SONO CONFUSO, IN CHE ANNO SIAMO?

Apro un giornale, il vecchio Corriere che si rinnova o almeno tenta, e leggo un articolo di Aldo Cazzullo intitolato “Fiction sulle Fosse Ardeatine: e Gasparri pianse“, sabato 22 aprile. In questo articolo, scritto con spirito come sempre da Cazzullo, c’è una battuta che ripaga della lettura e mette in moto la testa. E’ una

Apro un giornale, il vecchio Corriere che si rinnova o almeno tenta, e leggo un articolo di Aldo Cazzullo intitolato “Fiction sulle Fosse Ardeatine: e Gasparri pianse“, sabato 22 aprile. In questo articolo, scritto con spirito come sempre da Cazzullo, c’è una battuta che ripaga della lettura e mette in moto la testa. E’ una battuta di Gasparri che, parlando di fascismo e di nostalgie, dichiara subito di non avere nostalgie e di avere dimenticato quelle giovanili, e poi dice, fulminante, a proposito di Alessandra Mussolini entrata grazie a Berlusconi nella coalizione di destra per le recenti elezioni: Alessandra “vive sul nome del nonno, non so cosa farebbe se non fosse in politica, forse venderebbe statuette a Predappio“.
Bella battuta, ripeto, e osservo che se c’ è una destra che ha fatto passi di distacco dal passato ce n’è un’altra che vende statuette anche fuori Predappio, e non smette di fare il saluto romano e di mettere striscioni antisemiti agli stadi, e qualche volta va anche più in là. Puntualmente in sintonia spesso con le statuette (Lenin? Stalin? Castro? Che Guevara?) che continua a vendere una parte della sinistra con le sue nostalgie senza pensieri.
Mi ha colpito questa faccenda delle statuette. E mi porta a dire qualcosa sulla attuale tv. Del resto, l’intervista aiuta in questo senso. Gasparri dichiara serenamente di essersi battuto per far realizzare dalla Rai le fiction sulle foibe (che è stata fatta e ha avuto dieci milioni di spettatori) e sul futurismo (due trasmissioni che devono ancora andare in onda). Non solo: tiene a sottolineare che si è battuto ancora, questa volta per una fiction sul commissario Calabresi ucciso a Milano negli anni Settanta dagli estremisti di sinistra e per la riduzione video del discusso libro “Il sangue dei vinti” di Pansa sugli eccidi commessi dai partigiani nel finale della seconda guerra mondiale. Gasparri poi rivela che si farà, non per suo interessamento, una fiction sul grande sindacalista Di Vittorio, mentre si sa anche (qui l’ex ministro non dà la notizia) che se ne farà una su Berlinguer, dopo che ce n’è stata una su De Gasperi e se ne sta girando un’altra su Pertini. A interessamento corrisponde interessamento. Una sorta par condicio nella creazione fictionaria.
Benissimo. Siamo gente di mondo e non ci impressioniamo molto se i partiti, o meglio i due poli si danno da fare per suggerire alla Rai, e magari anche a Mediaset, di sceneggiare fiction sulle personalità politiche a loro care, o sollecitare temi sempre cari ai rispettivi schieramenti. Gasparri, a proposito di Mediaset, si diverte a raccontare che lui stesso telefonò a Confalonieri, capo del gruppo privato,per esprimere la sua soddisfazione per il fallimento della fiction su Sacco e Vanzetti, fiction cara alla sinistra. Chissà se sempre Gasparri avrà di nuovo chiamato Confalonieri per complimentarsi per il successo di “Questa è la mia terra” sulla produzione concorrente Rai intitolata “La buona battaglia” su don Pappagallo e la strage delle Ardeatine (una fiction che è comunque piaciuta molto all’ex ministro e lo ha fatto pure piangere, non negandosi qualche obiezione sugli uomini che misero la bomba scatenando la terribile rappresagli nazista). Non si sa, non voglio, non vogliamo saperlo. Quel che sappiamo ci basta.
Sappiamo ad esempio che in questo rispettabile e spesso pregevole genere televisivo le statuette ci sono, eccome. Non saranno quelle che venderebbe Alessandra a Predappio se non fosse in politica, o quelle che pure potrebbero essere esposte nelle bancarelle della sinistra o delle sinistre; ma ci sono. Sono statuette che non si vedono, invisibili e tuttavia ingombranti. Fanno tornare in mente quando in Italia c’era il cosiddetto ministero della cultura popolare o milculpop, retto da Alessandro Pavolini, che interveniva nella produzione del cinema per promuovere, correggere, censurare; e Pavolini era un intellettuale, e non era quindi nè ignorante nè volgare, ma faceva quel lavoro lì: voleva belle statuine per il regime. Premure che aveva il suo Goebbels per quanto riguarda il cinema nazista o che avevano certamente i potenti o i funzionari addetti alla cultura nel paradiso creativo sovietico. Ogni paese totalitario aveva le sue statuette e il suo paradiso in terra.
Concludiamo. Sono passati molti anni da quei tempi, fortunatamente. Cinema e tv sono o dovrebbero essere più indipendenti, diretti e fatti da responsabili e da manager capaci di scegliere in autonomia le strade da seguire anche sull’importantissimo terreno della storia. Le scelte dovrebbero essere dettate dalla storia stessa, senza preclusioni o censure, senza timidezze, ipocrisie, doppiezze, un colpo al cerchio e uno alla botte tanto per fare contenti gli amici di oggi e magari farsi domani amici i nemici di oggi.
E gli uomini politici? Possono anzi debbono avere le loro idee e cercare di diffonderle, sostenerle. Ma come? Telefonando , scrivendo, facendo email al dirigente, al produttore, all’autore “imparentato”? Non viene loro il dubbio che è meglio che essi stessi si diano dei limiti in modo da non dare a coloro che sono pronti ad accontentarli per convenienza, pavidità, opportunismo più che per convinzione e capacità di scegliere con intelligenza e scrupolo quanto la società degli spettatori ha voglia e diritto di conoscere?
Chissà se questi atteggiamenti col profumo antico di un immaginario (?) minculpop sono così frequenti anche in altri paesi, in altre realtà, in altre democrazie. Ho una risposta. Pensate voi a quale potrebbe essere.
Ma una cosa la sottolineo. La processione o le processioni dietro statue o statuette piovute dall’alto per motivi non di sostanza ma di ostentazione e puntiglio, oltre che per volontà o libido di potere o di poteri le lascerei nelle vario Predappio , ovvero nei centri di nevralgia ideologica. Già, quanti sono?
ITALO MOSCATI

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