Il Tg5 fa 30 anni. Mimun: “Da noi prevale il merito. Contano le notizie, non i conduttori. Sogno un grande contenitore dalle 6 alle 8.30”

Il 13 gennaio 1992 nasceva il Tg5. Mimun: “Mentana non fece le prove, non funzionò nulla. Contano le notizie. In 30 minuti, il conduttore parla 6”

Trent’anni di informazione, trent’anni di sfida diretta al Tg1, trent’anni da una data che ha segnato un prima e un dopo nella storia della televisione commerciale. Il 13 gennaio 1992 nasceva il Tg5, con la prima sigla, composta da Franz Di Cioccio e Patrick Djivas della Pfm, andata in onda alle ore 13. Conduttrice di quell’edizione fu Cristina Parodi, mentre Enrico Mentana si collocò alle 20, con l’ultimo passaggio notturno affidato a Cesara Buonamici.

Ad attirare l’attenzione fu, ovviamente, l’appuntamento serale. Canale 5 contro Rai 1, con esito a sorpresa: il Tg5, infatti, totalizzò 7 milioni 382 mila spettatori, rispetto ai 7 milioni 379 mila registrati dal Tg1. Una vittoria di misura che però bastò per creare scompiglio a Viale Mazzini. “Quella sera non funzionò quasi nulla – ricorda Clemente Mimun a Tv Blog – molti servizi non erano pronti ed Enrico fece uno slalom incredibile tra gli imprevisti. Chiunque lo conosca sa che è poco propenso alle prove. Era andato in video senza mai aver realizzato un numero zero. Eppure quelle difficoltà ci portarono fortuna. Era inimmaginabile che una nave corsara come la nostra potesse attaccare una portaerei”.

Direttore dal 2007, Mimun all’epoca era il vice di Mentana. “Venni coinvolto un paio di mesi prima, era l’ottobre del 1991. Quando Enrico seppe che sarebbe stato designato direttore chiamò sia me che Lamberto Sposini, che eravamo suoi amici e colleghi al Tg1. Ci propose questo progetto, decisamente avventuroso. Noi alla Rai avevamo il posto fisso, tra virgolette. Lavoravamo nella più grande testata che ci fosse, io ero a capo degli speciali, Lamberto era un conduttore apprezzatissimo. Non era un rischio calcolato, era un rischio e basta. Però era un’avventura troppo bella per non essere vissuta. Io ero sposato con un figlio e la Rai era un’azienda che dava garanzie. Mentre il Tg5 era un’assoluta incognita”.

Cosa la convinse ad accettare?

L’idea di lavorare con due amici e di mettere in piedi un giornale dal nulla era troppo divertente. Inoltre, ci veniva garantita l’assoluta libertà. Col Tg5 si uscì dal burocratese, dai comunicati, dalle veline. Innovammo il linguaggio. Ci occupavamo degli argomenti che interessavano le persone. Eravamo con la gente, lontani dal Palazzo. E ci restammo pure quando la politica entrò prepotentemente nella storia di Mediaset.

Mentana rivelò che la scelta di sfidare il Tg1 delle 20 fu di Berlusconi.

Berlusconi punta da sempre alle sfide apparentemente impossibili, quindi si pose l’obiettivo massimo: confrontarsi con un telegiornale importante. Il Tg2 delle 13 toccava il 40% di share, il Tg1 delle 20 era sopra al 30%. Tremavamo al solo pensiero, ma non conoscevamo bene Berlusconi.

Dopo l’avvio complicato, il Tg5 si stabilizzò rapidamente.

Il primo numero fu avventuroso, poi andò tutto bene. Lavorare con un piccolo gruppo formato da giornalisti giovani e motivati fu straordinario. Ancora oggi la differenza tra noi e il Tg1 è gigantesca. Loro hanno almeno il doppio dei nostri giornalisti, budget illimitati, tantissime sedi e corrispondenti. Il Tg5 è un esempio di ottimizzazione, non ci sono aree di spreco.

