11 Settembre 2001: l’attentato alle Torri Gemelle cambia (anche) il racconto televisivo
25 anni fa l’attentato alle Torri Gemelle. Un quarto di secolo dopo la narrazione televisiva è cambiata, anche a causa di tragedie che rimangono scolpite nella memoria collettiva: il racconto giornalistico prima e dopo l’attacco al World Trade Center.
Le torri in fiamme, il secondo aereo che colpisce il World Trade Center, il crollo degli edifici e le persone che corrono per le strade. Il fumo e le macerie diventano protagonisti inconsapevoli di una strage che avrebbe cambiato il destino del mondo e dei media. L’11 Settembre 2001 non è una data come le altre a livello storico: a New York è cambiato tutto dopo un attentato di cui ancora si discute e, con esso, anche l’informazione ha subìto un colpo non indifferente. La cronaca non sarebbe più stata esclusivamente cronaca, ma avrebbe talvolta ceduto il passo anche all’emotività e (nel peggiore dei casi) allo sciacallaggio.
Danno collaterale di una tragedia che ha visto centinaia di migliaia di vittime: vite spezzate che si sono ritrovate in mezzo all’inferno avendo avuto soltanto la “colpa” di recarsi al lavoro come ogni giorno. L’attentato alle Torri Gemelle ha messo gli USA in primo piano, com’era giusto che fosse in quel momento, ma le televisioni e i media in generale sono diventate anche megafono di altro. Per la prima volta i morti avevano un passato da raccontare. Le vittime non erano soltanto un numero da aggiornare. Non dovrebbero esserlo mai, ma il crollo delle Torri Gemelle ha messo in mostra – sul piano televisivo e giornalistico – quanto la cronaca non potesse limitarsi a raccontare la tragedia in maniera asettica e distaccata.
11 Settembre 2001: un attentato cambia il mondo
Scene di ordinaria follia, che avevano come unico obiettivo quello di preservare vite umane, hanno portato tutti gli operatori dei media a fare i conti con l’istante. Un disastro annunciato che ha visto, tra le altre cose, giornaliste e giornalisti in lacrime perché non stavano soltanto raccontando un attentato. Si sono ritrovati a viverlo con gli americani persi nel caos totale, impegnati a cercare risposte che – sul momento – non potevano avere. I messaggi di saluto delle vittime, coloro che sapevano di morire non appena hanno visto gli aerei scagliarsi contro le torri – sono diventati argomento di conversazione nei talk show.

Non si trattava ancora di tv del dolore, era racconto effettivo: più di qualcuno si avvicinava alle telecamere chiedendo aiuto e rinforzi. Le parole rotte dal pianto di una madre che si rendeva conto, in presa diretta, di avere il figlio spacciato. Trovarsi nel posto sbagliato in un momento pessimo. Ancora oggi, un quarto di secolo dopo, restano le testimonianze di chi è sopravvissuto tra stupore e fatalismo: “Mi sono salvato – si legge dagli archivi – perchè sono andato a fare colazione al bar prima di salire all’interno delle Torri”. Questo ha raccontato un italiano residente a New York. Aneddoto che ai tempi è diventato formato e contenuto giornalistico. La cronaca si è trasformata in romanzo di formazione, mentre in America il destino di molti stava cambiando in peggio.
Il ruolo dell’informazione televisiva
La figura del cronista costretta a fare i conti con l’imprevisto costante. I giornalisti presenti a New York passavano informazioni ai colleghi italiani che, nel frattempo, cercavano di mettersi in contatto con fonti sempre più autorevoli. La narrazione mediatica era frammentata e scandita da un’emotività che – gioco forza – stava prendendo il sopravvento. La faccia smarrita di Enrico Mentana nell’annunciare un attentato che avrebbe cambiato l’ordine mondiale e gli equilibri di potere; il volto perso di Maria Luisa Busi nell’elencare il numero delle vittime e le voci di chi cercava ancora un ultimo aiuto come estremo gesto di speranza in sottofondo. Bruno Vespa e la necessità del plastico negli studi di Porta a Porta per riprodurre l’attentato.
Il dispaccio – letto nel corso dei principali telegiornali – con le ultime parole di chi salutava, in americano, i propri cari sapendo che non li avrebbe più rivisti. I programmi televisivi, da La Melevisione a Passaparola, interrotti bruscamente per seguire il destino degli Stati Uniti dopo quel tonfo mondiale coinciso con diverse esplosioni. Anche il giornalismo e il senso dell’informazione stavano cambiando avvicinandosi maggiormente a quel che conosciamo oggi.
Come cambia il racconto mediatico
Un racconto mediatico che scava in profondità, talvolta anche troppo, perché dopo l’11 Settembre 2001 niente è rimasto come prima. Ogni singola vita va rispettata e onorata anche attraverso una narrazione che non comincia e finisce all’interno di statistiche. I numeri celano persone che vivono storie. Il giornalismo odierno non si pone l’obiettivo di raccontarle tutte, ma di dare rilevanza – anche durante una tragedia – a ciò che conta davvero.

Un ultimo abbraccio, qualche lacrima trattenuta, un sussulto di speranza. Tutti particolari “di troppo” che, da quell’11 Settembre di 25 anni fa, entrarono a gamba tesa nel racconto quotidiano insegnando a tutti che nessuna tragedia può abituare – persino chi racconta – alla banalità del male. Mentre si cercano ancora risposte, il giornalismo – dopo quella tragica data – non smette di farsi domande. Dentro e fuori il piccolo schermo.