ADRIANO OPERA ROCK


"Rockpolitik" ha avuto successo, un successo confermato dalle lunghe discussioni (che rimbalzeranno di puntata in puntata fino a sfiancare). Tvblog.it ha avuto una bella idea: seguire in diretta lo svolgimento dello spettacolo; sembrava- leggendo i commenti- di godersi una versione rock di "il calcio minuto per minnuto". Ma, in questo caso, non si trattatava di calcio ma di un'altra cosa, una cosa tremendamente seria. Se permettete un acrobatico salto all'indietro, lo spettacolo di Adriano e il gran rumore che se ne fa mi paiono una sorta di brillante- ma anche curiosa - parodia degli inizi della rivoluzione culturale maoista. Racconta la storia di quel periodo che fu proprio uno spettacolo teatrale il fiammifero che incendiò la Cina e fece scendere per le strade le future Guardie Rosse con il libretto rosso di Mao in mano. Non credo, pensandoci bene, che "Rockpolitik" abbia lo stesso impatto e le stesse conseguenze, ma da quel che già si vede è facile capire che la questione è diventata, sta diventando solo e sempre più politica nel clima di una feroce campagna elettorale italiana cominciata con l'autunno.


Uno show tv sale al centro dell'attenzione e degli interessi della classe politica, oltre che di un bel gruzzolo di milioni di spettatori. Gioia degli autori e dei produttori, buio in volto e sulle labbra di Del Noce, gioia della sinistra, buio della destra e in particolare dei berlusconiani; e andrà avanti così fino alla fine delle puntate, così come del resto era cominciata. Adriano & Soci sono abituati a preparare il terreno da mesi e ogni volta riescono ad arrivare ai nastri di partenza con i motori al massimo per la tensione creata:dove? nel paese? no, nel ventre del paese, quel ventre che s'identifica con le tv e con chi la consuma. In questo spazio dove tutto si rumina e transita prima di venire espulso è accaduto un fatto italiano, italianissimo. Adriano, ex ragazzo della via Gluck e dei blue jeans, si conferma un bravo cantante, un opinionista quasi muto, un gigione senza sbracciamenti, un oculato dispensatore di se stesso, un grande e carismatico dittatore del consenso. