Genealogia del trash italiano: da TikTok ai salotti televisivi (e viceversa), l’ascesa di un fenomeno collettivo
Dai salotti televisivi ai feed social, come reality e algoritmi hanno normalizzato e monetizzato l’accesso al piccolo schermo e online dei cosiddetti personaggi “trash”.
L’apparizione di Rita De Crescenzo a Belve ha (ri)acceso un riflettore su qualcosa che esiste già da anni: l’osmosi fra televisione generalista e piattaforme social nel produrre e legittimare personaggi “trash”. È una categoria elastica e controversa, per alcuni sinonimo di cattivo gusto, per altri puro intrattenimento pop. Sta di fatto che quel linguaggio fatto di eccessi, teatralità, iper‐esposizione è diventato una grammatica ormai condivisa, capace di muoversi dal divano pomeridiano alle For You Page di TikTok con estrema disinvoltura.
Prima di lanciarci in facili giudizi tranchant, vale la pena chiedersi come ci siamo arrivati, quali tappe abbiano amplificato il fenomeno e perché continui a funzionare. Perché sia chiaro: questi personaggi non sono spuntati all’improvviso, ma sono il frutto di un percorso che dura decenni.
Cosa intendiamo oggi per “trash”?
In Italia “trash” ha smesso di essere solo un’etichetta sprezzante per diventare un codice. Riguarda l’ostentazione del too much – emozioni urlate, look sgargianti, litigi-sceneggiata – e il gusto per la scena “troppo vera per essere vera”. Non è un genere, quindi, ma un tono: possiamo trovarlo (sempre più spesso) nei talk, i reality sono il suo ambiente naturale così come alcune dirette su TikTok. Chiamarlo “trash” implica un giudizio, certo, ma descrive anche un patto con il pubblico fatto di sospensione dell’incredulità e godimento (quindi riconoscimento) del teatrino. Persino chi ne è protagonista rivendica spesso la dignità del proprio racconto popolare, e una parte di pubblico consuma quel racconto con ironia consapevole, ridendo di meme e clip.
Reality, salotti e risse in diretta
Se oggi il trash italiano è mainstream è anche perché la televisione commerciale, dopo averlo fatto nascere negli anni ’80, nella seconda metà dei Duemila lo ha addomesticato e trasformato. È la stagione dell’ascesa di Mediaset, Berlusconi e l’alternativa al Servizio Pubblico: una proposta fatta anche di autenticità ed estremi che si rincorrono. Dai litigi accesi nelle arene mediatiche alle lacrime di commozione e meraviglia. Gli stereotipi della quotidianità diventano un espediente narrativo. Siamo ancora nell’intrattenimento: il trash arriverà successivamente. Quando, con l’avvento delle alternative di visione, si vuole forzare – nel palinsesto generalista italiano – la messa in scena per scatenare l’effetto sorpresa. E questo accade tanto in Mediaset, quanto sulla Rai. Il trash è un imprevisto che diventa sistema.
A fare da volano, poi, ci sono stati i reality: Grande Fratello e poi Grande Fratello Vip, ma anche L’Isola dei Famosi, La Talpa, La Fattoria. Nella seconda metà dei 2000 questi titoli hanno codificato la serialità del conflitto. È in quel brodo primordiale che nasce una vera e propria classe dirigente del trash televisivo pronta a migrare, anni dopo, sulle piattaforme social con naturalezza.
I personaggi che popolano il pomeriggio
Alcuni volti sono diventati emblema di questo linguaggio. Tina Cipollari è stata per anni l’opinionista‐personaggio per eccellenza: look volutamente eccessivi, punchline fulminanti, la capacità di trasformare il contrasto in una cifra stilistica personale. Gemma Galgani è il suo contraltare melodrammatico che si affida alle lacrime e all’ostinazione sentimentale. Con loro la commedia degli affetti sconfina a più riprese nel grottesco, abbastanza vera da far parlare e abbastanza finta da poter essere gustata senza sensi di colpa.
