
Dopo la seconda puntata di MasterChef (seguita per la seconda volta dalla nostra Debora) è il momento di dire qualcosa di più in merito. Capitano eventi rari, di questi tempi: due “Complimenti per la trasmissione” ravvicinatissimi, che non si ricordavano da qualche era geologica; generaliste che zoppicano; il sottoscritto che recensisce positivamente un programma di intrattenimento.
A parte le battute, MasterChef (in onda su Cielo) si merita, a giudizio del vostro scribacchino qui presente, tutti gli applausi dei complimenti per la trasmissione. Per tanti motivi. Per chi non lo sapesse, MasterChef è un format internazionale. Un talent show per aspiranti chef. Il vincitore, in Italia, si porta a casa 100mila euro e la possibilità di pubblicare il proprio libro di ricette. Roba che può davvero costruire una carriera. Ma dicevo che MasterChef ha dato un senso alla parola talent show in Italia.
Primo: perché è un adattamento che rispetta il format originale e non sbrodola. E’ appassionante, montato bene, a tratti con l’estetica del duello western Fila che è un piacere. Ha ritmo. Si fa guardare tutto d’un fiato.
Secondo: perché è stato fatto un ottimo lavoro di casting. In giro per blog da addetti ai lavori i tre “giudici” (Joe Bastianich, Carlo Cracco e Bruno Barbieri) sono già stati ribattezzati Il buono, il brutto e il cattivo. Sta a voi stabilire chi sia chi. Fatto sta che i giudici funzionano. Non si può dire di no. Sono esperti, hanno modi di fare funzionali allo show e anche al talent. Piacciono sia al pubblico dei talent sia a quello, esigentissimo, degli appassionati di cucina (ok, qualcuno storce un po’ il naso, ma ci sta).
Terzo: perché è un vero talent show. Forse l’unico vero talent show che io abbia mai visto fra quelli proposti in Italia. Ora qui qualcuno si risentirà, probabilmente. Spiego: il giudizio è affidato esclusivamente alla capacità del “talento” di turno. Alla sua abilità con il tema del talent: la cucina. Non sai tagliar le cipolle? Sei fuori. Ti giustifichi anche se hai sbagliato? Sei fuori. Non hai salato il piatto? Sei fuori. Non c’è televoto che tenga, non ci sono lacrime che tengano, non c’è nessuno da commuovere per provare a farcela lo stesso anche se i giudici non sono soddisfatti.
L’emblema di come dovrebbe funzionare il talent, comunque lo si concepisca, è una scena andata in onda ieri. Restano due concorrenti a tagliar cipolle. Li stoppano dopo 90 minuti (provateci, a tagliar cipolle velocemente per 90 minuti, poi ne riparliamo). XXX si avvicina a uno dei due. Gli rimprovera il taglio irregolare.
Lui risponde: “Può capitare”.
E il giudice: “Può capitare? Noi cerchiamo l’eccellenza”. Fuori.
MasterChef è cattivo. E così dev’essere.
Continua a leggere: MasterChef - Ecco un vero talent show. Cattivo. Ritmato. Bello

