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Corrado Formigli: “Le notizie sono più importanti degli ascolti, il cambio di governo ha favorito Rete 4. Noi i virologi non li paghiamo”

Torna Piazzapulita. Corrado Formigli a TvBlog: “Io e Del Debbio parliamo a pubblici differenti, ognuno va per la sua strada. Non abbiamo un grande rapporto di confidenza con i leader politici. I virologi non li paghiamo. Ultimo blocco registrato? Non drammatizzerei. Rimangerei gli involtini”

Corrado Formigli non si snatura e riparte da dove si era fermato a giugno. Parola d’ordine ‘inchieste’, da sempre tratto distintivo di Piazzapulita che ricomincia giovedì 10 settembre. “L’aspetto più importante è stato il ritorno al lavoro dal vivo, per me era fondamentale dopo mesi di smart working”, confida il conduttore a TvBlog. “Finalmente le idee sono tornate a circolare in presenza, ho fatto buttare giù la parete dell’ufficio per poter svolgere le riunioni in spazi larghi. Abbiamo riconquistato una parvenza di normalità, sembrerà strano ma è il primo asset del programma”.

Tre ore e mezza di trasmissione che Formigli vuole rendere più fitta e compatta. Ogni puntata ospiterà due reportage focalizzati su due argomenti differenti, a cui si aggiungeranno gli ospiti al tavolo, il tradizionale intervento di Stefano Massini e un paio di interviste a personaggi chiamati a raccontare come sarà il mondo di domani. Mancherà invece il pubblico, più per scelta che per impedimenti legati al covid. “Decidemmo di rinunciarci prima di questo rialzo dei contagi. Avremmo potuto riaprire al cinquanta per cento della capienza totale, distanziando le persone tra loro. Non so quali sarebbero state le successive indicazioni di fronte a questa nuova situazione, ma da parte nostra c’è stata una riflessione alla radice. Vorrei che si recuperasse il peso delle affermazioni. Stiamo vivendo una fase diversa e mi piacerebbe che nel mio studio risuonasse la eco delle parole, anche delle bischerate che con gli applausi del pubblico verrebbero perse. Vorrei non ci fosse l’indulgenza dell’applauso. Lo stesso vale per una belle frase, che in questo modo verrà valorizzata”.

Di conseguenza muterà anche la scenografia.

“Abbiamo rimosso le tribune, non ci saranno gli spalti vuoti che l’anno scorso erano funzionali al contesto. Le poltroncine hanno funzionato per segnalare l’emergenza, ora sarebbero state una sporcatura. Le tribune coprivano gli sfondi, che adesso saranno più puliti, belli, ariosi”.

Televisivamente parlando, possiamo parlare di un prima e dopo Codogno?

“Nelle modalità di lavorare, certamente. Dopo Codogno ci è piombata addosso una gragnola di divieti, sembrava che non si potesse più girare niente. Pareva impossibile filmare all’interno degli ospedali, ma il nostro lavoro è stato quello di andare in questi luoghi e raccontare, nel pieno rispetto delle regole. Lo sforzo maggiore è stato capire come inviare le troupe in sicurezza nei luoghi in cui accadevano le cose. Il principio che ci ha mosso e che mi ha fatto perdere molta energia è stato sancire che l’informazione appartiene a chi la guarda, ancora prima di chi la produce. E’ un bene che va messo a disposizione delle persone. Ci abbiamo messo un po’ a stabilizzarci, almeno fino ai primi dieci giorni di marzo è stato complicato. Il vero cambiamento lo abbiamo vissuto in quella fase”.

In compenso c’è stata l’invasione dei virologi. Ciascuno di loro arriva anche a tre ospitate quotidiane. Overdose o necessità?

“Una necessità. I virologi bravi e autorevoli non sono tantissimi. Come li chiamo io, li chiamano pure gli altri. Non è come per gli opinionisti, in questo caso devi prendere chi ne sa di più, chi ha all’attivo più pubblicazioni. Non possiamo effettuare un casting alla Amici”.

Nel vostro caso c’è lo svantaggio di arrivare a fine giornata, quando molto – se non tutto – è stato già detto altrove.

