Giovani e Famosi, parla Alberto D’Onofrio: “La ricerca dell’equilibrio dopo la fama improvvisa è la chiave del racconto”

L’intervista all’ideatore e al regista della serie di docu-film in seconda serata su Rai 2, dedicata al rapporto fra nuove generazioni e popolarità

“Saranno famosi”, si augura il titolo del celebre musical che vede protagonisti aspiranti celebrità. C’è poi chi la fama la raggiunge in tenera età e non ha bisogno di inviti al futuro. Sono gli intervistati di Giovani e Famosi, quarta stagione della serie di documentari Giovani e…, ideata e realizzata da Alberto D’Onofrio, in onda in seconda serata su Rai 2. In occasione della prima puntata dell’edizione, dedicata al primatista Gianmarco Tamberini e la performer Deborah Lettieri, in programma martedì 6 ottobre, Tvblog ha raggiunto il regista per comprendere i dettagli della trasmissione.

Dopo il successo di Giovani e ricchi, Giovani e Londra, Giovani e Sport, Giovani e Influencer, ora il rapporto tra fama e nuove generazioni: quali le caratteristiche distintive dell’edizione?

“Giovani e famosi” nasce con l’intento di raccontare cosa succede nella vita di ragazzi e ragazze che vengono travolti dalla fama. Dopo aver vissuto a pieno i momenti di gloria, devono imparare a gestire il rapporto con i fan e le aspettative che tutti cominciano ad avere nei loro confronti. Che tu sia un rapper come Chadia Rodriguez e Luna Melis, un atleta come Gianmarco Tamberi, un cuoco come Valerio Braschi. Tutti loro hanno dovuto affrontare molti problemi per ritrovare la stabilità persa. La ricerca di equilibrio è il tema vero di questa serie, la chiave per comprendere i problemi di ansia da successo improvviso. Ognuno dei protagonisti ha una storia precisa, unica, ma vicina alle altre. Ho potuto raccontarle anche grazie al supporto del vicedirettore di Rai 2, Fabio di Iorio, che ringrazio per supportare da principio la mia linea editoriale.

Da dove deriva l’interesse per l’indagine sulle nuove generazioni?

Nasco come regista di documentari su gruppi americani, poi ho realizzato degli speciali di cronaca nera per la trasmissione Mixer come O.J. Simpson, Unabomber e la guerra del Golfo. Agli inizi degli anni 2000 sono passato ai talent show, ho lavorato come capo progetto e regista per Pop Star di Italia 1. Poi l’esperienza di Party People Ibiza per Rai 2, Pelle sulla sessualità e amore fra giovani. Arrivare alla serie Giovani e… è stato un passaggio naturale, un percorso coerente con quello che ho realizzato negli ultimi dieci anni. Inoltre, credo di avere un’empatia particolare coi giovani: io scelgo loro, ma loro scelgono me. E io chiedo molto a loro, senza mai prepararmi domande, senza coprire i loro liberi pensieri.

La televisione fatica sempre a raccontare le giovani generazioni: è il motivo per cui le tue serie diventano dei piccoli cult?

C’è una mancanza, che cerco di colmare vivendo e lavorando come quando avevo io 20 anni. Ora però ho due figli di 18 e 21 anni, perciò mi interessa ancora di più seguire ciò che loro guardano. Girando documentari, capisco meglio la loro vita. I docufilm sono delle storie, non so che fino a che punto siano definibile “televisione”. La loro struttura introspettiva li avvicina al cinema come forma di racconto. Rimango dell’idea, tuttavia, che dal punto di vista stilistico e narrativo la televisione offra livelli altissimi.

Tu parli di fama, ma non sarà spesso solo popolarità momentanea?

Si può acquisire fama per qualunque motivo, da un giorno all’altro. Era capitato anche a me anni fa, finii sui giornali e tutti volevano intervistarmi. Sono cose che capitano e per alcuni durano tutta la vita. La fama è legata in questo caso al momento del presente. Può durare un attimo o per sempre, ma non ci sono differenze.

C’è qualche giovane famoso che non è voluto mettersi a nudo?

Succede sempre, i primi mesi sono di ricerca di volti e storie. Indago molto sui personaggi, voglio subito fare una selezione tra chi si mostra intenzionato ad aprirsi con me e chi vuole farlo solo a metà. Questi li escludo a priori, indipendentemente dai loro numeri. La scelta non è dettata dalle cifre, ma da chi vuole raccontarsi senza filtri, senza maschere, nel rispetto della riservatezza e timidezza che anche me contraddistinguono.

C’è un aspetto della gioventù che ti piacerebbe indagare con il tuo stile?

Sono interessato alla criminalità, anche per via dei miei lavori precedenti. Penso che nessuno nasca criminale e che sia soprattutto la società responsabile della sua condotta, priva di spazi sufficienti per l’etica e l’educazione. Inoltre, spero di poter tornare presto negli Stati Uniti, a Los Angeles, ed esplorare anche quelle realtà giovanili, che tanto influenzano culturalmente le nostre. L’America, che un tempo dava una chance di libertà a tutti, ora offre solo paranoie. Prima o poi cambierà, bisogna avere pazienza.

 

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