Il bilancio dopo trent’anni è dunque positivo.

Io ho sempre rispettato l’obiettivo d’ascolto, l’obiettivo di personale e il budget. Da noi prevale il merito, lavoriamo con le persone e i quattrini che servono. Si fanno le cose con quello che è necessario, siamo un’azienda esemplare che fa di tutto per tenere il tg tecnicamente all’avanguardia. I nostri giornalisti realizzano servizi, fanno gli speaker e li montano, come avviene nei grandi network. Detto ciò, voglio bene alla Rai, ci sono stato per tanti anni e sono grato al personale della tv di Stato.

Si può dire che a dettare la svolta del Tg5 fu l’esplosione di Tangentopoli?

La primissima svolta fu la decisione di prediligere la cronaca. In seguito arrivò Mani Pulite, che mescolò cronaca e politica. Rappresentò una rivoluzione per tutti, per un periodo illimitato fummo alle prese con l’abbattimento della Prima Repubblica, con verbali che arrivavano nelle redazioni nel totale disinteresse del segreto istruttorio. Fu una stagione in cui il giustizialismo andò forte e c’era il tifo sfrenato per la magistratura. Oggi si riesce per fortuna ad analizzarla con obiettività.

Sul fronte degli ascolti, qual è lo stato di salute del Tg5?

Se è vero che Rai 1 detiene il primato in termini assoluti, sul target commerciale non è così. I giovani scelgono noi. Puntiamo alla fascia 15-64, l’obiettivo è raggiunto. Per giudicare i dati d’ascolto vanno utilizzati criteri precisi. Rai 1 gode di un preserale fisso e sempre nuovo, da noi c’è spesso la politica delle repliche. Poi noi abbiamo in pancia 5 minuti di pubblicità e una copertina, scorporata per quel che riguarda l’Auditel, che ci consente di avere un blocco pubblicitario in più. Abbiamo un ascolto costante, che parte in un modo e poi sale.

Nel 1994 Berlusconi annunciò l’ingresso in politica. La decisione vi preoccupò?

Fummo sorpresi, non preoccupati. Per quanto mi riguarda, dal punto di vista ideale il fatto che ci fosse qualcosa che si contrapponesse a quella sinistra mi piaceva. Facevo assolutamente il tifo per lui, lo ammetto. Non ci siamo mai svegliati con l’intenzione di fare del male a qualcuno, noi raccontiamo. Se invece vai su altri canali sembra che vivano con l’angoscia di denunciare.

Uno dei momenti entrati nella storia del Tg5 fu l’intervista di Lamberto Sposini a Paolo Borsellino, venti giorni prima dell’attentato di via D’Amelio.

Sì, fu un passaggio storico. Da quell’intervista si capiva lo stato d’animo di preoccupazione e coraggio che avvolgeva Borsellino. E’ uno di quegli uomini di cui l’Italia può andare orgogliosa. Quando riguardo quel filmato vedo un uomo che non c’è più e un uomo che purtroppo sta male, che per noi è e resta un fratello.

Nel gennaio 1998 i rapitori di Giuseppe Soffiantini inviarono al Tg5 una lettera con il lobo dell’orecchio dell’imprenditore. Un altro episodio iconico per il telegiornale.

Non ero direttore in quella fase, ma fu significativo il fatto che scelsero il Tg5 per veicolare quel messaggio.

Più di recente avete realizzato ben due interviste esclusive a Papa Francesco.

Siamo stati scelti dal Pontefice ed è stato un riconoscimento importante. Grande merito va al nostro giornalista vaticanista Fabio Marchese Ragona. Siamo molto rispettati dalle istituzioni e ce lo meritiamo, ma per noi il vero successo è riuscire a fare tutti i giorni un notiziario che parte da una pagina bianca. Il nostro scopo è raccontare con onestà intellettuale, seguendo due linee editoriali: separare i fatti dalle opinioni e informare senza annoiare. Più un terzo principio, ovvero quello di conoscere per deliberare. Offriamo un ventaglio di opinioni per formarne delle proprie. Concetti in apparenza semplici, difficili tuttavia da applicare quotidianamente.