Bravo, Enrico Mentana. Non solo perché riesce a ottenere in esclusiva l’intervista con Valter Lavitola (perché il Lavitola abbia scelto di sottoporsi a questo lunghissimo interrogatorio televisivo, resterà probabilmente un mistero: semplice desiderio di raccontare la propria versione rimanendo al sicuro, dove non c’è l’estradizione? Difficile. Desiderio di mostrarsi fedele a qualche potente con il rigido mantenimento della propria versione? Possibile. Vanità, voglia di farsi vedere più furbo dei furbi? Anche. Qualche messaggio fra le righe da mandare a chi è in Italia? Altrettanto possibile). Sì, ovvio, è un fatto eccezionale, l’intervista via satellite di un latitante. Ma il successo di Bersaglio Mobile (ecco il resoconto della prima puntata, Il Caso Lavitola risiede nel fatto che Mentana porta a casa dei telespettatori di La7 un giornalismo a cui ci eravamo disabituati.
Complici i quattro colleghi ospiti (su tutti, personalmente trovo ottimo e in grande spolvero Carlo Bonini, che con la sua ricostruzione dei fatti inchioda il Lavitola meglio di qualunque altra domanda incalzante. E’ lui a fare la domanda migliore a Lavitola - Che mestiere fa? - e a ripetergliela dopo aver ricostruito l’improbabile scenario di un imprenditore ex massone filantropo e un po’ immanicato), Enrico Mentana ha ricordato a tutti cosa voglia dire approfondire e, soprattutto, fare delle domande.
Poco importa che il Lavitola risponda come crede: i cinque giornalisti in studio fanno domande. Vere. Non concordate. E siccome sono domande vere, quando l’intervistato si attorciglia su posizioni inverosimili, Bonini, Mentana e colleghi possono permettersi di chiedere di non prenderci per scemi.
Sono domande non assoggettate alla logica dello share o al dibattito urlato cui siamo troppo abituati (e infatti Mentana richiama Marco Lillo, che ad un certo punto incalza un po’ troppo Lavitola: i due si parlano addosso e non si capisce nulla da casa. E non è quello che Mentana vuole). Domande le cui risposte o non risposte hanno un significato ben preciso, proprio perché ci sono quelle domande che vengono poste. Domande che si riferiscono a fatti. Poi, è chiaro: ognuno che abbia seguito la storia avrebbe avuto le sue, di domande.
Ma quel che è stato fatto questa sera è un’operazione estremamente importante perché con Bersaglio mobile, Enrico Mentana ha riconsegnato ai telespettatori il genere intervista, una parola che la televisione italiana contemporanea ha modificato nel suo senso più profondo, trasformandola in qualcos’altro, mistificandola, falsificandola.

La puntata di Apprescindere di questa mattina era da incorniciare, facendo rimpiangere che non si ci occupi mai di programmi simili. Dopo i sermoni vacanzieri, Michele Mirabella ha presidiato per tutta la stagione tv il mattino di RaiTre, orfano di Cominciamo Bene. E ha dimostrato che un professore fa sempre la differenza, anche in tv.
Il tema odierno era dei più metatestuali, ma affrontato con un’ottica attentamente super partes e per questo molto istruttiva: com’è cambiato il giornalismo in Italia. Paradossalmente il contributo più coraggioso, in un servizio pubblico spesso paludato e lontano dai veri problemi del Paese, lo ha offerto il presidente dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti, Enzo Iacopino:
“I cittadini dovrebbero sapere che l’informazione in questo paese è gestita da signori che hanno interessi e usano l’informazione per lucrare vantaggi in altri settori delle loro attività. Se sapessero che ci sono giornalisti pagati a 50 centesimi lordi a pezzo, e parlo di giornalisti professionisti… E’ possibile perché gli editori - con una disinvoltura intollerabile - riescono a fare quello che vogliono. Tra gli editori ci sono ladri di sogni che rubano ai cittadini la verità. E quindi non parliamo più di un giornalista libero, ma permanentemente tenuto sotto ricatto. Questo precariato, in tutti i settori di attività e anche il nostro, diventa una sorta di gambizzazione permanente a tutti livelli, non solo quello psicologico. Con rispetto per la categoria, provocatoriamente ho già detto che se noi adottassimo il parametro Colf le retribuzioni sarebbero quadruplicate. E’ confortante che molti giovani vogliano fare i giornalisti, ma amaramente devono fare i conti con questa realtà che mette a rischio la qualità dell’informazione, anche se è difficile dire a un giovane che vuole fare questo mestiere di cambiare idea. Alcuni giornali nelle scuole sono di grandi qualità”.
Tra citazioni di esempi illustri (Montanelli tra gli altri) e una sapiente linea guida di racconto, Apprescindere dimostra la rara preziosità di una scrittura autorale colta, rafforzata dall’inestimabile bagaglio accademico del presentatore. Pensate solo al monologo introduttivo di Mirabella, un vero e proprio gioiellino dialettico che non è ostentazione nozionistica, ma denuncia una padronanza autentica:


