Mediaset e la favola del target commerciale

Il biscione esalta il suo successo nel target commerciale per nascondere una stagione di insuccessi.

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Ci voleva il comunicato di Mediaset sul target commerciale – di cui ha dato conto Michele Biondi – per tornare a parlare di nuovo di Auditel e per confermare, nella sostanza, quel che sostenevo ieri: ovvero che, quando si tratta di ascolti televisivi, i numeri non sono più numeri, ma cambiano forma e sostanza a seconda di come li si racconta. Mediaset prova a puntare tutto, a livello di comunicazione, sul target commerciale, esalta il proprio “successo” nel target 15-64, definisce addirittura “pregiati” i propri ascolti, parla del target 15-34 (che definisce il pubblico più difficile da raggiungere, quello con alta propensione al consumo e più abituato a frequentare piattaforme alternative) e rigira la frittata, nascondendo una stagione di insuccessi e di ascolti per nulla esaltanti, e non solo per la crisi globale della generalista.
Questo rende ancor più palese il fatto che, quando si parla di dati Auditel (o di rating televisivo in generale), occorre fare dei distinguo.

In particolare, occorre fare dei distinguo nell’anomala situazione italiana, dove le stagioni televisive degli ultimi due decenni si sono susseguite, una dopo l’altra, fortemente drogate dal conflitto di interessi e da un progressivo smantellamento della Rai, che pure non ha coinciso con un crollo di ascolti del servizio pubblico.

Ma il discorso è davvero complesso e ci vorrebbe un saggio, non certo un pezzo breve, per descrivere gli ultimi vent’anni di televisione. Un saggio che, fatalmente, insieme al conflitto di interessi, ci porterebbe a parlare anche di politica; di aziende che producono perché hanno favori e occhi di riguardo; del ruolo inedito di un ex premier che controllava anche tre reti televisive commerciali e che, per il suo ruolo politico, aveva influenza enorme sul servizio pubblico e che resta uno degli uomini più ricchi del mondo.

E poi bisognerebbe tornare indietro ancora, e parlare della lottizzazione della televisione, della tradizione italiana, del fatto che – anche se qualcuno dice di no – la tv è una straordinaria fabbrica di consensi (o di dissensi) e che il potere politico ha bisogno di controllarla.

E infine, bisognerebbe fare un dispiacere anche alla stragrande maggioranza del giornalismo televisivo (dentro al quale ovviamente si trova anche TvBlog: anche noi pecchiamo, a volte, chiudendo un occhio o dando conto di notizie “a metà”. Capita, nessuno è perfetto) troppo spesso prono a questo o quell’amico, in un clima alla “volemose bene” in cui, tutto sommato, non bisogna mai graffiare, bisogna sempre dire che va tutto bene, bisogna ignorare le condizioni al contorno. Qui stiamo cercando, faticosamente, di cambiare un po’ l’approccio a questo mondo, e non è mica facile.

Tornando agli ascolti, poi, non si può dimenticare che un’azienda commerciale tenderà sempre ad esaltare le positività della propria annata, perché è questo che fa la pubblicità. E quindi, ancora una volta, non si può che concludere sostenendo che occorrerebbe ridimensionare – ma per farlo bisognerebbe fare una specie di elettroshock collettivo – l’importanza dell’indicatore dell’Auditel, che ormai non è più adeguato. Proprio come (lo dicono grandi economisti, fra cui Fitoussi e Stiglitz) il Pil non è più adeguato a descrivere il benessere di una nazione.

E’ quasi una battaglia culturale. Ogni tanto vale la pena di combatterla.