e complessa da inglobarli tutti, più che somigliare loro.
Senza esagerare, infatti, c’è da dire che, qualunque sia l’argomento affrontato dalla serie (e per come è concepita le tematiche sono davvero tante) non esiste attualmente nessun altro esempio che sappia raccontare temi analoghi con uguale o superiore approfondimento o potenza narrativa.
Nelle sua cronache di strada, in altre parole, The Wire è meglio di The shield. Quando parla di politica, riesce a eguagliare perfino West wing. Quando si sposta sull’analisi del sistema scolastico, è meglio di qualunque teen drama, quanto il migliore dei teen drama attualmente in onda, Friday Night Lights. Per non parlare della quinta stagione che si focalizza sui media, meglio di qualunque serie e film sull’argomento, o della seconda, in cui il racconto della vita dei portuali ha un piglio cronachistico e socialmente rilevante quasi si trattasse di un film di Ken Loach.
Inutile dire che la serie ha un’infinità di estimatori famosi, compreso Barak Obama, che l’ha indicata come migliore serie di sempre, aggiungendo che Omar Little è il suo personaggio preferito. Abbastanza sconcertante che il candidato alla Presidenza degli Stati Uniti abbia come personaggio preferito di una serie così discussa un ladro di spacciatori.
Ma è questo il bello di The wire: descrive un affresco così realistico e complesso, che anche killer e spacciatori meritano di essere raccontati nelle loro dinamiche, alla ricerca dei motivi profondi per cui fanno quello che fanno.
Con questa analisi spero, nel mio piccolo, di diffondere la visione di questa serie che è troppo poco conosciuta quanto invece meriterebbe.
Un unico appello a chi decidesse di intraprenderne la visione. L’effetto collaterale, una volta terminata, è il rimpianto di non poter guardare nulla di altrettanto appassionante ed intelligente. Qualunque altra serie che seguo (e il sottoscritto ne segue tante) impallidisce al confronto: i casi di puntata, i cliff al punto giusto, gli archi dei personaggi, tutto ciò a cui ci ha abituato la pur qualitativamente eccelsa serialità americana verrà a noia in confronto all’andamento imprevedibile e pieno di anticlimax di The wire.
La sigla di apertura della prima stagione della serie, che ne descrive con efficacia il “mood”:
P.S: Grazie allo splendido lavoro di Obsidian, traduttore di Subsfactory, che mi ha consentito di seguire e di apprezzare la serie in linqua originale.
P.P.S: in un episodio della seconda stagione e in uno della quarta, viene citato (con tanto di locandina fuori dal cinema e di copertina sul dvd, manco a dirlo, pirata) il film L’ultimo bacio di Gabriele Muccino. Nella prima citazione se ne parla come di un bellissimo film. Incredibile che David Simon ne sia un fan.
Marcus Daly
INDASTRIA
22 ago 2008 - 10:26 - #1complimenti all’autore. The wire oltre ad assere la mia seire preferita, ritengo che oggettivamente sia una delle serie più belle (se non la più bella) mai prodotta.
Incredibile che in italia sia così sconosciuta.
The shield per confronto è nettamente inferiore.
Ed è proprio vero che dopo aver visto the wire difficilmente si riesce più ad essere soddisfatti da altri telefilm
iLollo
22 ago 2008 - 10:36 - #2mi attira! ma esiste la versione in italiano, o devo scaricarla solo coi sottotitoli?
cmq, se è un telefilm così bello, perchè in Italia nessuno lo trasmette?
marcusdaly
22 ago 2008 - 10:42 - #3INDASTRIA, grazie.
iLollo, le prime due stagioni di The Wire sono andate in onda l’anno scorso su Fox. Poi, più nulla.
Dici perché non la trasmettono se è cosiì bella?
E da quando in qua il criterio di trasmissione delle nostre reti è legato alla qualità delle serie?