Poco più di un anno fa, La7 aveva mandato in onda un programma davvero delicato e interessante, pur appartenendo al genere dei reality-show, dal titolo Mamma ha preso l’aereo. Si parlava di adozioni, un tema poco trattato dalla nostra tv e invece sempre attuale per moltissime famiglie, e lo si faceva in modo “equilibrato”, leggero, ma non superficiale e senza scadere nel voyeurismo gratuito.
Storie di famiglie che, superati i complessi e lunghissimi iter burocratici, riuscivano finalmente a coronare il loro sogno di avere un bambino. Le ansie del viaggio in aereo verso Brasile, Vietnam e tanti altri paesi del mondo, per poter abbracciare la creatura che era stata loro assegnata; il primo incontro, la permanenza nel paese straniero, le difficoltà del primo approccio, della lingua diversa, di una vita precedente completamente sconosciuta e quasi sempre tragica per il bambino. Racconti che in qualche modo lo spettatore poteva sentire “propri”, emozionandosi con i neo-genitori.
Gli ascolti di Mamma ha preso l’aereo non erano stati eccezionali, un po’ come quelli della maggior parte dei programmi di La7 che cercano di fare un pizzico di intrattenimento e non solo informazione, ma la trasmissione avrebbe meritato maggior fortuna per le modalità in cui aveva trattato un argomento tanto importante. Nonostante ciò, La7D ne ha trasmesso ieri sera una puntata speciale con il sottotitolo di “Un anno dopo“.
Mamma ha preso l’aereo - Un anno dopo




Continua a leggere: Mamma ha preso l'aereo - Le adozioni...un anno dopo su La7D
Che palle solo Saviano, X Factor e Avetrana. Ormai, se non sei un marchio riconoscibile, sembra che tu non possa più strabordare tra prima e seconda serata. E invece, una volta, i programmi andavano in onda a tarda sera per il solo gusto di intrattenerti, non per farsi notare per forza.
Nelle ultime sere il sottoscritto, che fa parte della ‘vecchia’ generazione Mtv, quella che ti accompagnava per tutta la giornata da Select a Kitchen, si è sottratto ai programmi di punta per ritrovare Loveline. E tutto questo nonostante avessi personalmente perso ogni legame fidelistico con la seconda serata, ormai alla mercé del sensazionalismo un po’ forzato di Chiambretti (con l’ospitata urlata a tutti i costi) e dell’approfondimento in salsa morbosa.
La seconda serata nasce per essere soft, mai ansiogena, distensiva, con contenuti riservati e più congeniali alle turbe notturne. Quale altro tema se non il sesso può essere sdoganato e, soprattutto, sensibilizzato in questa fascia? Il ritorno di Loveline ha avuto, perciò, un effetto insieme nostalgico e straniante. I fan della prima ora saranno rimasti sicuramente spiazzati, lunedì sera, dalla sostituzione di Camila Raznovich, con quella sua aria un po’ algida e fetish insieme: la crescita della sua credibilità professionale dipende soprattutto da questo programma.
Come lei, non c’erano più il divanetto, lo studio raccolto con i ragazzi seduti all’indiana, gli interventi hot-pop dell’ex gieffino Filippo Nardi. Al suo posto, delle sedie di plastica e un’atmosfera dispersiva più vicina al lounge bar. Ma, poiché tutto si crea nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma, Loveline è tornato per restare, con una pelle più moderna ma al tempo stesso fedele al suo testamento originario: fare educazione sessuale tra i giovani. Il futuro, ora, è Angela Rafanelli, una delle vere novità del panorama televisivo attuale (qui l’intervista a Queerblog). Stiamo parlando di una ragazza brillantemente impacciata e per questo genuina, autenticamente confidenziale, che non assomiglia a nessun’altra. Chi non si è innamorato della sua buffa parlantina livornese?


