The Wire, il progetto che ha cambiato il crime seriale: profondità psicologica e intrecci narrativi in 60 episodi
The Wire è la serie che ha cambiato il genere crime americano nella sua interezza. Il prodotto targato HBO Max è un riferimento ancora oggi per quanto riguarda scrittura ed espedienti narrativi utilizzati. 60 episodi hanno segnato un’epoca.
David Simon ha lanciato The Deuce. Un progetto che, a partire dal 2017, ha cambiato ulteriormente gli standard di un certo tipo di racconto che trae linfa dal crime e lo intreccia con il thriller fra storia e contemporaneità. Si parla di criminalità, ricatti, giochi di potere sullo sfondo di intimità carnale e ritorsioni psico-emotive in quello che viene definito sistema americano ma poi si allarga a un codice comune che include malaffare e scelleratezza.
Scrivere serie tv in questa maniera vuol dire anche gettare il cuore oltre l’ostacolo, il più grande impedimento in tal senso riguarda la distribuzione. Trovare qualcuno disposto a investire in innovazione quando apparentemente sembra essere già stato detto tutto. Simon, però, non è uno qualunque. Si tratta dell’ideatore e scrittore di The Wire, progetto seriale che ha fatto da spartiacque nella categoria. C’è un prima e un dopo quella serie.
The Wire cambia il crime seriale
Nello specifico 60 episodi divisi in 5 stagioni, che vanno dal 2002 al 2008, in cui Simon inserisce più di un personale flusso di coscienza. Lascia andare proprio la passione per la scrittura di romanzi, mettendo insieme un’architettura scenica e sceneggiata solida. La collaborazione di Dennis Lehane e George Pelacanos si evince in ogni dettaglio, la forza di un progetto seriale del genere è l’ispirazione alla tradizione della crime fiction americana senza scimmiottare il passato.
Anzi, il fine ultimo è proprio quello di stravolgere i paradigmi esistenti a inizio millennio per creare un’altra strada da seguire. Un sentiero in grado di tracciare una rinnovata grammatica seriale. The Wire parte da un filone che è quello dei grandi romanzi russi, per poi adattare – in ambito scenico – quello che ha fatto Balzac a Parigi e Dickens a Londra. Da questo assunto, poi, si sviluppa il resto: altri aspetti che vanno a confluire in un’unica mappa concettuale che sviluppata per suggestioni. Collegamenti che, oggi, potrebbero risultare consequenziali ma a inizio millennio hanno cambiato la morfologia seriale per intero.
Il romanzo entra nella fiction
Una storia universale capace di toccare le corde di chiunque con delicatezza, suscitando un interesse crescente che comincia proprio dai collegamenti che si sviluppano episodio dopo episodio. Basti pensare che, subito dopo The Wire, il sistema americano (in relazione alle produzioni cinematografiche e televisive) ha cominciato a valutare l’idea della trasposizione di grandi romanzi letterari. American Gods nasce proprio da tale esigenza.

Lo showrunner di The Wire è un ex giornalista e la città protagonista della serie è Baltimora proprio su suo preciso volere: l’uomo ha lavorato per anni alla sezione cronaca nera del quotidiano The Baltimore, lo stesso dicasi per il collega Ed Burns. Particolare non da poco che ha dato autenticità ulteriore all’intero progetto. “Quello che abbiamo raccontato – nel giro di cinque anni – si è verificato sul serio perchè abbiamo preso spunto da storie di vita vissuta”, hanno ribadito gli autori a più riprese.
La corruzione nel quotidiano
L’autenticità entra a gamba tesa anche come espediente narrativo, suffragata dalle evoluzioni degli schemi di potere vigenti in quegli anni. Agli inizi del Duemila, infatti, parlare di pezzi deviati dello Stato che lavoravano a stretto contatto con i narcotrafficanti era non solo rivoluzionario, ma anche divisivo. C’era il rischio che la credibilità delle istituzioni venisse meno da parte dell’utente medio, invece si è verificato il fenomeno opposto. Gli intrecci narrativi hanno favorito una consapevolezza diversa nella quotidianità, perchè The Wire ha portato all’attenzione fenomeni sociologici che – nel crime – hanno finito per toccare persino argomenti scomodi ma ugualmente attesi.
Dal punto di vista linguistico, in relazione alle performance dei vari protagonisti, troviamo un approccio completamente diverso rispetto ai modelli precedenti: ogni zona di appartenenza ha la propria lingua e le proprie espressioni, riportate fedelmente dagli attori coinvolti. Questo ha fatto sì che, addirittura, si cominciasse a parlare di psicologia e tratti criminali non solo in ambito action ma anche sul piano dello sviluppo thriller con riferimenti alla psiche dei malvagi. Le stesse basi che hanno portato, successivamente nel tempo, all’evoluzione di crime series come True Detective e American Crime Story.
Dignità narrativa alle minoranze etniche e sociali
Arriviamo, dunque, all’ultimo aspetto che ha portato The Wire a erigersi sull’altare del cambiamento scenico e narrativo: la rappresentazione delle minoranze. Precedentemente all’avvento di questa serie, le fasce sociali meno abbienti e i quartieri più malfamati – dal punto di vista cinematografico – venivano rappresentati in maniera stereotipata e conforme a standard univoci.
The Wire, invece, come avviene nella più alta letteratura di formazione, ha saputo mettere in atto una sorta di “codice morale” appartenente agli anti-eroi. I personaggi meno convenzionali che, in un passato remoto, venivano rappresentati esclusivamente senza una propria dimensione e neppure con uno sfogo completo sul piano della catarsi narrativa.
Michael K. Williams e un nuovo linguaggio seriale
Il personaggio di Omar Little, invece, come tanti altri della medesima risma non solo ha una personalissima schiera di valori riconoscibili (sta allo spettatore poi capire se siano condivisibili o meno) ma Michael K. Williams – che lo ha interpretato – è riuscito a farlo diventare uno dei personaggi più originali e anticonformisti del panorama crime seriale. Non un semplice gangster da strada, ma un rappresentante della comunità afroamericana (per giunta gay) in grado di vivere emozioni degne di nota come tutti coloro che nascono con un destino non conforme al “sogno americano”, ma ugualmente ricco di sfumature e colpi di scena.
Questi tipi di narrazione hanno portato anche allo sviluppo di progetti analoghi come Atlanta o Insecure. Tessere di un mosaico sempre più ricco di referenze che The Wire ha saputo garantire. L’America, da quella serie, ha fatto scuola anche per gli altri appassionati e addetti ai lavori del genere. Quel che è stato possibile raggiungere, in termini di scrittura e resa scenica, è diventato un vero e proprio codice condiviso anche per il resto dei prodotti seriali che avrebbero voluto e vorranno strizzare l’occhio a un determinato tipo di suggestioni e paradigmi.
Un grande classico
The Wire non è una serie: è l’inizio di una nuova era, con cui ancora oggi bisogna confrontarsi quando sentiamo l’esigenza di raccontare uno spaccato di vita non propriamente comune ma importante da più prospettive. Non ultima quella dello spettatore che matura, in ambito audiovisivo, anche grazie ai grandi classici. I quali, dopo aver sparigliato le carte, diventano richiami senza tempo.