Aggiuncici che The Wire ha un alto tasso di violenza, sarebbe da seconda serata come minimo
iLollo
22 ago 2008 - 10:47 - #4grazie marcusdaly!
allora comincerò subito a “eMulare”, ma riservo ancora una speranza in Rai4…
ALisa57
22 ago 2008 - 11:42 - #5Ottimo commento. La serie è magnifica, potrebbe interessare al pubblico di Rai 3. Speriamo che tra tanti prodotti mediocri importati qualcuno abbia l’idea di trasmetterla in Italia. Non c’è da aspettarsi mega ascolti, ma con una programmazione accorta si potrebbe creare un fedelissimo seguito.
Wings
22 ago 2008 - 11:45 - #6Mi associo ai complimenti all’autore!Effettivamente HBO ha mandato in onda delle serie fenomenali in cui è tutto estremamente curato,dalle sigle(musiche e montaggio azzeccatissimi,vedere i “Sopranos” ad esempio)al cast che ha quasi sempre le facce giuste al posto giusto.Avevo letto di “The wire” poco tempo fa su un giornale e mi aveva incuriosito.Spero di vederla al più presto.Sono ancora nel tunnel “Oz”,magari con “The wire”riesco ad uscire…
marcusdaly
22 ago 2008 - 12:36 - #7Wings,
uscirai da un tunnel per entrare in un altro, credimi :)
Sebartus
22 ago 2008 - 13:22 - #8Una delle mie serie preferite.
Mi sto tenendo la quinta per autunno, al solo pensiero che sia l’ultima mi intristisco.
Bella recensione :)
Arceus
22 ago 2008 - 15:29 - #9Bell’articolo e la serie e mitica, ma non esageriamo,esiste di meglio…… ma resta un capolavoro
Arceus
22 ago 2008 - 15:29 - #10Bell’articolo e la serie e mitica, ma non esageriamo,esiste di meglio…… ma resta un capolavoro
marcusdaly
22 ago 2008 - 15:31 - #11Simone, “The Wire” deve il suo titolo al gergo con cui viene chiamata la cimice per le intercettazioni: wire, appunto. Abbreviazione per “wiretap”.
PS: che c’è di così grave a conoscere la tua mail?
marcusdaly
22 ago 2008 - 15:33 - #12Arceus, per carità, i gusti son gusti.
Ma second me per maturità di intenti e compattezza narrativa la serie per ora non ha eguali
Simone85
22 ago 2008 - 15:42 - #13brutte esperienze, lasciamo perdere…
Simone85
22 ago 2008 - 15:44 - #14…e comunque non mi va di lasciarla troppo in giro, tutto qua!
MarcoRegista
22 ago 2008 - 18:46 - #15Si questa serie è davvero bella,direi uno dei telefilm più belli degli ultimi tempi…
Se io dovrei premiare dei telefilm per la seneggiatura,la storia,la regia ecc…direi sicuramente
Supernatural - Prison Break - The Wire - Ghost Whisperer e Heroes perchè hanno una regia impeccabile e godono di una sceneggiatura ottima…Sono telefilm da lodre da questo punto di vista e ve lo dice un ragazzo che studia all’accademia registica!!!
INDASTRIA
22 ago 2008 - 21:50 - #16beh the wire non ha avuto un grande successo di ascolti nemmeno in america. Più che altro è stata NETTAMENTE acclamata dalla critica ed è diventata un Kvlt per molti.
È una serie dalla tematiche molto adulte, molto impegnate ed è anche impegnativa da seguire. Sicuramente poi non è né patinata, né ha personaggi ammiccanti. È molto molto realistica e curata al maniacale.
Sicuramente i gusti son gusti, ma l´HBO ha una qualità media insuperabile almeno secondo me.
Si citava OZ che è un’altra serie straordinaria che in italia è praticamente sconosciuta.
Attualmente sto seguendo “generation kill”, proprio dagli autori di the wire anche se, dopo un OTTIMO inizio, non mi sta convincendo del tutto.
Segar
23 ago 2008 - 14:07 - #17The Wire è da sempre la mia serie preferita, superiore anche a The Sopranos. E’ la serie qualitativamente migliore di sempre, in termini complessivi, e nessuno può dire il contrario. Ovviamente gente che ne capisce.
Qualcuno citava prima Prison Break, Supernatural…per favore, non diciamo sciocchezze.
