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Dramma in Svizzera, il dolore entra nelle case: l’incendio di Crans-Montana è uno spartiacque (anche) mediatico

Il dramma in Svizzera, con l’incendio di Crans-Montana, ha rappresentato uno spartiacque anche sul piano mediatico. Le lacrime di Guy Chiappaventi, cronista di La7, sono un esempio per tante professioniste e professionisti.

2 Gennaio 2026 18:46

La tragedia con cui è iniziato il nuovo anno porta tutti, direttamente o no, al locale Le Constellation di Crans-Montana. Un incendio ha spezzato le vite di molti giovani che volevano solo festeggiare e complicato le esistenze di chi resta fra dolore e smarrimento. Morti, ustionati e feriti. Una tragedia che sembra non avere fine, ma dovrà trovare un epilogo. Almeno per capire come sono andati davvero i fatti nella tragica notte che ha portato al primo dell’anno per accertare responsabilità e stabilire come andare avanti, anche se superare un momento del genere non è semplice per nessuno.

Neppure per chi un dramma del genere si trova a raccontarlo: non è una guerra, ma un vero e proprio imprevisto che lascia sbigottito persino il più professionale tra gli inviati. Chiedere Guy Chiappaventi, corrispondente esperto del Tg La7, con esperienza di diversi anni alle spalle, pronto a tutto o quasi. Durante il racconto di quella tragica notte, però, non ha potuto fare a meno di lasciarsi andare a un dolore composto, forte e profondo.

Incendio Crans-Montana, oltre il racconto televisivo

Raccontare un conflitto, un episodio di cronaca nera è sempre complesso. Quando, però, si tratta di una calamità naturale, dove a rimanere coinvolti sono soprattutto giovanissimi, non si può rimanere impassibili. Professionisti sì, come Chiappaventi. Anche e soprattutto persone che non possono e nemmeno vogliono abituarsi a questo. Un Capodanno da brivido per famiglie che hanno salutato i propri figli per l’ultima volta senza saperlo. La dipartita non avvisa mai. Neanche e in special modo quando bisogna darne il doloroso annuncio.

Chiappaventi non è l’unico che si è ritrovato a dover rimettere insieme i pezzi, sul piano dialettico prima e professionale poi, di una tragedia. Numerosi inviati italiani hanno fatto e stanno continuando a fare lo stesso. L’espressione è sempre la stessa: smarrimento, lucidità ritrovata in maniera forzata, perchè si vorrebbe soltanto dar sfogo alla propria incredulità e a un dispiacere collettivo. Accade anche a chi deve raccontare una guerra, una strage o un evento particolarmente sofferto. Negli altri casi, tuttavia, c’è sempre tempo per arrivare “preparati”.

Le lacrime di Guy Chiappaventi

In tal caso no: davanti a un incendio simile, a risvolti così netti, a morti così improvvise, non si può essere mai abbastanza pronti. La lezione che Chiappaventi ha dato – sul piano mediatico e umano – riguarda la prontezza dei cronisti ma anche la loro umanità. Celata l’ha sottolineato senza esitazione durante il Tg de La7: “Prima di essere professionisti, siamo umani. Genitori e adulti che possono soltanto provare a resistere di fronte a una tragedia simile”.

Proprio questa umanità, che abbiamo visto anche in altri frangenti da chi fa informazione, deve restare come monito. Non possiamo continuare a raccontare la realtà senza viverla. Chi restituisce un ritratto fedele di quello che accede in Italia e all’estero lo fa portandosi dietro un bagaglio di esperienze e cicatrici che, molto spesso, tiene sopite. Per sobrietà ed equilibri che i cronisti, come impone la deontologia professionale, devono mantenere.

L’importanza di informare

Le lacrime di Chiappaventi, tuttavia, dimostrano che lavorare con l’informazione e nell’informazione vuol dire anche e soprattutto metterci il cuore. Una certezza che dovrebbe essere chiara, in special modo quando si danno per scontate (o dovute) certe figure. L’inviato o inviata è il collegamento diretto fra quello che accade fuori e quel che arriva nelle nostre case.

Un cronista che piange, a ragion veduta, è portatore di cicatrici che diventano di tutti dopo ogni parola detta nel modo più autentico e rispettoso possibile. Lo stesso rispetto che colleghi e colleghe, anche quando si trovano di fronte ad altre situazioni più, meno o ugualmente scabrose, devono pretendere proprio perché per raccontare determinate vicende ci vuole lucidità, esperienza e prontezza. Informare gli altri significa persino fare i conti con un dolore inaspettato e restituirlo sperando che non si debba più raccontare.

Il giornalismo, per qualcuno, è una ragione di vita – oltre che un semplice impiego – proprio in questi momenti qui. Quando tutto intorno crolla e la forza delle parole è l’unico antidoto per cercare di non sprofondare ulteriormente. Aggrappandosi a un volto, una frase, un racconto frammentato che non restituirà le vite spezzate ma alimenta una speranza: quella di ritrovare un ordine da cui provare a ripartire. Persino quando sembra tutto fermo.