Appena tre direttori in trent’anni, di cui due capaci di coprirne ben ventisette. In Rai sarebbe impossibile.

Sono stato direttore in Rai dal 1994 al 2007, tra Tg2, Tg1 e Rai Parlamento. Un recordman. Ma purtroppo nella tv pubblica prevale la logica delle coalizioni vincenti. E’ un’azienda legata al Parlamento. Un ministro mi raccontò che nella primissima riunione dell’esecutivo che doveva valutare un cambio al vertice dei Servizi Segreti, un premier esclamò: ‘Prima occupiamoci della direzione del Tg1’. Il nome di quel presidente non lo farò mai.

A Mediaset forse si dura di più perché l’azienda è sempre nelle stesse mani, non crede?

Lo ripeto, a Mediaset è importante portare a casa il risultato. Bisogna fare un prodotto all’altezza e non buttare via i soldi. Guarda ad esempio artisti come Scotti, De Filippi e Bonolis. Sono qui da decenni perché si trovano bene e realizzano grandi prodotti.

Appena tornò al Tg5 abolì la pratica della doppia conduzione. Come mai?

Il tg dura trenta minuti, che equivalgono a 450 righe di un giornale. In quella mezz’ora si deve raccontare quello che succede in Italia e nel mondo. Se ci inseriamo pure i minuetti diventa un disastro. All’epoca di Mentana la carta vincente fu il ritmo e il linguaggio veloce. Se ti metti a fare il ping-pong non va bene. Non bisogna concentrarsi su quanto sia bello e buono il conduttore, contano solo le notizie. Lo so che il volto resta impresso, ma ad essere davvero importante è chi sta dietro. Con me, in un tg di trenta minuti, il conduttore parla al massimo per sei. Non sopporto le notizie lette e commentate a lungo da chi è in studio.

Su La7 Mentana fa proprio questo.

Enrico è una figura unica nel suo genere. E’ più naturale davanti alla telecamera che dietro. E’ in tv dagli anni ottanta. Mentana è il Tg La7, non a caso si sono inventati la Maratona Mentana, si chiama così apposta. Da noi c’è solo Cesara Buonamici che può essere avvicinata a quel tipo di conduzione.

Per un certo periodo sperimentò anche la conduzione tutta al femminile all’ora di pranzo. Non mancarono le polemiche.

Ho più giornaliste che giornalisti in grado di andare davanti alla telecamera. Al Tg5 vanno in onda quelli capaci, se avessi più giornalisti ne metterei di più. Non ho problemi di quote rosa o azzurre. Con me il conduttore non diventa una star.

E’ stato l’artefice della rivoluzione di Prima Pagina, nella fascia 6-8. Dallo storico rullo di notizie si è passati ai mini-tg in studio. Per quale motivo?

Prima Pagina fu una grande intuizione di Berlusconi. L’azienda ad un certo punto ha desiderato un prodotto che fosse costantemente aggiornato, l’archiviazione è arrivata per questo motivo. Se potessi decidere, tra le 6 e le 8.30 trasformerei Prima Pagina e il tg delle 8 in un mega contenitore capace di ospitare personalità e giornalisti. Lo farei diventare un programma di prima mattina, che informa e fa compagnia. Ma non è l’unico desiderio.

Qual è l’altro?

Allungare L’Arca di Noè, rubrica di grande successo. La farei durare almeno un’ora. E’ una trasmissione di assoluto lavoro, senza contare che io adoro gli animali. Ma non sono direttore di rete e non ho il dovere di prendere decisioni in tal senso.