Come detto i temi sono molto adulti, le vicende molto complesse e per seguire bene e capire non è facile, serve tanto impegno. Ma quando si ”entra” non si ”esce” più.
Il resto è tutto scritto nell’ottimo articolo. Grazie a chi l’ha tradotto e scritto e speriamo serva a diffondere la serie anche da noi!
In Italia sono state mandate in onda le prime due stagioni, le restanti le potete seguire coi subs.
marcusdaly
23 ago 2008 - 14:15 - #18Segar, grazie dell’”ottimo articolo”. Ti informo che comunque l’ho scritto personalmente e che sono italianissimo…
Segar
23 ago 2008 - 15:34 - #19Sì scusa ci ho fatto caso dopo, pensavo fosse una traduzione di un testo inglese. Ho visitato anche il tuo blog, molto interessante pure quello sul finale mozzato dei Soprano da parte di Italia1. Su The Wire hai scritto cose bellissime cmq, complimenti.
Segar
23 ago 2008 - 15:36 - #20Per Arceus: in fatto di serie tv cosa esisterebbe di meglio secondo te?
John_Buscema
19 set 2008 - 21:45 - #21ho appena finito di guardarmi l’ultima puntata della quinta serie, e che dire, secondo me non esiste(e non è mai esistito) un telefilm simile, per come affronta le varie tematiche proposte, per come è sceneggiato(senza forzature di archi narrativi per episodi), per la prova attoriale complessiva più che valida, sembrava di assistere ad un documentario più che ad una serie televisiva. non me ne abbiano gli sceneggiatori ma si vede la differenza di scrittura tra chi lo fà su commissione e chi invece ha(e vuole) da raccontare una storia. nelle ultime settimane è stata una droga a cui non potevo più fare a meno, purtroppo per me non sò se riusciro a essere più soddisfatto da altri telefilm(per consolarsi consiglio anch’io generation kill dello stesso pull di autori). consigliatissimo a chi piacciono le serie che propongono uno sguardo sulla realtà affrontato con occhio clinico e realistico e per nulla ammiccante. i miei complimenti a marcusdaly per la recensione dettagliata e ben scritta che mi trova d’accodo in toto.
Wandoo
24 ott 2008 - 09:39 - #22Grazie della recensioni. Non ho competenze “tecniche” per un’analisi ma sul fondo, e cioe’ sulla qualita’ percepita come spettatore, concordo con Arceus. Ho comprato i DVD delle 5 serie in Asia e me sto guardando tutti in fila. Oggi comincio la quarta stagione… Bye, Wandoo
blackdog_mi
30 gen 2009 - 16:29 - #23Ho letto con interesse la recensione. Che condivido in gran parte.
Tuttavia osservo, con rammarico, che l’articolista non cita nemmeno lontanamente all’omosessualità di due protagonisti di primo piano. Quella di Omar e di Shakima, la poliziotta.
Quando parla di Omar, omette addirittura di dire che la sua ragione d’essere sta nell’uccisione del suo amante.
Mi rammarico per questa omissione non per partito preso. Quanto per il fatto che si omette di dire che l’omosessualità di Omar e Shakira è un’omosessulità vissuta e accettata liberamente. Sono omosessuali che vivono la propria omosessualità serenamente, che la dichiarano (shakira), che la vivono in rapporti di coppia ben strutturati, positivi. Sono omosessuali “normali”. Che hanno un ruolo di primo piano. Che non finiscono male o sono emarginati, per il solo fatto di essere omosessuali. Tutt’altro. Che non hanno ruoli di secondo piano. Di tutto questo si tace.
Come si tace della fine eroica del compagno di Omar, che pur essendo torturato a morte non dirà il nascondiglio del suo compagno. Se leggete il paragrafo di Omar vi accorgerete che non si dice nulla della sua omosessualità. Di Shakira, la poliziotta, non si dice proprio nulla.
