Tarabaralla – Finché c’è dolce c’è speranza, una ‘pastry-com’ cinica che vendica gli incapaci del sac-à-poche

Tarabaralla vuol dire “in un modo o in un altro”: così, infatti, gli ospiti portano a termine le prove. Ma il focus è nel percorso (e in chef Carrara).

Ha debuttato venerdì 2 luglio su Discovery+ un nuovo format dedicato alla pasticceria con Damiano Carrara ‘maestro’ e conduttore: parliamo di Tarabaralla, uno dei programmi annunciati nei recentissimi Upfronts del Gruppo Discovery e destinato (per adesso?) in esclusiva alla piattaforma pay. Prodotto da Casta Diva, il format vede il pastry chef Damiano Carrara alle prese con celebrities e influencers che provano a mettere le mani in pasta e preparare dolci. Ma non dolci qualsiasi: le loro creazioni, infatti, devono essere degne di Instagram, ovvero devono superare la prova del post da pubblicare sul proprio seguitissimo profilo senza vergognarsene. Una roba da far tremare i polsi più che il rischio di un’intossicazione alimentare per gli assaggiatori.

Si suda, quindi, e non per i forni. Damiano Carrara propone, segue, consiglia e bacchetta i sei protagonisti delle sei puntate previste: per questo primo ‘ciclo’ sono stati reclutati Michela Giraud, Valeria Angione, Tommy Cassi, Nicole Rossi, Francesco Oppini, Giulia Valentina. Ciascuno di loro deve peraltro superare diverse prove di pasticceria, sia teoriche che pratiche, nei 45′ a puntata. Si parte con Michela Giraud che dovrà realizzare due dolci della pasticceria francese e noi abbiamo seguito su Discovery+ questo esordio.

Taraballa, la recensione della prima puntata

Partiamo dal titolo, Tarabaralla, che come spiega la Treccani è un termine popolare toscano che sta per indicare “in un modo o in un altro“. Ed è in effetti la ‘linea guida’ del programma è proprio quella: non importa cosa esce, l’importante è arrivare alla fine della preparazione, in un modo o in un altro.

Nella prima puntata, con una Michela Giraud che cannibalizza il racconto, la pasticceria è poco più di una scusa per far sentire meglio il pubblico a casa e per mettere in evidenza le doti intrattenitive di Damiano Carrara. I suoi modi di dire diventano canone, le sue espressioni trovano piena legittimazione, la sua voglia di divertirsi vien fuori con mimi e disegnini nelle tre prove che fanno da scheletro a poco più di mezz’ora di pasticci più che di pasticceria. Tre le prove da ‘superare’ per i concorrenti: il Bellino Test, la Specchio Riflesso Challenge e la Cavoli Tuoi Challenge, la migliore delle tre, a mio avviso.

Al centro di tutto ci sono gli impiastri dell’ospite di puntata che incarna l’80% di chi segue: guardando i disastri della Giraud tra crepes, eclairs, croquembouche non si può che provare un generale senso di sollievo, immedesimandosi nei disastri compiuti e anche riuscendo a trovare una qualche forma di rassicurazione nel vedere che forse qualcosa meglio si riuscirebbe anche a fare. Immedesimazione e affermazione: cosa di meglio per creare empatia con un programma?

Visto che ricette e preparazioni sono una scusa, così come i punteggi generosamente elargiti da Damiano per permettere ai ‘concorrenti’ di avere tutte le agevolazioni possibili (incluse preparazioni già pronte fatte dal maestro), seguire Tarabaralla è un po’ come seguire una ‘pastry-com’, una sitcom in pasticceria il cui protagonista è proprio Damiano, che però sfodera quel pizzico di cinismo che rende divertente il tutto. Lo chef mette da parte la (già scarsa) didascalia da talent e va per la sua strada.Una pastry-com, insomma, non così zuccherosa come potrebbe sembrare. Il retrogusto cinico ci sta bene.

Gli ospiti, insomma, fanno da spalla.Una spalla che, però, nel caso della Giraud vendica gli ‘incapaci’ del sac-a-poche: vessata a suon di pâte-à-choux e fondant rende pan per focaccia confondendo il pastry chef a suon di Pollock e Samuel Beckett. “Non sai chi sia Beckett? E’ un influencer, non ti preoccupare” dice la Giraud a un Carrara dallo sguardo interrogativo. A ognuno il suo, insomma. E il mondo (pasticceria compresa) torna al proprio posto.