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Guè Pequeno sfonda la quarta parete a colpi di rime: il Rap da “diversivo” sul piccolo schermo a fenomeno di culto cinematografico

Guè Pequeno porta il Rap al cinema grazie a Paolo Sorrentino. Lo “stato di grazia” del noto genere musicale tra televisione e cinema apre le frontiere a un dibattito culturale sempre più particolareggiato.

22 Gennaio 2026 15:29

Il fenomeno mediatico del momento è Guè Pequeno. Lo è sempre stato, ma in queste settimane lo status di protagonista acquista un valore diverso. Il rapper arriva al cinema grazie a Paolo Sorrentino. Cantautore poliedrico, Cosimo Fini riesce a ritagliarsi uno spazio sul grande schermo grazie al proprio talento: poche rime diventano, nel giro di altrettanti giorni, tormentone difficile da dimenticare. Il merito è del successo che sta ottenendo il film del regista partenopeo: “La grazia” è considerato uno dei migliori progetti cinematografici di questo inizio anno, anche per un’altra tendenza. Elevare il Rap e i suoi talenti a espediente di culto.

Sul piccolo schermo ci erano riusciti gli Articolo 31 e Fabri Fibra in tempi non sospetti, ma al cinema ancora non era mai arrivato nessuno a dire che le rime potessero diventare un espediente retorico e dialettico su cui fare affidamento. Guè Pequeno riesce a fare la rivoluzione nel momento in cui una sua strofa diventa materiale per il flusso di coscienza del protagonista.

Guè Pequeno ispirazione di Sorrentino

Toni Servillo interpreta il Presidente della Repubblica (il riferimento non è a Mattarella) intento a gestire impegni e compromessi istituzionali, facendo i conti anche con qualche trauma emotivo e personale. La cornice di questi momenti interpersonali sono proprio le “barre” del celebre rapper che l’interprete napoletano – nei panni del Capo dello Stato – declama quasi come sfogo personale dopo una serie di riflessioni intense che animano anche il resto del girato.

Un frame che somiglia alla consacrazione definitiva. Negli anni ’90 gli Articolo 31 e – in parte – Fabri Fibra hanno “sfondato” il muro del piccolo schermo dando una dignità culturale al Rap italiano. Quella che conosciamo ancora oggi, ma a livelli più alti. Guè Pequeno, nello specifico, ha fatto il salto successivo.

Dalla tv al cinema

Portare il Rap al cinema, un certo tipo di cinema: quasi esistenziale, vuol dire spostarlo (all’interno della concezione comune) da “diversivo” a certezza artistica. Non è più soltanto un esercizio di stile, ma la rima diventa espediente retorico a tutti gli effetti. In grado anche di riassumere il pathos emotivo agli occhi di chi guarda. Non a caso Marracash, molto prima di Guè, ha vinto il Premio Tenco con Io, loro, gli altri. Un album definito dalla critica una sorta di trattato sociale in musica.

Da quel momento le curiosità e gli interrogativi sul Rap italiano sono aumentati: la crescita ulteriore gli ha dato anche margine per valicare confini ritenuti, nediaticamente, inaccessibili. Sorrentino, oggi, ricorre al Rap per far parlare la coscienza dei suoi protagonisti. Il regista partenopeo non è uno qualunque: rappresenta uno dei volti più credibili, sul piano cinematografico, a livello mondiale. Guè Pequeno al suo fianco è stato il passo necessario per attribuire al Rap una nuova epica. Una fase alternativa nella consueta parabola storica del genere musicale.

Riferimento culturale

Un modo di pensare e comporre nato dalla strada e arrivato in poltrona: non nei palazzi del potere, ma all’interno dei cinema. Luoghi in cui la gente riflette, pensa, si emoziona. Guè Pequeno, nel giro di un frame, è passato dall’essere rappresentante di una categoria artistica a riferimento culturale. Fare Rap, oggi, può voler dire (anche) arrivare alla settima arte e in una dimensione culturale precisa che, in un passato non tanto remoto, da alcuni artisti veniva percepita come un’utopia. Quindi invalicabile. Galeano, non un rapper ma un saggista, diceva che l’utopia serve a camminare. E il Rap italiano, anche grazie a Guè Pequeno e “La grazia”, di passi importanti ne ha fatti.