Se ci pensate bene, guardando il film vi accorgerete che due sono gli elementi originali di questa serie. La prima: che si tiene in conto delle ragioni dei “fuorilegge”. Basti vedere il commento del portuale che dice in sostanza: “voi mi offrite aiuto adesso, quando io sono anni che cerco di tenere in piedi il porto e i suoi lavoratori” E la cui “positività” sta nel fatto che commerciava e investiva i proventi in attività lobbistiche, per cambiare strutturalmente il porto. L’altra è l’omosessualità di Omar e Shakira. Quando gli avversari di Omar decidono di farlo fuori è perchè intralcia i loro traffici, non perchè gay. Poi possono anche insultarlo dandogli del frocio, del succhiacazzi etc etc. Ma il loro odio nasce proprio dall’intralcio ai loro affari. E che dire del lesbismo di Shakira che convive con la sua compagna che nella seconda serie si farà mettere incinta con l’inseminazione artificiale. Con Shakira che si pone la domanda circa il fatto se lei vuole davvero il figlio. Considerato che il suo lavoro è quello che è. C’è un bellissimo colloquio fra Shakira e un’agente di polizia donna e single, in cui Shakira le chiede come fa a conciliare il suo lavoro con la sua maternità. E’ un dialogo bellissimo perchè la domanda di Shakira riguarda se stessa. Perchè cerca risposte ai suoi dubbi. Consapevole che non vuole lasciare il suo lavoro. Eppure di tutto questo non c’è traccia. Si elogia la serie per la sua capacità di introspezione dei personaggi delinquenti e poliziotti che siano, e non si dice nulla circa l’identità sessuale di due suoi protagonisti.
Peccato, un’occasione mancata.
Avanzo un’ipotesi per il fatto che sono state trasmesse due sole serie. Troppo hard, per un paese cattolico come il nostro. Un paese abituato a medici, carabbinieri, polizia, preti e quant’altro.
Roberto
marcusdaly
01 mar 2009 - 13:31 - #24Roberto,
non c’era nessuna “congiura del silenzio” nell’omissione, da parte mia, del fatto che Omar e Shakima fossero omosessuali. Semplicemente la recensione che ho fatto cercava di analizzare la serie a grandi linee, senza rischiare di rivelare dettagli troppo importanti della trama. Era un’attenzione a non disseminare troppi spoiler. Infatti, nel tuo commento, citi dei particolari e degli snodi narrativi che secondo me rovinano la visione a chi volesse seguire questa serie (ad esempio il sacrificio del compagno di Omar accade in quarta stagione, non credi di aver anticipato troppo?). Tra l’altro, c’è un altro personaggio omosessuale nella serie, del tutto inaspettato. Ovviamente non dirò quale perché la scoperta è una vera sospresa.
Tutto questo per dire che non c’è nessun complotto o dietrologia nell’aver omesso di parlare dell’omosessualità di Omar e Shakima (quest’ultima, tra l’altro, non citata affatto in nessun punto della recensione).
antonpaco
15 mar 2009 - 17:17 - #25Sono un fan delle serie tv americane, le seguo con passione, ma THE WIRE mi ha colpito sin dal primo episodio, e’ stupenda, sensazionale, cruda, reale, ti proietta di colpo per le strade di baltimora, una delle citta’ piu’ controverse degli States. E’ stata una vergogna trasmettere solo la prima serie, solo una tv importante come CULT poteva capire le potenzialita’ di una serie cosi’ straordinaria, trasmettere la seire completa e’ un bel regalo per gli appassionati. Ho fatto carte false per trovare i DVD,magari anche in lingua originale con sottotitoli, niente, introvabili.
Grazie ancora a CULT per questo regalo insperato.
antonpaco
25 mar 2009 - 20:28 - #26the wire e’ la migliore non c’e’ dubbio, ti spalanca le porte dell’america piu’ dura, cruda e allo stesso tempo reale, straordinaria. Spero che escano presto i dvd perche’ va vista in lingua originale sottotitolata.
ste762
20 apr 2010 - 16:02 - #27Ho appena vista l’ultima puntata di the wire. Mi mancheranno i miei nuovi amici. Bubbles e Omar piu di tutti. Grazie a tutti quelli che l’hanno reso possibile. E grazie marcusdaly.
