Teo Mammucari a TvBlog: “Sogno un mio show, ma a Le Iene sto bene. Non rifarei Libero”

Intervista a Teo Mammucari: “Sogno un mio show. Tu si que vales incoronazione alla mia carriera. Non rifarei Libero”. E sulla Carrà…

Da re inarrivabile della supercazzola, ti immagineresti un Teo Mammucari capace di parlare molto senza dire nulla. Il risultato è al contrario una ricchissima immersione nei ricordi e un’analisi della tv, vecchia e attuale, approfondita e sincera. A partire dalla fine, ovvero l’esperienza a Le Iene che l’ha visto al fianco di Belen Rodriguez in un’edizione rinnovata e complicata. Almeno in partenza.

Ho apprezzato molto la rivoluzione attuata – racconta Mammucari a TvBlog – appena arrivai in studio lo trovai senza pubblico, con poche persone in piedi attorno ad un cubo. Anziché criticare o contestare, la cosa migliore da fare quando accadono queste cose è imparare subito ad adattarsi. Ho compreso in che posizione dovevo mettermi e come dovevo canalizzarmi. Non mi sono opposto, è stato l’atteggiamento giusto”.

Un’avventura condivisa con Belen, che conosce bene.

Avevamo già lavorato assieme, ora è cresciuta. Una sera a Tu si que vales l’ho vista all’opera durante alcuni lanci. Le ho fatto i complimenti, lei pensava fossero di circostanza, invece ero sincero. ‘Se capiterà l’occasione ti terrò in considerazione’, le promisi. Poi mi hanno proposto Le Iene e fatto dei nomi che non mi suonavano bene. Quindi ho avanzato a Davide Parenti l’ipotesi di Belen.

L’avvio è stato in salita, con una Belen irriconoscibile anche sul fronte del look.

Il problema non era il look, bensì un atteggiamento che doveva abbandonare. Belen doveva imparare a prendersi in giro, ad ironizzare, andava trovata la chiave. E’ stato difficile, per lei era un’avventura nuova. Ho apprezzato il rischio di Parenti, non era facile prendere un format come quello e stravolgerlo.

Poi avete svoltato.

Dopo tre-quattro puntate il programma ha preso il verso giusto, è decollato. Belen era arrivata con l’atteggiamento di chi dice ‘conduco’. Le ho fatto capire che il successo di una conduzione si fonda sulla complicità, non te la puoi inventare sul palco se non ce l’hai nella vita. Se ti fidi, devi lasciarti guidare. A quel punto puoi divertirti. Una volta che sei entrata nel gioco, ti lascio in mano il prodotto. Non sono uno che soffre gli spazi, è una delle vere capacità che ho. Bisogna giocare come si fa al bar con gli amici. Piano piano questa cosa è uscita. Ho puntato su Belen e sono felice. Purtroppo lo sanno in pochi, ma nella vita privata lei è simpaticissima e quella simpatia non se la doveva tenere a casa.

Quest’anno Le Iene ha inaugurato i monologhi.

Più che monologhi li definirei confessionali. È stato come aprire una porta sul mondo. Finalmente i personaggi hanno avuto la possibilità di rispondere e commentare in maniera tollerante tutto ciò che si afferma sul loro conto. Sui social chiunque si può alzare la mattina e darti del bastardo. Quella parentesi può essere utile da parte nostra per mandare un messaggio. Come spiegavo prima, per me è un confessionale, una risposta data in modo sano e rispettoso.

L’idea del ritorno agli scherzi telefonici a chi è venuta?

Sono sempre a favore del rinnovamento, ma tante persone chiedevano che tornassi a fare gli scherzi. Ho pensato che una finestra si potesse aprire. Se ti regalo dieci minuti di quella roba lì, secondo me può avere senso. La gente è contenta, è un segmento carino che alleggerisce il clima tra un servizio e l’altro. Ma mai rifarei un programma sugli scherzi telefonici come Libero.

Un capitolo davvero chiuso?

E’ come chiedere ad Arbore di rifare Quelli della notte. Il mio Libero faceva il 30% di share. Mi venne tolto, lo fecero altri, ma è una trasmissione che appartiene a me. Oggi vorrei fare un programma pieno di tante cose mie, lo chiedo sempre.

Che tipo di show ha in mente?