Attorno a loro si muove una galleria di “caratteri” – dal politico che insulta alla showgirl iperbolica al concorrente di reality sempre sul punto di esplodere – che alimenta da anni l’immaginario.
Dalla pandemia all’algoritmo: la nuova ondata nata online
L’altro grande acceleratore di questo fenomeno (che non perde la sua forza) è stato digitale. Durante i lockdown milioni di italiani hanno cercato leggerezza sulle piattaforme e TikTok, Instagram, YouTube sono letteralmente esplosi. È qui che si affacciano personaggi “dal basso”, senza mediazioni autoriali. Angela da Mondello diventa un meme nazionale con la sua frase tormentone sul Covid, Rita De Crescenzo si impone con il suo dialetto sgrammaticato e le performance quotidiane.
L’algoritmo premia intensità e frequenza. Chi sa catalizzare attenzione – con un balletto stonato, una sfuriata, un racconto iperbolico – scala la vetta delle visualizzazioni più velocemente di chi propone contenuti “alti”. La TV – un certo tipo, almeno – che ha imparato a fiutare il vento, pesca da lì ospiti e fenomeni pronti per talk e reality, chiudendo il cerchio tra i social e la prima serata.
Apparire a ogni costo: dal casting permanente ai micro‐business dell’ego
C’è poi una pulsione culturale che attraversa tv e social: il dover/voler apparire a ogni costo. La ribalta non è più un traguardo esclusivo, è un lavoro diffuso, un casting permanente. La vecchia gavetta (teatro, accademie, provini) convive con percorsi paralleli dove basta un video fortunato e si entra nel circuito di ospitate, pubblicità, serate. In questo ecosistema il “personaggio trash” è efficiente perché è riconoscibile, produce meme e genera discussione. E soprattutto monetizza. Da un profilo con centinaia di migliaia di follower si ricavano codici sconto, sponsor, serate in discoteca, comparsate televisive. È un’economia dell’attenzione dove la provocazione vale quanto – e spesso più – del talento.
Perché funziona il trash e come ha cambiato la nostra percezione

Il successo del trash tocca corde profonde. Da un lato offre una narrativa di riscatto, l’idea che chiunque, anche senza pedigree culturale, possa conquistare visibilità e denaro. Una parte di pubblico si riconosce in quelle biografie e le celebra. Dall’altro alimenta una dinamica opposta: il piacere, meno confessabile, di sentirsi “migliori” del personaggio di turno. C’è infine la dimensione rituale: il trash funziona perché è partecipativo. La litigata in studio genera clip, le clip diventano meme, i meme ritornano in tv come “il momento della settimana”.
Tutto questo non assolve nessuno. Se un tempo la tv filtrava di più, oggi spesso rincorre e anche il servizio pubblico, nel tentativo di accalappiare un pubblico giovane, cede alla curiosità per i fenomeni virali. È lecito e persino utile osservare quei fenomeni con sguardo “antropologico”, ma la linea tra analisi e consacrazione è sottile. Invitare in salotto chi è diventato celebre per eccessi o storture (anche nella sfera politica) significa attribuirgli uno statuto di centralità: non è neutro. La questione, allora, non è “vietare il trash”, ma chiedersi: come contestualizzarlo? Con quali scelte editoriali, quali cornici narrative, quali anticorpi critici?
Il trash e i suoi personaggi-simbolo sono lo specchio di un intero ecosistema
Far finta che non ci riguardi è un errore, anche grossolano. Oggi quel linguaggio lo consumiamo tutti, volenti o nolenti, tra una pausa e l’altra, lo citiamo, lo trasformiamo in ironia condivisa. Anche quando non ce ne accorgiamo. Possiamo deriderlo o amarlo, ma non fingere che non racconti qualcosa di noi: il bisogno di apparire, la voglia di riscatto, la nostalgia di un’emozione forte anche se artefatta. Forse la vera sfida, per chi fa informazione e intrattenimento, è tornare a scegliere: non ciò che fa più rumore, ma ciò che, dentro quel rumore, merita davvero di essere ascoltato.