“L’effetto collaterale, una volta terminata, è il rimpianto di non poter guardare nulla di altrettanto appassionante ed intelligente. ”
Poetico e vero. Ma speriamo che ti sbagli.
fasoli anna
05 mag 2010 - 18:50 - #28Concordo pienamente con il giudizio entusiasta e la bellissima recensione. Sto guardando a prima serie in dvd e devo dire che in effetti è difficile fare un paragone con altre serie, eccetto forse un po’ Hill Street Blues che ho amato tanto. Bellissimo lo scavo psicologico e il passo narrativo. Rabbrividisco al pensiero di quello che (non) riusciamo a fare qui in Italia…
Hurley
09 lug 2010 - 01:47 - #29Grande serie, la posso paragonare solo a Lost per la sua bellezza e complessità! Ho finito di vedere la quarta serie, qualcuno sa quando daranno la quinta? Mi sembra di aver letto che 1 canale del pacchetto sky l’ha comprata ma non ancora mandata in onda.
marcusdaly
22 lug 2010 - 12:55 - #30La quinta dovrebbe andare a settembre su FX.
Toasterfrakker
29 gen 2011 - 20:59 - #31Ciao! Spulciando per la rete notizie italiane su “The wire” sono capitato su questa bella recensione. Complimenti. Noto che è un po’ che è stata pubblicata, quindi non so neanche se mi risponderai mai, comunque sulla questione concernente “quale serie è paragonabile” personalmente non ho dubbi: Battlestar Galactica Re-imagined (2003-2009). So che il diverso genere d’appartenenza potrebbe far pensare ad un paragone inappropriato, ma non è così, almeno credo io. Come “The Wire” non è un poliziesco, o almeno non è solamente un poliziesco, così “Battlestar Galactica Reimagined” non è Sci-Fi, almeno non soltanto Sci-Fi. In tutti e due i casi si parte da un genere particolare per affrontare tematiche più universali. E se The Wire è, per così dire, una tragedia sociale-antropologica, Battlestar Galactica è invece una tragedia mistico-metafisica, ma tutte e due le serie pongono domande radicalmente politiche agli USA post 11 settembre e tutte e due cercano di fare i conti con sull’unica domanda che veramente conta in qualsiasi opera d’arte che veramente vuole aspirare a cotale definizione: che cosa è l’essere umano? E anche se non si è d’accordo con i paralleli che propongo, non credo che si possa discutere sulla complessità narrativa - costellata da grandi interpretazioni e personaggi memorabili, difficilmente catalogabili con le banali categorie di buono/cattivo - e da una complessità di scrittura sempre eccelsa, che accomuna, sul versante della qualità, le due opere. Probabilmente le più belle di sempre. Grazie e ancora complimenti per l’analisi.
acquainpolvere
02 feb 2011 - 19:20 - #32The Wire e’ straordinaria, ad oggi, la miglior serie incontrata.
Quali altre serie consigliate a uno come me, che ha amato sopra ogni cosa The Wire, West Wing, Romanzo Criminale (la prima serie) ?
C’e’ qualcosa che sia alla loro altezza ?
Andrea
marcusdaly
03 feb 2011 - 15:27 - #33Toasterfrakker, grazie dei complimenti. Concordo con te, non a caso Battlestar galactica è una delle altre mie serie preferite. In generale, le serie milgiori sono quelle via cavo, dove c’è un’attenzione alla scrittura e all’approfondimento tematico di gran lunga superiore alle serie americane dei canali free.
E in tal senso rispondo anche ad @acquainpolvere. Rivolgiti alle reti via cavo: HBO, Showtime, AMC, FX (quella americana), lì troverai pane per i tuoi denti, pane gustoso come quello di THE WIRE (che è comunque su un livello superiore). Sto parlando di roba come “I Soprano”, “Six feet under”, “Mad più tutte le altre gia citate in coda a questa recensione)
marcusdaly
03 feb 2011 - 15:31 - #34mi ha tagliato il commento…
MAD MEN, Breaking bad, Damages, OZ, Dexter, Sons of Anarchy, Boardwalk Empire, The Pacific, solo per citarne alcune.