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Lodo Guenzi a TvBlog: “Non faccio carte false per fare televisione. La cultura in tv? Permette a tutti di accedervi”

Le esperienze televisive, il periodo da prezzemolino, la scomparsa del manager e i nodi professionali da sciogliere. Intervista a Lodo Guenzi

pubblicato 16 Ottobre 2023 aggiornato 21 Ottobre 2023 10:15

Ora Lodo Guenzi è anche ufficialmente conduttore televisivo. Non è in assoluto la prima volta che ricopre questo ruolo in tv, ma Tutto quanto fa cultura rappresenta la prima volta in solitaria alla conduzione di un programma. Nel 2018, dopo il successo sanremese con Lo Stato Sociale, arrivò alla co-conduzione del Concerto del Primo Maggio con Ambra. L’esperienza si ripeté nel 2019, per poi interrompersi.

Negli anni ha collezionato un’avventura da giudice a X Factor, una partecipazione fissa nel cast di Le Parole nella stagione 2021-2022 e la presenza al Premio Campiello dal 2021 in avanti. Ora con Tutto quanto fa cultura passa alla conduzione di un programma culturale in onda nella terza serata di Rai 2. Dopo che le prime due puntate sono andate in onda nella terza serata del mercoledì, da questa settimana il programma passa al giovedì, con partenza prevista attorno a 00:15.

Tutto quanto fa cultura è il programma con il quale inauguri una carriera da conduttore?

Direi di no, perché per me l’occasione in cui ho condotto davvero qualcosa è stata quella del Primo Maggio: lì si alterna una sequela di ospiti, che tu devi lanciare. Con Tutto quanto fa cultura invece io abito uno studio con la faccia curiosa del meno colto in sala: faccio domande che riguardano il cinema, l’arte, la musica e do le mie impressioni. Secondo me è un ruolo non diverso da quello che ho fatto negli ultimi anni al Campiello o a Radio2 Social Club con I fatti di Lodo. È un’esperienza che inserirei più in quel filone di presenze televisive.

Come ti è arrivata la proposta di fare questo programma?

La proposta mi è arrivata direttamente da Rai Cultura, direzione con la quale sono in contatto da diversi anni, da quando ho iniziato a fare il Campiello. In questo caso ho la fortuna di parlare sempre con le stesse persone, cosa che in Rai non va data per scontata, dati i vari cambiamenti di assetti e dirigenze.

In maniera provocatoria al termine della prima puntata hai detto che “fare un programma di cultura è tempo perso”. Qual è allora lo scopo di Tutto quanto fa cultura?

Credo che in generale abbia senso fare programmi che non rincorrano un numero e l’adesione ad una gara di mercato. In questo senso la notte è il posto giusto. La parola cultura per me è una delle più utilizzate, ma anche più sprecate in questo momento storico. La cultura è sicuramente figlia di tanti aspetti: dell’educazione, della possibilità di venire a contatto con cose belle e soprattutto dei rapporti economici che regolano la società. La cultura, purtroppo, molto spesso in un paese come il nostro diventa un lusso. In questo senso un programma culturale su una rete generalista a cui può avere accesso chiunque può servire a far sì che i discorsi sulla cultura non si esauriscano nel solo terreno da gioco della cultura stessa. Il rischio è di diventare classisti rispetto a chi non ha avuto il privilegio di fare certe scuole o certe università. Se la cultura non diventa un ponte fra classi sociali, ma solo una maniera per raccontarsi che “noi siamo meglio di quegli altri”, va a finire che siamo decisamente peggio di quegli altri.

L’obiettivo di Tutto quanto fa cultura quindi è quello di creare un ponte fra classi sociali con diverse possibilità di accesso a prodotti culturali?

Forse questo è un po’ambizioso. Più semplicemente si tratta di occupare uno spazio televisivo parlando di quello che succede fuori di casa, sperando di stimolare qualcuno ad andare ad un concerto, ad una mostra o ad uno spettacolo.

La tua prima esperienza televisiva sganciata dallo Stato Sociale è stato X Factor, arrivato nel 2018 dopo il successo di Una vita in vacanza. È un’esperienza che non si è poi più ripetuta. Con il senno del poi, la rifaresti o è un qualcosa di cui ti sei pentito?

