La televisione italiana esce dal 2025 fortemente ridimensionata. Il destino ha fatto il suo dovere, come un blackout improvviso nel bel mezzo della trasmissione più attesa. Addii importanti che hanno dato l’impressione che la televisione potesse spegnersi per davvero, sebbene non esista forse un mezzo più eterogeneo ed eterno.
I canali cambiano, ma le icone restano. Ecco perché quando è arrivato l’annuncio della morte di Pippo Baudo è sembrato a chiunque come se mancasse qualcosa. Una colonna portante, l’ennesima, che è ha fatto l’ultimo inchino – di sabato in prima serata – ed è uscito di scena portandosi via un patrimonio di programmi, tecniche ed espedienti che resteranno nella memoria di chi lo ha vissuto e in quella di coloro che dovranno cercare di studiarlo.
Da Pippo Baudo a Peppe Vessicchio, il piccolo schermo piange le sue icone
La sua lezione professionale non termina con la dipartita ineluttabile che segna, inevitabilmente, un prima e un dopo. Sanremo è Sanremo, anche questo l0 ha detto Baudo, ma lo sarà un po’ meno nel 2026 anche per l’assenza di un’altra colonna portante del piccolo schermo: il Maestro Peppe Vessicchio. Un’icona della musica, ma anche della tv. La sua presenza nella Città dei Fiori era rassicurante, così come sicurezza l’hanno data i suoi insegnamenti – dentro e fuori dal palco – e le sue performance. Quindi, come se fosse un mantra salvifico, nel 2026 continueranno ugualmente tutti a dire: “Ma c’è Vessicchio quest’anno?” aspettando che esca fuori dalla sua consueta postazione di Direttore d’orchestra.

Ce l’avrà anche questa volta, magari da una prospettiva privilegiata. Mentre gli estimatori finiscono di asciugarsi le lacrime. Quelle stesse che gli appassionati hanno ritrovato sul volto nel salutare per l’ultima volta Alvaro Vitali, Claudia Cardinale, Adriana Asti, Mauro De Francesco e Ornella Vanoni. Tristezza, per favore vai via. È più facile cantarlo che metterlo in pratica. Ecco perché musica e televisione salvano la vita, non è solo una questione di zapping compulsivo: è proprio che, nel ricordo di certe persone, si culla il pensiero dell’eternità. Utopia che somiglia a una carezza, quando si pensa che determinati riferimenti non dovrebbero morire mai. Dato che poi lo spettacolo devono mandarlo avanti gli altri. Gli stessi che avrebbero voluto vedere un’ultima volta anche le gemelle Kessler.
La malinconia collettiva
La notte è piccola per noi, cantavano e ballavano insieme, e dal prossimo anno anche i giorni saranno più brevi sul piano dello spettacolo perchè non ci sarà più il loro supporto tra balli, performance e quegli echi di Varietà che sembrano appartenere al passato remoto. Resta, tuttavia, un’uscita di scena particolarmente sentita. Con la voglia di mettere un punto, che le sorelle Kessler hanno dimostrato, anche nell’ultimo viaggio insieme. Un trapasso da star, senza clamore, ma con tanta dignità e consapevolezza. Esattamente come si conviene a due simboli di quella che è stata la televisione pubblica del passato verso il presente, con uno sguardo al futuro.
Restando in tema di Varietà e comicità, Antonello Fassari lascia un vuoto particolare non solo per gli amanti della Garbatella, tra Cesaroni e derivati, ma anche per gli estimatori del Nardone Mario (personalità tra palco, realtà e politica plasmata per il cinema e sbocciata in tv) che sembrava avere una soluzione a tutto. L’enigma più grande, invece, stavolta dovremmo risolverlo noi.
Generazione di fenomeni
Senza più riferimenti, costretti a cercare nuovi leader e altrettanti paradigmi che portino avanti l’intrattenimento televisivo senza dimenticare le basi e gli obiettivi di un tempo. Traguardi conquistati a fatica da chi c’era e adesso, per forza di cose, guarda altrove. Il piccolo schermo è un po’ più vuoto, ma forse un piccolo manipolo di quella generazione di fenomeni (come cantano gli Stadio) è rimasta nel cuore di chi la televisione non la guarda soltanto ma la vive. Proprio come una necessità che non si spegne mai.