Romanzo Criminale è la Breaking Bad italiana: perché non possiamo smettere di riguardare la serie
Romanzo Criminale è la Breaking Bad della serialità italiana. Non possiamo fare a meno di rivederla, anche tanti anni dopo la prima messa in onda. La reunion del cast ufficiale in Call My Agent ha emozionato i fedelissimi.
Il periodo è molto simile. Erano anni di grande fermento, sia in Italia che in America c’era voglia di rivoluzione attorno al concetto di serialità: occorreva qualcosa che rompesse gli equilibri con il passato senza però rivoluzionare troppo. Novità e qualità senza distruggere la componente curiosa e inspiegabilmente favolistica che spinge ciascun progetto a essere rivisto. Tra il 2008 e il 2013, in Italia e in America, arrivano due capisaldi del genere.
Uno è Romanzo Criminale e l’altro è Breaking Bad. I due prodotti si rincorrono dal punto di vista temporale, hanno in comune davvero poco. Se non gli aspetti più importanti. Al termine di entrambi i progetti, niente sarebbe stato più lo stesso. Vince Gilligan e Stefano Sollima hanno consegnato alla storia cinematografica e seriale due pietre miliari. Entrambi hanno provato a dare seguito a queste gemme con spin-off o serie leggermente ispirate alla versione madre, ma nulla è riuscito a sostituire l’impatto che il pubblico ha avuto guardando sia l’una che l’altra serie.
Romanzo Criminale, tra fiction e realtà
Per questioni di geografia, forse anche un po’ di storia, gli italiani sentono più vicina Romanzo Criminale. Le vicende della banda della Magliana hanno riguardato e ancora riguardano tutti, la cronaca non può prescindere da una pagina così ampia e oscura di indagini. Sollima prende tutto questo periodo e lo trasforma, nel vero senso della parola, in un romanzo seriale: le peculiarità di quel riadattamento sono note a tutti, ma l’aspetto che maggiormente ha colpito la platea è che per la prima volta – in una serie puramente action – prevale anche la componente narrativa.

Sollima, anche aiutato dalla versione editoriale dell’opera firmata da De Cataldo, inizia a chiedersi che vita fanno questi criminali. Non solo come riducono le esistenze degli altri. La serie di Sollima, come quella di Gilligan, si domanda a modo proprio: “Ma questi supercattivi ce l’hanno un’anima?”. La domanda è pericolosa perchè il rischio, non solo dal punto di vista narrativo, era l’emulazione collettiva. Ovvero che il pubblico cominciasse a capire che dietro ogni criminale comunque c’è una componente psicologica, con sentimenti ed emozioni, e iniziasse a prendere quelle vite al limite come esempio.
La narrazione di Sollima
Una sorta di umanizzazione della scelleratezza che potesse prendere il sopravvento sul resto. Invece Sollima, in maniera molto scaltra senza alcun tipo di sconto o risarcimento, mostra sì che un criminale ha un’anima con la stessa voglia di riscatto che accomuna tanti; il regista sottolinea anche, però, che chi sceglie la strada del crimine poi fa una brutta fine. O viene ammazzato o rimane isolato. Senza affetti o riferimenti. Concetto che tornerà, successivamente, anche in altri progetti firmati dal regista romano come Suburra o Adagio.
Gilligan fa lo stesso, alzando però la posta dal punto di vista narrativo. Se il Libanese diventa cattivo perché schiavo di un panorama socioculturale che lo voleva ai margini della società e l’unico modo – secondo la sua visione del mondo – per riscattarsi era prendersi quello che gli spettava (o credeva che gli spettasse) con la forza, Walter White è un buono che diventa cattivo perché la vita lo mette alle strette.
Un tumore apparentemente incurabile che può essere tenuto a bada soltanto con attenzioni mediche che l’uomo non poteva permettersi. Quindi comincia a cucinare meth per guadagnare i soldi necessari, fin quando non si rende conto che la sua nuova vita lo fa sentire vivo più della precedente e finisce per “passare al lato oscuro”.
