Home Interviste Medicina 33, intervista a Laura Berti: “Il mio sogno era fare il medico, la Rai mi ha dato fiducia. La sanità in Italia? Un gioiello da difendere”

Medicina 33, intervista a Laura Berti: “Il mio sogno era fare il medico, la Rai mi ha dato fiducia. La sanità in Italia? Un gioiello da difendere”

TvBlog ha incontrato Laura Berti, giornalista e storico volto di Medicina 33, la rubrica del Tg2 incentrata sulla salute.

23 Ottobre 2025 13:00

Giornalista professionista dal 1993, Laura Berti è conduttrice e curatrice di Medicina 33, la storica rubrica del Tg2 che si occupa di salute, medicina e nuove scoperte scientifiche. Da sempre appassionata di scienza, è anche autrice di numerosi dossier a sfondo scientifico e medico, oltre che docente sulla Comunicazione della Salute presso master universitari a Milano e Roma. Una professionista che è prima di tutto un’amante di tutto ciò che è conoscenza, cultura, ricerca. In questa intervista a TvBlog, svela i retroscena di un contenitore televisivo che è ormai da anni tra i più seguiti nell’ambito medico, oltre che le tappe più importanti di una carriera fondata soprattutto sull’impegno e sull’amore per il prossimo.

Lei ha un’ampia esperienza, dalla cronaca alla conduzione. Si sente più una “giornalista prestata alla scienza” o “un’appassionata di scienza prestata al giornalismo“? 

Mi sento più un’appassionata di scienza prestata al giornalismo. Io avrei voluto fare medicina ma, per una serie di situazioni, mi sono alla fine iscritta alla facoltà di Lingue. Ho iniziato ad insegnare, e il mio approccio al giornalismo è avvenuto per caso. Nel periodo in cui mio fratello lavorava come architetto nel centro storico di Roma, è stato intervistato da Il Messaggero. È stato proprio lui a parlare a loro del mio sogno di fare la giornalista; ho quindi iniziato lavorando nei quartieri della Capitale con Il Messaggero. La mia sofferenza infinita era quella di andare a intervistare persone per articoli di cronaca nera; è stata davvero una tortura per me. Dopodiché, è cambiato il Direttore e siamo stati mandati tutti via. Mio marito – che all’epoca era il mio fidanzato – mi consigliò di fare un colloquio presso la Luiss, che metteva a disposizione un master di giornalismo molto costoso.

Per me era impossibile parteciparvi perché la tassa di iscrizione era improponibile. Grazie all’insistenza di mio marito, ho però tentato di vincere la borsa di studio e, dopo aver superato tutte le prove, sono riuscita ad ottenerla. Io in realtà avevo già capito che mi sarebbe piaciuto lavorare in televisione e ho per questo iniziato con Telemontecarlo. C’è però stata una situazione incresciosa, dato che decisero di mandare via noi “giovani donne in età fertile”. Proprio per questo motivo ho iniziato a fare attività sindacale: perché ero davvero disgustata. Quanto accaduto è stato però un bene, perché dopo quella esperienza ho scoperto che c’era la possibilità di firmare contratti di sostituzione ferie alla Rai. Da lì è iniziato tutto.

Questa passione per la medicina l’ha ritrovata anni dopo…

Questa è la cosa che mi ha fatto più felice. Io ho anche continuato a studiare: ora sto per prendermi la magistrale in psicologia. La passione è rimasta, mi piace la ricerca, la scienza, per me è qualcosa di meraviglioso.

Ha infatti avuto la possibilità di essere al timone di Medicina 33, rubrica storica del Tg2. Quanto è difficile racchiudere argomenti medici complessi in pochi minuti, garantendo comunque completezza e senza cadere nella superficialità?

Noi cerchiamo di fare servizio pubblico, divulgando e raccontando concetti che capiscano tutti e che possano essere di aiuto per comprendere certe cose. Se si tiene fermo questo obiettivo, la banalizzazione e la superficialità non ci sono. Io mi metto nei panni di chi è a casa, sta scolando la pasta – perché andiamo in onda all’ora di pranzo – e ascolta quello che stiamo dicendo. Ritengo che la cosa fondamentale sia fare le domande più semplici per far capire alle persone di cosa stiamo parlando, soprattutto se si affrontano temi legati alle patologie. A seguirci sono tante persone che non sanno a chi rivolgersi, ma anche tantissimi appassionati di medicina.

Secondo lei, c’è ancora lavoro da fare sull’informazione medica e scientifica in tv? 

Bisognerebbe fare di più, soprattutto perché le persone lo chiedono e hanno bisogno di sentirne parlare. Questa è la cosa più bella di tutte.

