Concerti di Capodanno in tv: l’arte della Fenice, il pragmatismo di Vienna

Tight vs tuta: senza pubblico, la Fenice crea uno spettacolo mai visto, mentre Vienna non si scompone e colma con qualche foto digitale…

La tradizione del Concerto di Capodanno in tv è stata rispettata anche nel pieno della pandemia: su Rai 1 è andato in onda in diretta dal Teatro la Fenice di Venezia un vero e proprio evento teatrale e televisivo, che ha avuto la musica al centro in tutti i sensi (e i modi) possibili; Rai 2 recupera in differita l’appuntamento con i Wiener Philarmoniker, diretti quest’anno da Riccardo Muti, e offre uno spettacolo assolutamente in linea col passato. E non potrebbero esserci due scelte di messa in scena più diverse: da una parte la creatività e la ricerca di soluzioni altre, non solo per mitigare la sensazione del vuoto da assenza di pubblico ma per offrire un momento di arte a tutto tondo; dall’altra la scelta di mostrare le cose per come sono, con la Sala d’Oro del Musikverein completamente nuda e l’Orchestra nella sua consueta posizione. Come se tutto dovesse compiersi ‘normalmente’, come se fossero solo usciti tutti a prendere un caffè.

A Venezia, invece, ad essere nudo non è la platea, ma il teatro, completamente ripensato per ospitare la musica in tutta la sua pienezza. Bellissimo il colpo d’occhio che arriva dal Palco Reale, con l’orchestra a occupare totalmente la platea e ad accompagnare lo sguardo verso il palco ordinatamente e – sì – maestosamente riempito dal Coro della Fenice, che si estende, come se fossero ali, anche nei palchi laterali. Una scenografia asciutta che proietta lo spazio oltre le quinte e richiama la tolda di una nave diretta verso un futuro che ci si augura diverso – e con una navigazione calma e sicura – e una serie di inquadrature ricchissime, che non fanno mai mancare il senso di ‘abbondanza’ che la Fenice porta con sé. Il tecnocrane nel Palco Reale ha offerto inquadrature decisamente inedite, che speriamo restino uniche e storiche (perché vorrebbe dire che ci si potrà nuovamente assembrare), così come la regia di Fabrizio Guttuso Alaimo ha restituito a casa l’energia e al contempo l’armonia che sembrava regnasse in teatro. Gli orchestrali e il coro che si applaudono a vicenda è, poi, un tocco di ulteriore classe, ma anche simbolo di partecipazione, di vicinanza, di unità tra professionisti che – probabilmente – hanno vissuto questo Concerto con uno spirito da ‘compagni di trincea’ più che da ‘semplici’ colleghi. In fondo è stata un’impresa: vedere il coro cantare con la mascherina indosso ne dà il senso, così come l’allestimento innovativo, il plexiglass tra gli orchestrali, l’ingresso dei solisti lirici con la mascherina tolta all’ultimo momento.

Alla pienezza del teatro fanno da contraltare le immagini di una Venezia eccezionalmente vuota, dai canali deserti, ovattata in un non-tempo che la rende ancor di più un non-luogo (ma non nell’accezione di Augé, che più le appartiene al massimo del suo fulgore turistico): Venezia sembra smarrita, ma nello stesso tempo sembra che la direzione la dia proprio la musica, che esce dalla Fenice per percorrere il Canal Grande e riportare un soffio di vita in quel che sembra desolante. E devo dire che le immagini aeree dell’apertura senza neanche le musiche di Albinoni sarebbero state davvero il non plus ultra dello struggimento, ma la scelta deve essere stata quella di far arrivare a casa un generale senso di ottimismo, di rinascita, di eterea bellezza. Il tempo del silenzio è passato. O almeno si spera.

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Pragmanticamente asburgica la via scelta da Vienna, che non concede nulla al Covid se non l’assenza del pubblico: nessuna mascherina, nessun plexiglass tra gli orchestrali, nessun distanziamento. Solo la sala desolatamente vuota, che non viene mascherata o nascosta dalla regia. Con poca danza e senza intermezzi speciali, si indugia sui fiori, sui decori del teatro, sui dettagli minimi degli strumenti musicali. Per il resto l’unica concessione agli applausi arriva tra il primo e il secondo tempo del Concerto con una selezione delle foto arrivate alla ORF per partecipare virtualmente al concerto, accompagnate da un applauso che si dice essere il risultato della somma di quelli spediti dal pubblico virtuale. Vogliamo crederci, ma siamo dalle parti davvero del minimo sforzo per un risultato altrettanto minimo, televisivamente parlando. L’assenza del pubblico si sente tutta e non basta il carisma di Muti a compensare i vuoti. Anche se l’asciutezza adottata da Vienna sembra trovare una sua radice nel discorso di auguri che il maestro Muti rivolge al pubblico a casa: “La musica non è intrattenimento, la musica è una missione“. Una dichiarazione di intenti, certo, che all’orecchio di un italiano sembra rivolto più al Governo di Roma, che ha chiuso lo spettacolo per il Covid, che a ‘trovare una spiegazione’ al ‘minimalismo’ della messa in scena di Vienna.

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Mai come quest’anno, comunque, Venezia e Vienna hanno offerto due concerti di Capodanno profondamente diversi e a loro modo unici: le immagini del Musikverein deserto e della platea della Fenice piena ne sono i simboli. E già da questo si può capire la profonda diversità di visione, anche di quel che sta avvenendo al di fuori dei teatri.

Chi li avesse persi può recuperarli su RaiPlay cercando su Rai 1 quello della Fenice e su Rai 2 quello di Vienna.