Una trasmissione che consenta a quelli che lavorano per dieci ore al giorno di regalarsi due ore di leggerezza e divertimento, come io riuscirei a fare. So da che parte si prende il mulo. Mi serve solo qualcuno che mi dica di riprendere le redini in mano. La televisione ormai è piena di format comprati all’estero. Quando illustro delle novità le persone si impauriscono, nonostante i miei numeri siano stati sempre eccellenti. Vogliono andare sul sicuro e io, onestamente, non voglio pregare nessuno. Magari qualcosa arriverà, ho anche proposte fuori da Mediaset, ma mi dispiacerebbe lasciare l’azienda, mi ha cresciuto. Sono convinto che prima o poi mi daranno l’opportunità di fare altro. A Le Iene comunque sto bene, sono tornato a casa. Riesco ad esternare ciò che sono, con Parenti c’è stato un confronto positivo e si è creata una bella famiglia.

Parlavamo di Libero. Era un programma costruito a sua immagine e somiglianza?

Era un programma adatto a quelli con le mie stesse caratteristiche. Non puoi prendere uno diverso da me. Si pensa che un prodotto abbia successo con chiunque, non è così.

Dopo il botto della prima edizione lasciò provvisoriamente e venne sostituito da Paola Cortellesi.

Mollai perché la bomba era esplosa, il successo era stato clamoroso. Chiesi un anno di pausa: ‘prepariamoci con cose nuove e rispuntiamo fuori quando siamo pronti’. L’arte non si costruisce a tavolino, se la stressi smette di essere tale. Accadde quello che spesso succede ai cantanti: i produttori esigono un disco entro un preciso mese, ma un cantante è un artista che può sfornarti tre brani subito e non scrivere nulla per un anno intero. Ti firmo un contratto di dieci puntate, le faccio, ma una volta che le ho realizzate sono libero di fermarmi. Ci sono trasmissioni che vengono fatte ingoiare al pubblico da decine di anni. Se ti identificano troppo con un programma, non sei più qualcuno, ma quel programma. E slegarsi diventa impossibile.

In una fase storica soffocata dal politicamente corretto, il linguaggio di Libero avrebbe ancora margine di manovra?

Si può fare tutto, anche adesso. Però è vero, ormai tutti si offendono per tutto e tutti querelano tutti. Di certo non scherzerei sulle stesse cose di vent’anni fa, bisogna adattarsi ai tempi. Non rifarei Libero perché tutti si aspetterebbero le identiche cose di allora. Andrebbe modernizzato, ci sono tanti modi per scherzare sull’attualità. Per questo non voglio mai guardare al passato. Se parli con un anziano di 80 anni ti racconterà di quanto fossero belli gli anni Sessanta. Ma ad essere belli non erano gli anni Sessanta, molto più semplicemente quel signore all’epoca aveva 20 anni ed era felice. Libero è un programma vecchio, se lo vai a riproporre nel 2022 le persone si aspettano di ritrovare le robe che hanno in mente. Se glielo andassi a stravolgere mi verrebbero a contestare che non è come il Libero di una volta. Quindi meglio lasciare certi programmi intatti nell’immaginario del pubblico.

Flavia Vento sotto al tavolo di plexiglass generò polemiche all’epoca, figuriamoci oggi.

Originariamente avremmo dovuto riprenderla in primo piano, non era nostra intenzione metterla sotto al tavolo. Nacque tutto per caso, per gioco. Libero era una trasmissione un po’ folle, tanto che l’anno dopo la Cortellesi mise quattro uomini sotto terra con la testa di fuori e nessuno protestò.

Pochi anni dopo sfiorò il DopoFestival. Cosa andò storto?

Mi chiamò Pippo Baudo e ci accordammo. Avevo avuto la sua parola, dunque non mi preoccupavo dei nomi dei probabili conduttori che leggevo quotidianamente sui giornali. Alla fine lo fece Francesco Giorgino. Ci rimasi malissimo. Telefonai a Baudo ma non mi rispondeva più. In seguito lo rividi e ci chiarimmo. Sono legato a Pippo, nonostante tutto, è un maestro.

 A luglio ripartiranno le registrazioni di Tu si que vales.

