No, non ci sono cose più importanti di Sanremo

Se ti occupi di tv, Sanremo è una priorità. Punto e basta. Con buona pace dei fan del ‘benaltrismo’. Quelli del “ci sono fatti ben più seri a cui pensare”

No, non ci sono cose più importanti di Sanremo. O perlomeno, non ci sono se il perimetro di competenza è quello televisivo e all’evento in questione manca poco più di un mese. Sanremo è una priorità, punto e basta. Che piaccia o meno. Che lo si consideri l’appuntamento degli appuntamenti, o che lo si dipinga come semplice sagra di paese da mitragliare.

Lo spartito ormai lo conosciamo e poggia sull’eterno concetto del benaltrismo. C’è sempre ben altro a cui pensare, c’è sempre ben altro di cui preoccuparsi. C’è sempre un problema più grave da chiamare in causa per far sì che un problema (apparentemente) minore resti lì, in perenne attesa.

Ci sono sempre “fatti ben più seri su cui concentrarsi”. Come in una sorta di piramide infinita dove il picco non si intravede mai. E quelli del “ci sono fatti ben più seri di Sanremo” magari sono gli stessi che lo scorso maggio premevano per lo stop dei campionati di calcio. Perché vede, signora mia, cosa vuole che ce ne importi di ventidue ragazzi viziati che corrono dietro a una palla.

Per rafforzare la propria tesi, evidentemente fragile, non manca mai la citazione dei morti giornalieri di covid, per alimentare il senso di colpa altrui, per far sì che l’applauso della folla sia garantito e la coppa per il miglior populista finisca dritta in bacheca.

Tutto è relativo. Rispetto all’emergenza coronavirus o ad  una crisi di governo, il Festival della Canzone Italiana merita una breve nei titoli di un tg e nessuno si sognerebbe di invertire la scaletta. Guai però a mescolare gli ingredienti, a fondere contesti che dovrebbero rimanere distinti e isolati. D’altronde, se per guadagnarmi da vivere vendo ombrelli e nella mia città non piove mai, è assai probabile che il mio primo pensiero appena sveglio possa essere il controllo delle previsioni meteo.

Sanremo sarà pure un carrozzone arrugginito rappresentativo della peggiore italianità (sarebbe curioso conoscere qual è la migliore) tuttavia, proprio come il pallone, è un carrozzone che porta sollievo e soldi, così tanti da tenere in piedi la propria baracca e quella di tanti altri.

La macchina del festival ogni anno dona ossigeno sia alla Rai che allo stesso comune ligure, che concentra in una settimana i ricavi che in genere si potrebbero totalizzare in dodici mesi. E non è un caso che quando si fece largo l’ipotesi di una ‘bolla anti-covid’ da ricreare all’interno di una nave da crociera, i primi ad insorgere non furono frivoli spettatori teledipendenti, bensì ristoratori ed albergatori preoccupatissimi per il mancato indotto che una mossa simile avrebbe generato.

Tornando a bomba, se il tema del pubblico in sala è diventato improvvisamente centrale, non è per via di un impazzimento generale, ma per il semplice motivo che predicare un Sanremo a porte chiuse è come organizzare un torneo di tennis senza racchette. Se poi ad alimentare la confusione è niente meno che un ministro della Cultura, che dimentica le disposizioni contenute nel Dpcm varato dal suo governo, allora sì, la notizia merita davvero il primo piano.

Alle trasmissioni televisive non si applica il divieto previsto per gli spettacoli perché la presenza di pubblico in studio rappresenta soltanto un elemento coreografico o comunque strettamente funzionale alla trasmissione”, recita il decreto in vigore dallo scorso autunno. “Deve essere comunque sempre garantito il rispetto delle prescrizioni sanitarie, nonché quelle in materia di distanziamento interpersonale sia fra il pubblico o gli ospiti, sia fra il personale artistico e il pubblico o gli ospiti medesimi”.

Indicazioni seguite alla perfezione da decine di programmi, anche da quelli che come studio televisivo usano un teatro. E a tal proposito, sarebbe anche il caso di chiarire la differenza tra il pubblico ‘attivo’, che si dirige in massa al cinema o a teatro – senza controlli e tracciamenti – rispetto a quello ‘passivo’, che viene intercettato, monitorato, tamponato e ‘utilizzato’ in funzione di una produzione televisiva. Dai su, è facile arrivarci. E se proprio risulta complesso, occupatevi dei “fatti ben più seri”.

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