Ebbene sì, questo è un complimenti per la trasmissione preventivo, per il solo fatto che esista questo progetto. Perché i suoi predecessori, Tosca nei luoghi e nelle ore di Tosca (1992) e La Traviata a Paris (2000), sono stati senz’altro due dei più straordinari eventi globali di cui il mezzo televisivo possa fregiarsi. Probabilmente, concedetemi una nota personale, due dei più bei ricordi televisivi del sottoscritto.
E ora, il format La Via della Musica, che mescola la lirica, il linguaggio cinematografico e la diretta televisiva, ideato e prodotto da Andrea Ambermann, avrà finalmente in onda il suo terzo capitolo.
Si tratta di Rigoletto a Mantova, che verrà trasmesso in diretta in mondovisione da RaiUno sabato 4 e domenica 5 settembre 2010. Saranno collegati ben 138 Paesi e si prevede di superare il record di un miliardo di spettatori stabilito dalla Tosca (all’epoca, 1992, i Paesi che mandarono in onda l’evento furono 107).
Il Rigoletto verrà proposto in diretta da Mantova, nei luoghi (ecco la gallery di immagini di alcune location) e nelle ore descritte dal libretto di Francesco Maria Piave (e musicato da Giuseppe Verdi). La regia è affidata a Marco Bellocchio (che subentra al regista delle prime due parti di questo format, lo scomparso Giuseppe Patroni Griffi), la fotografia al premio Oscar Vincenzo Storaro. L’Orchestra sinfonica della RAI verrà diretta dal Maestro Zubin Metha.
Protagonista dell’opera sarà il tenore Placido Domingo, che già 18 anni fa
interpretava, da brividi, Mario Cavaradossi nella Tosca (nell’immagine). Anche allora, la fotografia era di Storaro. Dopo il salto, Domingo alle prese con la romanza “E lucevan le stelle”, e tutto il finale dell’opera-film in diretta dalla terrazza di Castel Sant’Angelo a Roma, affinché chi non ne avesse memoria possa capire la portata del progetto.










Quest’oggi, due ottimi giornalisti della carta stampata sottolineano (impietosamente) gli ascolti in calo dell’access estivo di Raiuno. Nel mirino è Dadada, il nuovo programma amarcord firmato da Elisabetta Barduagni, erede del Super Varietà andato in pensione insieme all’ideatore, nonché storico capostruttura Rai, Paolo De Andreis.
Marco Castoro, su Italia Oggi, ritiene che Raiuno abbia sbagliato a “cambiare il nome di Supervarietà con Dadada e per questo lo share ne ha risentito”:
“Le schegge della tv del passato, ora riproposte con il solo cambio del nome, non stanno confermando il 23% di share medio riportato fino al 2009. Quest’anno siamo intorno al 18-19%”.
Marco Molendini del Messaggero parla dalla sua di “titolo in pensione”, condividendo con Castoro la perplessità sul cambio di nome visto che “si spaccia per nuovo quello che nuovo non è”. Il critico in questione, però, riconosce che una sottile differenza c’è:
“Il montaggio di Supervarietà lasciava meno spazio alle forbici, rispettava le gag rinunciando a un’inutile brevità, faceva 7.8 punti in più di share”.
Umilmente, spendo due parole per aggiungere un contributo personale alla querelle. Come anticipato dalla mission originaria, Dadada (omonimo titolo di una hit degli anni ‘80 della band tedesca Trio) è caratterizzato da sequenze ininterrotte di immagini, che seguono in ogni puntata un preciso filo conduttore monotematico, avvalendosi del repertorio sia televisivo che cinematografico.
Continua a leggere: Dadada va peggio di SuperVarietà? Ma è fatto meglio (e batte Velone)

Arena di Verona 2010 - Lo spettacolo sta per iniziare. Foto della serata con Antonella Clerici




Prima ancor di vedere i risultati di domani, il sottoscritto si azzarda a fare un pronostico. Antonella Clerici, nostra magna mater della televisione nazionalpopolare, potrebbe aver fatto un altro miracolo: salvare la lirica in televisione. Lo spettacolo da poco conclusosi su RaiUno, in diretta dall’Arena di Verona per presentarne la stagione teatrale, è stata una delle vetrine più dignitosamente pop - e al contempo di grande qualità - offerte a questo genere dal piccolo schermo.
Dopo il disastroso precedente della Tosca di giovedì scorso, RaiUno potrebbe aver aver azzeccato la formula giusta per insistere con la divulgazione di questa forma d’arte. E il tutto sarebbe merito della cerimoniera più godibile e credibile che la tv di stato ha in questo momento.
La conduttrice si è divertita tutta la serata a interpretare le eroine della scena - con quel gusto per la mascherata che le appartiene - credendoci fino in fondo (altro che i gelidi lanci della Perego). Ma è stata irresistibile soprattutto quando, approfittando del ricongiungimento con il maestro d’orchestra Sabiu, gli ha chiesto di intonare la numero 7 (alias Hoppipolla) per ballonzolare come al Festival.
La Clerici, ormai, cavalca il Sanremo Style, fatto di clima e leggerezza al tempo stesso, per farne una cifra comune ai grandi eventi che le affidano. Anche quello in questione, Arena di Verona 2010 - Lo spettacolo sta per iniziare - ha finalmente riportato in una prima serata estiva il calore della diretta, in uno scenario profondamente suggestivo.

