Luca Parenti: “Gli autori in tv immaginano delle dinamiche, non le costruiscono. La controprogrammazione? È fondamentale”

Luca Parenti, attualmente autore di È sempre mezzogiorno, racconta tutti i segreti del mestiere nel libro Scrivere la scaletta perfetta

Passato da numerosi programmi di prima serata, soprattutto in Rai, e ora approdato dallo scorso anno a È sempre mezzogiorno, Luca Parenti ha messo insieme tutta la sua esperienza da autore tv in un libro, edito da Dino Audino, dal titolo Scrivere la scaletta perfetta – Come progettare e strutturare l’intrattenimento tv. Nato a partire dalla richiesta della professoressa dell’Università Roma Tre Marta Perrotta, che lo aveva invitato a tenere diverse lezioni ai frequentanti del corso di Culture e formati della televisione e della radio, il libro affronta diversi aspetti concernenti una scaletta televisiva, che può considerarsi come solida, liquida e gassosa.

Quali sono le differenze e le analogie nel processo creativo che sta dietro all’ideazione di un format originale rispetto a quanto avviene con l’adattamento di un format preesistente? 

Il lavoro creativo in generale è piuttosto simile: l’attenzione che va mantenuta su tutti i fattori è sempre la stessa. Bisogna costruire un prodotto che vada bene al mercato, che vada molto bene alla rete su cui dovrà andare in onda, e quindi al suo relativo pubblico, e che abbia gli elementi fondamentali di qualsiasi tipo di racconto.

Tu hai lavorato alle prime edizioni sia di Ballando con le Stelle sia di Tale e quale show. Come ti spieghi questo successo che ancora oggi, a distanza di anni, continuano a riscuotere?

Dietro a Tale e quale e dietro a Ballando ci sono dei gruppi di lavoro molto forti. Nel corso degli anni i format devono essere attualizzati, senza essere per forza ipermoderni. Bisogna andare in contro a quelle che sono le esigenze del pubblico: a volte gli autori, sbagliando invece, si ritrovano a fare cose perché piacciono a loro, senza tenere conto del pubblico di riferimento.

Nel libro affronti alcuni “tabù” della televisione, come la gestione delle dinamiche all’interno di un talent/reality. Si può parlare di dinamiche costruite dagli autori o è sbagliato?

Le dinamiche non vengono costruite dagli autori, ma sono immaginate. Gli autori devono essere pronti invece a modificarle quando ciò che avevano immaginato non si verifica: nulla può essere imposto a priori. Si può provare a indirizzare alcune scelte e a provocare alcune dinamiche, ma sempre con il rispetto della realtà.

Un’altra questione che affronti è quella della controprogrammazione, aspetto utilizzato molto spesso a discredito di un programma e per sottolineare il mero attaccamento ai dati numerici, eppure è fondamentale o sbaglio?

È un aspetto molto tecnico e a volte viene osservato o commentato con discredito perché si pensa che una bella trasmissione possa essere bella e basta. Anche con È sempre mezzogiorno facciamo delle scelte tenendo in considerazione ad esempio la fine di un tg piuttosto che altro. Questo è un lavoro scontato per i tecnici del mestiere, poco affrontato perché considerato probabilmente meno nobile.

Nel libro definisci il conduttore come il mediatore fra format (o idea) e il pubblico. Quanto è fondamentale questa figura per la riuscita di un programma?

Se il format ti dà un racconto, la conduzione deve amalgamarsi a quello, e viceversa. Con un programma come Così lontani così vicini c’è stato indubbiamente un cambiamento dalla prima edizione in cui Al Bano era affiancato dalla giornalista Cristina Parodi all’ultima in cui faceva coppia con l’ex moglie Romina Power. Con la Parodi abbiamo puntato di più sulla parte di investigazione e ricerca, mentre con Romina abbiamo virato più sulla parte emotiva e d’atmosfera.

Un altro aspetto che sottolinei è l’importanza dell’armonia all’interno di un gruppo di lavoro, utile anche a garantire a un conduttore la necessaria tranquillità per la messa in onda. Ti è mai capitato che non si venisse a creare questo clima?

Questo è un lavoro piuttosto complicato e quindi si cerca in maniera naturale di creare un’armonia all’interno del gruppo di lavoro, perché altrimenti diventa un impegno davvero difficile da portare a termine. Si dice a volte, ad esempio, che l’atmosfera attorno a Mara Venier sia tesa: io ho fatto con lei e Pino Insegno un Capodanno di Rai 1 da Rimini e all’epoca abbiamo lavorato in grande armonia.

Nel libro tu parli dell’esperienza avuta professionalmente con Fabrizio Frizzi. Che ricordo hai di lui come uomo e come conduttore?

Io ho conosciuto Fabrizio alla prima edizione di Ballando con le Stelle. Il primo approccio è stato con un Fabrizio arrabbiato perché avevo montato una clip in cui veniva fuori come se Samanta Togni, che era la sua maestra, avesse commesso un piccolo errore in una coreografia. Fabrizio è quello: il conduttore che per proteggere la propria ballerina si mette a discutere con un autore; per la giustizia, per la correttezza, per il rispetto delle persone, lui avrebbe fatto qualsiasi cosa. Quando nel 2010 gli abbiamo proposto il Festival di Castrocaro che era da rilanciare, lui non era affatto convinto e solo dopo una riunione con noi autori si è convinto sul progetto, con estrema limpidezza ed onestà.

Dedichi uno degli ultimi paragrafi alla possibilità di far crescere nuovi conduttori in tv. Come si può fare e perché secondo te è necessario?

D’estate secondo me si può sperare di sperimentare ancora alcune cose: non è detto che tutto il budget a disposizione debba essere investito in garanzia. Anche da un flop può nascere qualcosa: c’è bisogno di provare e testare le idee ed è fondamentale per questo la messa in onda. Lo streaming e lo spazio OTT permette ancora maggiormente questa possibilità, anche nel tentativo di raggiungere un pubblico diverso da quello davanti al televisore.