“Io arrivo alle 21.15 del giovedì, dopo che dal lunedì quel terreno è stato arato in lungo e in largo. Cosa posso fare? Si tratta a quel punto di recuperare l’importanza della scenografia, la qualità delle inchieste, un certo taglio giornalistico. Non è che siccome i temi sono tutti uguali io posso occuparmi del reddito di cittadinanza; il pubblico non capirebbe. Devo essere realista. Gli spettatori vogliono sapere cosa pensiamo della scuola, dei vaccini, dei negazionisti. Quindi dobbiamo percorrere quel terreno, ma a modo nostro. Ci tengo a ribadire con orgoglio che Piazzapulita ha sei filmaker, sei editor, otto inviati di primissima qualità che garantiscono un tipo di prodotto. E’ un unicum”.

I virologi che partecipano a Piazzapulita vengono pagati?

“No, non abbiamo virologi a contratto. L’anno scorso effettuammo una donazione ad una associazione dell’Università di Padova”.

Tra le novità c’è l’ingaggio di Selvaggia Lucarelli, che sarà ospite fissa.

“Farà una dozzina di puntate. L’anno scorso partecipò in due-tre occasioni in maniera informale, quest’anno sarà più codificata. Selvaggia allargherà il nostro sguardo. E’ una giornalista curiosa, ironica, anche urticante. E’ crossmediale ed è molto attenta a ciò che accade in rete. Altre colonne del programma saranno Antonio Padellaro e Mario Calabresi, oltre a Tito Boeri, Federico Rampini, Alessandro De Angelis. Stiamo lavorando molto sulla qualità delle opinioni”.

E i leader politici?

“Giovedì non ci saranno. Di Maio e Zingaretti mancano da un anno, Salvini è tornato dopo due anni e mezzo e non credo che lo rivedremo presto, la Meloni è venuta a febbraio dopo tanto tempo. A differenza di altri non abbiamo un grande rapporto di confidenza con loro”.

L’anno scorso avete quasi sempre perso contro Dritto e rovescio. In tal senso, quanto ha influito il cambio di governo?

“La passata stagione abbiamo vinto due volte, poi per il resto si è imposto sempre Del Debbio, mentre due anni fa dominammo noi. Il cambio di governo ha portato maggior pubblico a Rete4; al contrario quando Salvini era al governo l’appuntamento di Piazzapulita era atteso perché si era curiosi di sapere cosa avremmo detto. Il governo di sinistra accende di più gli animi di chi vorrebbe vedere un governo di destra. Però, alla fine, ti dico la verità: gli ascolti non mi interessano, mi interessa il prodotto. Piazzapulita e Dritto e rovescio parlano a due pubblici differenti, ognuno va per la sua strada. Ritengo che sia importante che un talk, al di là degli ascolti, porti notizie e formi le opinioni. Il reportage sulle terapie intensive lo abbiamo venduto alle televisioni di tutto il mondo e per me questo è più importante di uno zero virgola tre in più di share”.

In merito al coronavirus stiamo assistendo ad una clamorosa inversione dei ruoli. Chi a febbraio minimizzava oggi predica prudenza, chi all’epoca veniva dipinto come allarmista ora passa per negazionista.

“Vero. All’inizio probabilmente si è pensato che il virus fosse legato ai fenomeni migratori e per un certo periodo i sovranisti vedevano nel rischio pandemico un motivo per ribadire la necessità di chiudere le frontiere, per poi capire che il virus forse era arrivato in Europa già a dicembre. In seguito, la pressione dei ceti produttivi del nord ha portato Salvini e altri ad avere una visione più aperturista”.

“Le istituzioni hanno contribuito a diffondere un panico ingiustificato. Si è vietato agli organi di informazione di entrare nelle zone rosse, dando l’idea che entrare significhi rimanere contagiati, come se respirare l’aria di Codogno porti il coronavirus. Sappiamo che non è cosi. Si è data l’idea di un pericolo fuori controllo”. Sono sue parole del 27 febbraio scorso.