Viviamo in un’epoca in cui, con l’avvento dei social e del web, sono in aumento fake news e titoli allarmistici sulla salute…

Il pericolo è dare informazioni sbagliate ed è questa la parte più drammatica. In studio è ad esempio venuto di recente come ospite il presidente dell’AIFA e la Presidente della Società Italiana di Neuropsichiatria Infantile: con loro ho voluto chiarire quanto avesse detto Trump sull’uso del paracetamolo in gravidanza e su questo principio attivo che curerebbe l’autismo. Quella è stata una puntata per cui abbiamo ricevuto tantissime telefonate, perché le persone vogliono sapere la verità.

Trattare quotidianamente argomenti che toccano la malattia e la sofferenza può essere emotivamente pesante. Come si “stacca” dal lavoro per mantenere il suo benessere personale e la lucidità?

Io non sono ipocondriaca, altrimenti non potrei fare questo lavoro, ma quello che è pesante sono le richieste di aiuto delle persone. Il mio numero ha girato in questi anni, per cui gli utenti continuano a chiedermi ogni giorno informazioni su problemi di salute ma mi parlano anche dell’impossibilità di prenotare visite o di raggiungere telefonicamente i dottori. Quello è un lavoro in più che devo fare a fine giornata, ma che nonostante tutto mi piace.

I problemi di salute – relativi alle liste d’attesa o alla carenza di fondi – sono diventati sempre di più un tema politico.

Questo è un tema che a me è sempre piaciuto affrontare; servirebbe in realtà molto più tempo per fare politica sanitaria. Il focus deve essere la clinica, una patologia, i sintomi, ma anche le storie delle persone che soffrono di queste patologie. Il tema politico lo tratto invece a livello individuale, con tutte le telefonate delle persone che mi chiedono questo. Al momento in Italia abbiamo una sanità pubblica che sarebbe perfetta come impostazione ma che ha bisogno di finanziamenti per poter sopravvivere.

Guardando indietro, com’è cambiata la comunicazione della medicina in tv dagli anni ’90 a oggi?

È cambiata tanto. Negli anni addietro, era una comunicazione più asettica ma, andando avanti, le persone hanno chiesto sempre di più una personalizzazione e una umanizzazione. Oggi si parla di una serie di patologie, che prima non venivano affrontate. Negli anni è anche cambiato il linguaggio: prima si diceva “il brutto male” oppure “il male incurabile“, adesso si parla tranquillamente di cancro o tumore. La comunicazione scientifica è più vicina alla società.

Un altro aspetto che non veniva affrontato in passato è quello legato alla salute mentale.

Io sono appassionata di questo ambito. Io e il collega Andrea Martino abbiamo anche fatto due dossier sul Tg2: uno anni fa che si chiamava Roba da Matti e che parlava del post Basaglia, e un altro andato in onda lo scorso autunno che era E io rinasco, sul disagio mentale nei bambini e negli adolescenti.

laura berti intervista
Intervista a Laura Berti (foto Rai Play) tvblog.it

Non è facile far passare questi argomenti. Per la Giornata della Salute Mentale, c’è stata una puntata dedicata a questo. Se ne parla di più, anche perché la parola d’ordine è quella di cercare di combattere lo stigma, perché l’importante è che si intervenga ai primi segnali. Se non lo si fa, tutto diventa molto più complicato.

Quali sono invece i criteri principali che guidano la selezione degli ospiti e degli esperti in studio?

Sia per un problema etico che di accessibilità, chiamo professionisti che lavorano nel pubblico o che sono professori universitari, che hanno un ruolo importante nelle società scientifiche, che siano notoriamente grandi ricercatori o medici. Il criterio è sempre quello di proporre persone da cui chiunque può andare, senza dover ricorrere al privato, in modo da evitare di dare spazio a professionisti focalizzati sul business.

A suo avviso, Medicina 33 in questi anni ha contribuito a un reale cambiamento nella cultura della prevenzione in Italia, spingendo gli italiani a uno stile di vita più sano o a controlli più regolari?

Credo di si, voglio sperarlo. A breve parlerò anche della prevenzione del tumore al seno per le donne oltre i 70 anni, perché non ricevono più le proposte di screening, come se il cancro scomparisse oltre i 70. Chi ha la possibilità di andare in privato per fare tutti questi esami, per i quali c’è uno screening regionale, dovrebbe avvertire la regione e far passare qualcuno avanti. Sono piccole cose ma che possono diventare molto importanti anche per la convivenza civile.

Tra l’altro, voglio ringraziare tutti i Direttori che ho avuto e che mi hanno lasciata libera di fare delle scelte, che hanno avuto fiducia in me. Sono stati veramente molto rispettosi in questo. Sono stata lasciata libera di scegliere, non ci sono state interferenze di nessun genere o dei veti. Della Rai si parla spesso molto male, ma in questo caso ho visto un grande rispetto nei confronti di tutto quello che riguarda la salute. Mi sento inoltre di dire grazie ai colleghi Lidia Scognamiglio e Andrea Martino, senza i quali Medicina 33 non ci sarebbe.