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I reality sono adatti ai comici? Quando il pubblico non ti perdona la “normalità”

Il reality ti mette a nudo ed è un rischio. Soprattutto per i comici. Perché se fai ridere per mestiere, il pubblico non ti concede intervalli

Un reality per mettersi a nudo. Perché per quanto ci si sforzi di adottare una strategia o mantenere una maschera, il vero volto viene a galla. Sempre. Se vivi in una casa cento giorni, o addirittura per cinque mesi come è accaduto quest’anno, ogni tentativo di recitazione decade, soprattutto se le telecamere ti osservano ventiquattr’ore su ventiquattro. E così ecco la battutaccia pseudo-omofoba, la scivolata verbale sui neri, addirittura la bestemmia, seppur sussurrata in camera da letto alle quattro di mattina.

C’è poi l’Isola, che non regala dirette no-stop, ma è capace di cambiarti in peggio il carattere privandoti del cibo e obbligandoti a dormire sotto la pioggia.

Se sei vip e ti sei costruito nel tempo una tua personalità, il reality è un rischio. Ma alla fine il personaggio noto, nell’immaginario collettivo, porta già con sé i possibili difetti della star. E qualora ci apparissero irritabili, viziati e egocentrici, la cosa non ci stupirebbe più di tanto.

Il discorso però cambia se al programma vi partecipa un comico. Per definizione il comico deve portare leggerezza. Per il fan non esiste la vita normale, il comico non è mai in “borghese”. In televisione Valentina Persia racconta una barzelletta? Allora in strada, se ti incrocio, me ne devi raccontare una. In un programma Roberto Ciufoli fa ridere il pubblico? Allora mi devi far divertire pure fuori. Guai a mostrarti umano, guai a proporti semplicemente normale.

Un corto circuito evidente, capace tuttavia di diventare norma. Come un Totò che doveva essere Totò anche fuori dal set. Ecco quindi che si torna a bomba, al reality e al pericolo di essere umanizzati.

Un comico che litiga disturba più di un affondo generato da un’ex velina. Un comico polemico e pignolo irrita più di un conduttore antipatico. Perché il comico è il suo personaggio, sempre e comunque.

Non tutte le vicende sono uguali, sia chiaro. Qualcuno il reality l’ha persino vinto. Non per gli sketch o per le battute, ma per una fragilità venuta a galla nel corso delle settimane, figlia di una narrazione (la morte della storica spalla e la difficoltà a reinventarsi) di cui gli spettatori erano già al corrente.

Ma a quel punto sei altro, non più il comico puro. Far ridere per mestiere è dura. Perché il pubblico non ti concede intervalli. E ti chiederà sempre di essere quella che narra le vicende dell’ammiraglio Nelson.

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