Se fossimo nel 2018 lo rifarei. Oggi non lo rifarei perché è evidente da tutte le scelte che sto prendendo che sto andando verso luoghi meno generalisti e meno affollati, a cercare più libertà che pubblico.

Per due anni hai affiancato come co-conduttore Ambra al Concerto del Primo Maggio. Un appuntamento che dopo il parziale stop del 2020 – Ambra condusse da sola da uno studio televisivo con le esibizioni registrate dei cantanti – non hai più condotto. Come mai?

Io credo che le cose abbiano il loro tempo e in quel momento mi sembrava giusto defilarmi per dedicarmi ad altre cose, come il cinema. Le trasmissioni poi si fanno con una squadra di persone: quando ad un certo punto la squadra è cambiata, a me sono mancati un paio di punti di riferimento ai quali volevo bene.

A proposito del nuovo percorso che senti di aver intrapreso, è stato intanto sciolto il nodo circa il futuro dello Stato Sociale?

Abbiamo portato a termine da poco un tour che è stato molto bello e anche molto trionfale nei numeri, ma che ha rappresentato una delle esperienze più strazianti della nostra vita, perché significava ripetere ogni singola parola e ogni singola nota che abbiamo scritto con un nostro amico, che oggi non c’è più (si tratta del manager del gruppo, Matteo Romagnoli, scomparso lo scorso giugno, ndr). Credo che questa nostra storia non sia ancora finita e credo però che al momento abbiamo bisogno di tempo per capire a che punto è.

Negli ultimi anni hai deciso di tornare alla recitazione, dalla quale venivi prima di dare vita insieme ai tuoi compagni allo Stato Sociale. Ci potrà essere più spazio anche per la televisione d’ora in avanti?

In questi anni non sono mancate le proposte. Forse a volte sono mancate le proposte giuste e a volte le proposte giuste riguardano anche progetti che non hanno alcuna ambizione di spaccare l’Auditel. Diciamo che però in questo momento non faccio carte false per fare televisione.

Fra recitazione e tv, quindi stai più puntando sulla prima?

Sì. Punto però anche, dopo questi due anni frenetici, a fermarmi un attimo per mettere insieme i pezzi e capirmi un po’ di più. In generale mi sembra un momento in cui cominciare a fare meno e cominciare a capire di più chi io sia. Quando apri tante carriere, non solo tu non sai più chi sei, ma non lo sanno neanche gli altri.

Ti penti di qualcuna delle esperienze televisive fatte fino ad ora? L’horror vacui, che temi, ti ha, a volte, fatto accettare proposte in cui in realtà non avevi nulla da esprimere?

No, mi sembra di aver sempre fatto scelte che mi permettessero di essere nella soglia di quello che per me è dignitoso.

Hai invece mai avuto la sensazione di essere stato troppo inflazionato in un certo periodo dalla tv?

Beh sì, vengo da anni in cui sono diventato un prezzemolino, in cui mi si poteva vedere ovunque. Il successo di Una vita in vacanza mi aveva permesso di andare ovunque, in quanto quel brano mi qualificava. Quando si è iniziato però a percepirmi come una figura a tutto tondo fra Primo Maggio, X Factor e film, è diventato naturale e quasi fisiologico finire per essere ospite tanto nella trasmissione che si occupa di politica, quanto in quella dedicata al teatro o alla musica. Ad un certo punto ero sempre in mezzo alle palle e, come dissero i Rolling Stones quando facevano costantemente un disco e non staccavano mai, “come fanno a sentire la nostra mancanza se siamo sempre in mezzo alle palle?”. Con l’unica differenza che io non sono i Rolling Stones.

Rallentamento a parte, l’intenzione è quella di portare avanti una carriera poliedrica o di imboccare un’unica strada artistica?

Il vero punto che devo ancora capire è cosa fa un musicista da grande. Se la musica fra dieci anni farà parte della mia vita, sarà la musica di uno che avrà quarantasette anni e io a quarantasette anni non farò i salti di un metro e mezzo con la chitarra in braccio, quindi sarà un’altra musica e un altro racconto. Ora mi devo interrogare sulla relazione che ho con la musica e con la recitazione. Questo secondo me è il punto della mia vita in questo momento, dove comunque c’è sempre un convitato di pietra che si chiama Matteo. Come ti giri ti giri, lo sguardo cade sempre su quello.