“Quel mio editoriale era rivolto al mondo dell’informazione e non ai comuni cittadini. Continuo a essere contrario all’idea che i giornalisti non possano andare nelle zone rosse. Se c’è un fronte, si va al fronte, con le dovute precauzioni. Non capisco perché non si potesse entrare a Codogno con le giuste protezioni. Quando si va in guerra si sfidano le pallottole. Trovo tuttora gravissimo che allora non sia stato consentito l’accesso nelle zone rosse. Se dovesse riesplodere l’emergenza, farò una battaglia fortissima affinché gli organi di informazione possano andare nelle zone a rischio e all’interno delle terapie intensive. Io faccio il giornalista e, incrociando le dita, posso dire di non avere mai avuto un contagiato nella mia squadra, nonostante si sia andati dove nessun altro è andato. Se si vuole fare il giornalista di Piazzapulita, si deve essere nelle condizioni di andare dove accadono le cose”.

Nella stessa puntata ci fu anche una critica al governatore della Lombardia Attilio Fontana per aver indossato la mascherina in video.

“Fui ironico perché se ricordi bene se l’era messa male. Comunque, quella critica oggi non gliela rifarei”.

Un’altra polemica è legata agli involtini assaggiati in diretta. Li rimangerebbe?

“Ripeterei tutto, con quel gesto posi un problema reale. Intendevo dimostrare che il virus non lo prendevi mangiando gli involtini. C’era il rischio di un’ondata di razzismo. Circolavano dei video nei quali veniva a galla una forte intolleranza. La mia fu una battaglia scientifica, sui social continuano a menarmela ma la rifarei”.

A febbraio vennero etichettati come razzisti quei governatori che proponevano la quarantena a chi rientrava dalla Cina. Poche settimane dopo in Italia sarebbero stati vietati gli spostamenti da una regione all’altra. A ripensarci adesso suona strano.

“Non ho mai dato del razzista a Zaia, e a ragion veduta. Non ho mai pensato che quei provvedimenti fossero razzisti, semmai dimostravano prudenza. Zaia non sbagliava a preoccuparsi e su quel tema da parte mia non è stata mai promossa alcuna campagna”.

Tornando al programma, Piazzapulita godrà anche di momenti leggeri e di rottura?

“Sento molto la drammaticità di questa fase, forse dovrei farmi più furbo, ma quando percepisco che un argomento è dissonante e serve solo ad alzare gli ascolti in me si scatenano reazioni avverse. Una rottura del linguaggio avviene già con Massini, quest’anno inoltre affronteremo il secondo tema in maniera larga, recupereremo le cronache, ma se mi chiedi se faremo le battaglie con i salami, la risposta è no. Ho intrapreso una via radicale, il mio è un talk serio”.

Il pubblico ha però anche bisogno di respirare.

“In passato ho parlato di diete, omeopatia, vegani. Dubito che in questi mesi cupi di autunno riprenderò certi argomenti. Piuttosto, quello che farò sarà alzare ulteriormente l’asticella. E’ chiaro che in tre ore e mezzo il pubblico muti, non posso pensare che una persona mi guardi ininterrottamente dall’inizio alla fine, magari qualcuno si affaccia alle 23 dopo essere uscito dalla fiction della Rai e desidera vedere un approfondimento. Ai tempi di Sciuscià i documentari andavano in seconda serata, in quella fascia oraria non c’era solo cazzeggio. Non sarei troppo schematico”.

E’ successo che l’ultimo blocco registrato vi tenesse lontani dagli aggiornamenti dell’ultima ora. Correggerete il tiro?

“Una volta che copri l’attualità fino a mezzanotte, non succede niente di gravissimo se registri gli ultimi cinquanta minuti. Non drammatizzerei questo fatto. Non è facile convincere un ospite a venire a mezzanotte in uno studio fuori Roma. Noi andiamo sempre in diretta, ma a volte bisogna accettare di registrare l’ultima parte e quando lo facciamo è a ridosso della messa in onda, non la mattina o il giorno prima. Può accadere l’imprevisto, non siamo infallibili”.

(Photo Credit: Paolo Properzi)

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