Che peccato non aver sottolineato prima l’eccezionale operazione stilistica di Crozza Alive, che si avvia questa sera alle battute finali. Nell’ultima puntata di un’edizione “sopravvissuta” - come denuncia lo stesso titolo - slittata a fine stagione per lasciar spazio al tremendo Barbareschi Sciok, il sottoscritto è rimasto letteralmente estasiato dall’altissima qualità di scrittura dietro questo prodotto.
Finalmente un comico di sinistra come Maurizio Crozza - che ci delizia con la sua copertina in apertura di Ballarò - smentisce che la cattiva satira debba essere per forza brutta e sporca. Crozza Alive si è infatti, inventato, un modo artisticamente sopraffino di coniugare comicità e intrattenimento con il ricorso alla parodia musicale. Il vero valore aggiunto sta nell’eccellente partner femminile scelta quest’anno da Crozza per duettare con lui. Non una ironica, ma mai vera cantante come Ambra, e neanche un’ingombrante collega che è una garanzia nel canto, Paola Cortellesi.
No, Crozza ha scelto Karima. La vincitrice morale di Amici 6 un po’ sulle sue, con la pippa del jazz internazionale e di Burt Bacharach. Ovviamente questo è il pregiudizio che aleggia sul suo conto, prontamente smentito da una performance televisiva meravigliosamente all’altezza di quella canora. Karima è riuscita a guadagnarsi una delle vetrine più elitarie della tv, portandoci la sua voce di qualità in chiave dissacratoria. A beneficiarne è stato, dunque, non solo il suo curriculum, ma il livello del programma, diventato un vero comedy night che fa un baffo al più provinciale e scontato Parla con me. Qui sembra che da un momento all’altro stia per irrompere Ally McBeal e l’intero ufficio legale del piano di sopra.
Continua a leggere: Crozza Alive diventa comedy night sulle note della sublime Karima Ammar
Chi si fosse sintonizzato da ieri su RaiUno, per seguire il ritorno di Uno Mattina Estate, avrà avuto un attimo di spaesamento. Che ne è stato della conduzione da oratorio, dei blocchi ingessati e del vecchio stile da educande? Pierluigi Diaco (qui l’intervista del nostro Hit) ha mandato tutto all’aria.
Uno che per anni si è attirato le antipatie del pubblico, per la sua identità mai precisata e un’aria innegabilmente spocchiosa, dà finalmente un senso alla sua antipatia convertendola in uno stile personalmente anticonformista. Lo avevamo lasciato tessere le lodi di Maurizio Costanzo sui giornali (guarda caso ha un programma tutto suo proprio quest’anno) e di Simona Ventura all’Isola dei Famosi, per poi vederlo spalmato come opinionista di punta nei vari salotti di RaiUno.
Ora lo ritroviamo dall’altra parte della barricata, ma è come se nulla fosse cambiato. Diaco in pratica presenta Uno Mattina Estate come se gli facesse un po’ schifo, ammiccando al sarcasmo metatelevisivo di Magalli e al profetismo di Morgan. Insomma, se fossero tutti come lui anche la Parietti e la Pettinelli tornerebbero alla conduzione, mostrandosi più brillanti e piacevoli di conduttori veri ma anonimi.
Nella puntata di ieri, a un certo punto, bisognava parlare di “sporco lavoro”, ovvero dei mestieri sani e umili di una volta come quello del panettiere. A quel punto Diaco sconfessa la rubrica musicale appena chiusa - un concorso per giovani talenti con, in premio, la partecipazione di diritto ai Raccomandati - e ammette che non se ne può più dei troppi aspiranti qualcosa, che i ragazzi dovrebbero cominciare a lavorare sul serio e che ci sono troppe meteore in circolazione. Il tutto con la prevedibile insofferenza degli autori, che Diaco si diverte costantemente a stuzzicare e spodestare, essendo uno che va a braccio e ha comunque una sua autonomia di pensiero.



