Sanremo 2026, quando l’intellighenzia radical chic snobba il Festival: questione di principio o ipocrisia?
Sanremo stressa e molti artisti hanno deciso di prendersi una pausa, o di esibirsi part-time, come Fabrizio Moro ed Enrico Ruggeri che rifiutano la gara perché “premia più lo spettacolo che la musica” pur accettando di fare i duetti nella serata cover che sembra sempre di più un festival nel festival
Il Festival di Sanremo 2026 si trova ad affrontare una crisi d’immagine sicuramente nuova, forse del tutto inedita. Non solo artisti pop come Tiziano Ferro e Annalisa hanno declinato l’invito di Carlo Conti, ma anche una fetta significativa della cosiddetta intellighenzia cantautorale italiana ha scelto di voltare le spalle alla kermesse.
Con una motivazione che suona tanto nobile quanto discutibile: “Il Festival premia più lo spettacolo che la musica”.
I “no” dei cantautori: Moro, Cammariere, Ruggeri contro lo show
Secondo quanto riportato da numerose testate molti artisti di peso – come Fabrizio Moro, Sergio Cammariere ed Enrico Ruggeri – avrebbero tutti declinato l’invito a partecipare alla gara dei Big.
La motivazione sarebbe una presunta deriva del Festival verso una dimensione troppo orientata allo spettacolo televisivo, a scapito della qualità musicale e della profondità dei testi. Ma ci sono anche moltissimi artisti – come Giorgia, Fiorella Mannoia, Pezzali, Emma e altri, che poco prima di Sanremo saranno ospiti di Taratata – programma che Mediaset si appresta a rilanciare con la conduzione di Paolo Bonolis – ma che non hanno nemmeno presentato una propria candidatura al Festival. Che sembra sempre meno il salotto buono della canzone italiana…
Dualismo tra show e canzoni
Il paradosso è che questa critica arriva proprio nell’anno in cui Carlo Conti sta cercando di riportare il Festival verso una dimensione più cantautorale, meno ultrapop rispetto alle ultime edizioni di Amadeus.
E qui arriva la contraddizione più evidente. Mentre Fabrizio Moro, Sergio Cammariere ed Enrico Ruggeri rifiutano la competizione perché troppo “spettacolarizzata”, tutti e tre hanno però accettato di partecipare alla serata delle cover come ospiti.
Ruggeri duetterà con Arisa su “Quello che le donne non dicono” (con tanto di coro del Teatro Regio di Parma), Moro accompagnerà Eddie Brock su “Portami via” – una delle sue canzoni più belle.
Viene da chiedersi: ma non si tratta dello stesso identico palco? Non è forse la stessa identica kermesse che tre minuti prima veniva criticata per essere troppo “show” e troppo stressante con una componente sempre più ridotta di “musica”?
Sanremo, Club Tenco o nazionalpopolare?
La percezione che circola negli ambienti discografici è che il cast di Carlo Conti stia virando verso una dimensione più da “Club Tenco” che da Festivalbar così come l’aveva concepita Amadeus. E dunque meno hit immediate, più ricerca, più cantautorato. Una formula che divide e che forse rischia di faticare.

Il timore della Rai, secondo quanto trapelato, è che un cast troppo orientato verso il cantautorato possa impattare negativamente sugli ascolti e sulla raccolta pubblicitaria. E qui sta il vero nodo della questione: Sanremo non è il Tenco, non è PrimaveraSud, non è un festival di nicchia per intenditori. È la più grande vetrina musicale italiana, un evento nazionalpopolare che deve parlare a tutti.
Pretendere che il Festival rinunci alla sua componente spettacolare per diventare un salotto buono della musica d’autore significa non aver capito cosa sia davvero Sanremo. E soprattutto significa voler imporre una visione elitaria della cultura musicale che mal si concilia con un paese dove milioni di persone, ogni anno, si ritrovano davanti alla televisione proprio per quello spettacolo che i puristi tanto disprezzano.
L’ipocrisia del “siamo diversi”
Il vero problema non è Carlo Conti, non è Achille Lauro (presente per la settima volta su otto), non è nemmeno il presunto eccesso di spettacolarizzazione. Il problema è un certo snobismo radical chic che considera la musica popolare come qualcosa di inferiore, di meno nobile, di meno artistico. E se la cosa arriva dalle case discografiche, dagli agenti, se non addirittura dagli artisti, la cosa non può non essere sototlineata.
La stessa intellighenzia che critica Sanremo perché troppo mainstream è quella che poi si lamenta quando la musica italiana non riesce a sfondare all’estero. Ma come può sfondare, se i nostri stessi artisti la trattano con sufficienza?