Con tutte le “buone intenzioni”, chi sono Pio e Amedeo?

Sentito il monologo di Pio e Amedeo a Felicissima sera, l’istinto è stato quello di scrivere una ‘lettera aperta’ a Umberto Eco…

Nell’ultima puntata di Felicissima Sera, Pio e Amedeo si sono prodotti in un annunciato monologo sull’uso delle parole ‘proibite’, controverse – diciamo pure offensive – sacrificate a loro avviso sull’altare del ‘politicamente corretto’. Un atto di ‘liberazione’ contro la ‘dittatura’ del ‘pensiero omologante’ che sulla carta aveva promesso di essere particolarmente dissacrante – inglobando anche il capitolo bestemmie, che però a Canale 5 ha già dato filo da torcere in passato e che quindi è passato in cavalleria – ma si è tramutato in una sorta di ‘vademecum’ su come reagire alle parole, che – a detta dei due – nascono ingenue e che pertanto devono essere viste come tali. “L’ironia salverrà il mondo”, dicono, attribuendo così di default la connotazione ironica a tutti gli usi di termini offensivi.

E così davanti agli occhi mi sono passati il concetto di lingua come sistema in uso, di valore del segno linguistico, i principi di ‘Uso’ e ‘Massa parlante’ di Saussure, così come il grande lavoro fatto da Eco sull’interpretazione del testo. E così, di getto, è scattata una sorta di indegna lettera al maestro Umberto Eco, autore di un testo fondamentale come Lector in fabula. Deformazioni professionali…

Maestro illustrissimo,

sono passati ormai troppi anni dalla tua dipartita e a parte la tua citazione sulle frotte di idioti sdoganate dai social pare che in pochi ricordino i tuoi insegnamenti.
C’è anche chi, però, sulla scia delle tue coraggiose teorizzazioni della fine degli anni ’70 ne propone di nuove e, a proprio avviso, dissacranti: del resto è una costante di chi vuole smarcarsi dalla tradizione, dal paradigma, dalla ‘vecchiaia’ teorica. In questo caso propone di cancellare tutto quello che è stato scritto e detto sull’interpretazione del segno, dalla filosofia greca a oggi.

E dire che tu avevi così brillantemente posto il problema dell’interpretazione come forma di cooperazione tra tre parti – autore, lettore e testo -, sottolineando come nessun testo abbia un significato di per sé e come invece questo sia frutto di una collaborazione continua e indefessa (la semiosi illimitata di Peirce c’entra sempre qualcosa), di uno scambio tra intenzioni e attese, culture ed enciclopedie, contesti e sensibilità personali. E invece ieri, in tv, su Canale 5, in un programma di prima serata visto da famiglie e bambini, è stato di fatto detto che l’unica cosa che conta è l’intenzione con cui qualcosa viene detta, anche e soprattutto nel caso di ‘parole proibite’, tabù (o più semplicemente offensive per i più). Insomma, sembra di capire che valga solo l’intentio auctoris.

Quindi non importa se mi danno della ‘[email protected] [email protected]’: l’intento può essere quello di fare una battuta, di connotare delle ‘caratteristiche’ extrapersonali (insomma, nulla di personale eh), di giocare con le categorizzazioni e quindi non me la devo prendere. Devo riderci su. La teoria è che parole come ne*ro, f*ocio, ricc*ione di per sé non fanno male se dette con intenzione ironica, affettuosa, innocente. Il fatto che chi le dice mi sia estraneo non vuol dire niente; il fatto che possa essere detto in pubblico è irrilevante. La miglior risposta è una risata, dicono. In questo assunto, il fatto che le parole abbiano un peso non ha alcuna importanza, men che meno che io possa restarci male e non mi vada di riderci su.

Non conta nulla neanche il fatto che quelle ‘parole’ siano frutto di pregiudizi, di razzismi, di ignoranza: tutto cancellato. E’ irrilevante anche che le parole abbiano un valore d’uso sociale e collettivo e che la lingua funzioni su questo (e qui ci vorrebbe un telegramma urgente anche all’ill.mo maestro Tullio De Mauro, i cui sforzi sulla democratizzazione dell’insegnamento sembrano essere oggi quanto mai vani, ma questo è un altro discorso).

Ciò detto, ill.mo maestro – a cui do del tu solo perché non ci sei più – pare proprio che secondo la teoria di Pio & Amedeo (i nostri Sperber & Wilson, proprio tali e quali… ) esista solo l’autore: il fruitore non c’è, non esiste, è annullato. L’Intentio Operis sopravvive nell’indicazione di un ‘genere’ di appartenenza, quello ‘comico/satirico’; l’Intentio Lectoris, invece, è polverizzata. Quello che si interpreta, prova o sente non è contemplato. Meglio, è addirittura risibile perché quando si suggerisce di farsi una risata in faccia ai razzisti, agli ignoranti, ai prepotenti, ai vigliacchi che usano parole offensive con intento benevolo – o, diciamoci la verità, il più delle volte nascondendosi dietro lo scherzo o, forse ancor peggio, senza neanche capire il peso di quello che dicono – in fondo si scarica tutta la responsabilità della comunicazione sul fruitore, ‘depenalizzando’ l’autore.

Immagino che Pio & Amedeo, in quanto teorici di tale ‘approccio’, sappiano cosa dicono e ne abbiano consapevolezza. Soffrono però di un male comune a certi approcci, ovvero la presunzione della generalizzazione. Finiscono così per attribuire alle parole una leggerezza di default, legata alle intenzioni dell’autore, che essenon hanno, mai. Il problema, a mio modestissimo avviso, è quel guardare al fenomeno da un solo punto di vista, nel caso di specie quello dell’autore. Un atteggiamento che si ritrova in tutti i casi di blaming victim, mi verrebbe da dire. Ma, mio caro Maestro, come tu ci hai precisato – e come Saussure ha insegnato – il senso di una parola, il suo valore, il suo peso non si dà se non in relazione al testo, al contesto, al fruitore, non solo alle intenzioni, per quanto ‘pure’, del mittente. Questo in un mondo come quello della comunicazione interpersonale in cui “è il punto di vista che crea l’oggetto” (cit). E il punto di vista non può mai essere uno solo: chi ne legittima uno solo in genere ha un nome molto preciso, una categoria di appartenenza molto netta.

Io però non la dico, lasciando ai nostri 25 lettori il piacere di riempire i non detti, di inferire le mie intenzioni, di cogliere l’intento ironico nelle mie parole, come sempre accade nell’interpretazione di un testo, qualunque esso sia. Per tutto il resto, ill.mo maestro, sappi solo che ci manchi, ma restano i tuoi libri e le tue riflessioni sulla scrittura, sull’arte, sulla creatività, sulla tv, sulla comicità, anche sull’uso delle “parolacce in società”. Se solo qualcuno li leggesse e se solo valesse sempre il principio per cui ignorantia non excusat… Neanche Pio e Amedeo, nonostante tutte le ‘buone intenzioni’.

 

****

cfr. Umberto Eco, Lector in fabula, Bompiani, Milano, 1979; Ferdinand de Saussure, Corso di linguistica generale, Laterza, Roma-Bari, 1967 (I Ed. italiana); Tullio De Mauro, Guida all’uso delle parole, Editori Riuniti, Roma, 1980; Tullio De Mauro, Minisemantica dei linguaggi non-verbali e delle lingue, Laterza, Bari, 1982; Stefano Gensini, Elementi di Semiotica, Carocci, Roma, 2002.