I punti di contatto con Breaking Bad
Due facce della stessa medaglia che hanno in comune signori qualunque che diventano qualcuno a scapito di altri e – rimettendoci – solo alla fine in prima persona. Il resto è un viaggio fatto di cinismo, rinunce, colpi di scena e anche un pizzico di commozione perchè le sorprese – pur trattandosi di vicende che strizzano l’occhio alla cronaca nera – non finiscono mai.
Il motivo fondamentale, però, per cui non possiamo smettere di riguardare la serie (oltre alle peculiarità dal punto di vista cinematografico e di scrittura) riguarda l’evoluzione dei personaggi. Sia in Romanzo Criminale che in Breaking Bad, i protagonisti crescono insieme agli spettatori.
L’evoluzione dei personaggi
Un viaggio scenico che diventa effettivo. Ciascun protagonista prende per mano gli spettatori e li porta nella propria esistenza: cambiano i look, le prospettive, le aspettative e le esigenze. Uno sviluppo reciproco che porta il cast a diventare parte integrante della vita di tutti i giorni del pubblico. Questo avviene sia in Italia che in America, in un collegamento ideale tra il sorprendente e il surreale.
Il cast di Romanzo Criminale, poi, era composto (all’epoca dell’uscita della serie composta di due stagioni) da tutti attori esordienti o quasi, personalità che sono diventate – con il tempo e il successo di quel prodotto – ancor più conosciute e riferimento costante del panorama cinematografico italiano.
Il successo del cast
Basti pensare a Francesco Montanari, ancora oggi per tutti Il Libanese. Subito dopo Romanzo Criminale, però, arrivarono Il Cacciatore e tante altre opportunità importanti che lo portarono addirittura a vincere la Palma D’Oro a Cannes. Se oggi Francesco Montanari è qualcuno, artisticamente e cinematograficamente, lo deve a quella serie. Romanzo Criminale è l’inizio di tutto e simbolo di un legame che cresce e non si spezza con i fan, gli stessi che lo fermano ancora di giorno per gridargli: “Io stavo col Libanese”.
Lo stesso vale per gli altri attori della serie: da Alessandro Roia a Daniela Virgilio, passando per Andrea Sartoretti ed Edoardo Pesce, fino a Marco Bocci e Vinicio Marchioni. Si è instaurato una sorta di codice non scritto con i fan per cui qualsiasi cosa verrà dopo comunque sarà apprezzato in nome del successo di quegli anni.
La reunion in Call My Agent
Un abbraccio collettivo che non termina mai, basta vedere la reunion del cast fatta in maniera ironica durante la nuova stagione di Call My Agent: ritrovarli negli stessi panni, anche se in chiave più comica, ha emozionato il pubblico che ha avuto la sensazione di rivedere vecchi amici di ritorno da una gita. Al pari di una cartolina ingiallita che, però, non invecchia mai davvero perchè quello che ricorda rimane vivo dentro di noi.
Lo stesso può valere per Breaking Bad. Bryan Cranston e Aaron Paul sono diventati amici e complici su quel set, trascinando con loro anche centinaia di migliaia di fan. Sapere che le vicende di Walter White e Jesse Pinkman hanno avuto un seguito lontano dalla pagina scritta dei copioni è stato, per tutta la community di fan, motivo di commozione e felicità.
Il rapporto con il pubblico
Ecco perché quando si ritrovano per promuovere qualcosa o agli eventi dedicati non mancano mai di ringraziare il pubblico che alimenta costantemente questo legame. Una riconferma perenne di un sentimento nobile, come l’attaccamento, che nasce da qualcosa apparentemente di oscuro e ricco di tensione.
Romanzo Criminale e Breaking Bad raccontano un lato inedito della scelleratezza umana dando seguito però a un fil rouge che sfocia nell’empatia e nelle emozioni più sincere non appena terminano i titoli di coda. Queste due serie rappresentano l’ossimoro per eccellenza: un lieto fine che, da copione, non arriva mai di cui però – ancora oggi – non possiamo fare a meno.