E’ una bellissima esperienza. Mi sono ritrovato tra Maria De Filippi e Gerry Scotti e mi sono detto: ‘che ci faccio qua?’. Poi ho realizzato che a 57 anni e con trenta programmi alle spalle pure io posso dare il mio contributo. E’ stata un’incoronazione alla mia carriera e me la sto godendo. Maria è una donna che amo per la sua intelligenza, Gerry lo adoro per le emozioni che mi regala. E’ diventato un mio carissimo amico, così come Sabrina e Rudy. Andiamo fuori a cena, si è creata una complicità che arriva a casa. E’ una bella famiglia, purtroppo colpita di recente da una terribile disgrazia.

Si riferisce alla scomparsa improvvisa di Piero Sonaglia?

Sì. E’ stato un lutto enorme che dovremo affrontare e che supereremo con l’amore e con il ricordo. Alla ripartenza lo omaggeremo.

Ad essere determinante per Tu si que vales è soprattutto il massiccio lavoro di post-produzione.

Il montaggio di Tu si que vales è uno dei più belli che abbia mai visto nella mia carriera, è pazzesco. I registi di cinema ripetono spesso che fare un film è una cosa, montarlo è un’altra. L’aspetto positivo è che quando registriamo nella nostra testa è come se fossimo live. Poi è chiaro che si operino dei tagli.

La differenza si nota tutta nel corso della finale, quando lo show va eccezionalmente in diretta.

In finale la diretta è fondamentale. Per il resto, sarebbe rischioso non registrare. Ci sono prove difficili, i concorrenti hanno bisogno di tempo e concentrazione.

Ha lavorato a lungo con Antonio Ricci, ma non è mai approdato dietro il bancone di Striscia.

Con Antonio ho fatto Veline, Velone e Cultura Moderna, siamo amici. Mi ero sempre ripromesso di condurre Striscia, ma con l’arrivo de Le Iene non c’è più stata quest’occasione. Ogni tanto lo chiamo e ci scherzo, ma non abbiamo mai preso seriamente l’argomento. I matrimoni si siglano in due, ci deve essere la volontà di entrambi. Al momento sto bene come sto, gli impegni sono tanti, tra Iene e Tu si que vales sono impegnato con 48 puntate l’anno.

Anni fa si accennò ad una possibile accoppiata con Raffaella Carrà.

Confermo. Avremmo dovuto condurre Striscia assieme, ma sarebbe stato per una sola settimana e Raffaella non se la sentì.

Il vostro era un rapporto speciale.

Tanti anni fa partecipai a Carramba. Raffaella mi telefonò: ‘ ti piacerebbe venire? Sei simpatico, ti metti vicino a me’. Non mi pareva vero. Avrei dovuto partecipare ad una puntata, me ne fece fare dieci. Diventammo amici. Andavo spesso a casa sua, mi ospitò a Porto Santo Stefano, era come una zia per me. Negli ultimi tempi non rispondeva più ai messaggi, mi sembrava strano. Persone vicine a lei mi spiegarono che era molto indaffarata, ma non ci ho mai creduto. Avevo ragione. Non voleva far sapere della sua malattia. Mi dispiace che le persone non sappiano chi fosse realmente Raffaella. Il pubblico la conosce come personaggio, non per la sua umanità. Era una donna semplice, per fare questo mestiere ha rinunciato a tutto e ha avuto fino all’ultimo la dignità di nascondere la sofferenza. Avrei voluto averla a Tu si que vales come ospite, suggerii a Maria e Sabrina di invitarla, ma non fu possibile. Forse era già malata.

Le sue esperienze al cinema non sono state fortunate come quelle televisive.

Mi ci sono affacciato due volte, la prima con Streghe verso nord di Giovanni Veronesi. Prima di firmare il contratto lo avvisai: ‘ ti regalerò una bellissima interpretazione, ma questo non è un mio film, incasserà più un documentario sui fagiani’. Un film serio dopo Libero ha spiazzato il pubblico. Chi veniva a vedermi in sala si aspettava le risate e non se le è fatte. In ogni caso sono orgoglioso di quell’esperienza, non potevo non farla. Ho recitato con grandi attori come Gerard Depardieu e Paul Sorvino. Meglio una roba così che un cinepanettone.

 Capitolo chiuso?

Sto portando avanti una mia idea, molto comica. Si intitola L’urlo di Chuck, dove Chuck sta per Norris.