Se amate la televisione recuperate la storia della tv (e partite da I Figli di Medea su RaiPlay)

Per ‘celebrare’ la tv bisogna conoscerla e partire dai fondamentali. E se non avete mai sentito parlare de I Figli di Medea è arrivato il momento di farlo.

Domenica 21 novembre si è celebrata la 25esima Giornata Mondiale della Televisione, istituita dalle Nazioni Unite nel 1986 e occasione per fare il punto sul ruolo e sullo sviluppo di un mezzo tutt’altro che morto. L’iniziativa ha accomunato l’intero sistema televisivo ed è ‘ricordata’ con uno spot di 30” trasmesso in tutto il mondo.

Il World Tv Day 2021 è stato celebrato in Italia con alcuni contenuti speciali: a parte la messa in onda dello spot che ha unito idealmente tutti i gruppi tv del pianeta, le varie emittenti italiane hanno predisposto momenti o programmi speciali per ‘festeggiare’. E qualche regalo per i telespettatori c’è ed è ‘paradossalmente’ disponibile online, a conferma di quanto ormai il sistema televisivo si sia espanso negli e con gli OTT.

Conoscere la storia del mezzo è il primo passo per capirne il peso e il valore che ricopre ancora oggi: utile quindi non solo tenere fisso il canale 146 del DTT (Rai Scuola, per intenderci) ma anche recuperare lo speciale, non inedito, Da oggi la Rai – La nascita della televisione italiana, un approfondimento di 45′ minuti che ripercorre la nascita e i progressi del Servizio Pubblico.

Ma quel che va recuperato assolutamente sono le playlist organizzate da RaiPlay: ci sono sezioni dedicate a Carosello, essenziale nel rinnovamento del linguaggio tv, una dedicata ai Grandi Sceneggiati della Rai monopolista, un vero compendio dei classici della letteratura europea, di originali tv che fanno invidia ai titoli contemporanei, di serie e trasposizioni che hanno cristallizzato personaggi fictional e interpreti in un immaginario collettivo che ha accomunato un Paese e che adesso sta frammentandosi, e allentandosi, sotto la frammentazione non tanto delle piattaforme, che possono essere una risorsa, ma della conoscenza del mezzo in sé.

La piattaforma OTT Rai permette di recuperare ancora programmi storici che segnano l’avvento del colore nella Tv italiana, varietà come Studio Uno, che restano punto di riferimento per regia, scrittura, scenografia ancora oggi, dirette indimenticabili come “L’uomo sulla Luna”, con le 25 ore live per l’allunaggio nel 1969, cult come le 65 puntate di Indietro tutta di Renzo Arbore, le 7 puntate di Specchio segreto, la prima candid camera in Italia firmata da Nanni Loy che fa ancora scuola. Da non perdere la carrellata delle serate dei ‘vecchi’ Festival di  Sanremo con “Sanremo Story”, con le finali ritrovate del Festival 1967 e 1973, che sono una fonte importante per capire il linguaggio tv e l’evoluzione dell’evento dalle origini ai nostri giorni.

I figli di Medea, il ‘fake live’ che ancora oggi insegna la tv

La tv italiana aveva appena compiuto i suoi primi 5 anni quando i telespettatori, ancora riuniti nei bar e poco avvezzi ad avere un apparecchio televisivo in casa, si ritrovarono ad assistere a qualcosa di completamente inedito, inatteso, sconvolgente. Martedì 9 giugno 1959 (data indicata dalla stessa RaiPlay) Nicoletta Orsomando annuncia che il Programma Nazionale (l’unico esistente) sta per mandare in onda uno spettacolo teatrale ispirato alla versione di Medea di Apollonio Rodio, dal titolo I figli di Medea. Non stupisce, quindi, vedere l’attrice Alida Valli, già amata e popolarissima, nelle vesti dell’angosciata Medea, ma il programma all’improvviso si interrompe, lasciando spazio a una ‘diretta’ sui generis, guidata da due volti non certo appartenenti alla squadra dell’informazione Rai che però si qualificano come ‘esperti’ e invitano il pubblico a dare informazioni su un bambino rapito. Il piccolo sarebbe il figlio dell’attrice Alida Valli e di un altro popolare attore, Enrico Maria Salerno. Una relazione ignota a tutti, così come l’esistenza di un figlio in comune al di fuori del matrimonio (cosa che nel 1963 costò a Mina l’allontanamento dalla Rai, per far capire i tempi), che arriva addirittura a esplodere in tv con una ‘diretta’ che incrocia la messa in scena dello spettacolo – che si vede nel piccolo schermo -, lo studio da cui si ‘coordinano’ le ricerche e il luogo in cui si trova il padre del bambino, l’attore Salerno che minaccia gli avventori di un bar con una pistola perché non gli si permette di vedere il figlio. Uno shock.

Quello che doveva essere un ‘noioso’ spettacolo sul mito di Medea diventa una carrellata di colpi di scena narrativi, di espedienti scenici che rivelano il funzionamento della macchina tv mostrando per la prima volta, forse, al pubblico a casa il backstage di una ‘diretta’ – o comunque di un programma -, con tanto di attivazione di numero di telefono per le segnalazioni, il 696. Come raccontò il regista, fu chiesto alla SIP – la compagnia telefonica nazionale, poi Telecom – un numero inattivo su Roma, ma quello stesso numero a Torino era il centralino dell’Ospedale Le Molinette, che fu preso d’assalto così come i centralini della Rai. Il pubblico era incuriosito, voleva notizia, segnalava presenze, con una reazione che a molti ricordò quella de “La guerra dei mondi” di Orson Welles del 1938. Qui però la volontà di confondere fiction e realtà c’è tutta, ancor di più considerando la giustificabile innocenza del pubblico di fronte a un mezzo con cui stava facendo ancora ‘amicizia’. La scrittura di Vladimiro Cajoli ha dunque saputo costruire un racconto a più piani, così come la regia di Majano (lo stesso che poi consegnò alla storia la prima versione tv de I Promessi Sposi) ha portato il dietro le quinte in tv, ha unito i codici del teatro, della fiction e del programma in studio per un’ora di spettacolo che dovrebbe essere conosciuto e studiato da tutti quelli che parlano di tv. Un originale televisivo, come venivano indicati i programmi che non erano frutto di trasposizioni, che è originale ancora oggi.

Stando alle fonti consultate, il martedì era il giorno dell’informazione, non del teatro (al venerdì), né dello sceneggiato (alla domenica): questo potrebbe aver già spiazzato in partenza i telespettatori. Ma il lavoro di Majano, un esempio di ibridazione linguistica e di genere ancora inesplorato – allora e oggi – non può che fare scuola. E ricordare che la tecnologia è niente senza scrittura.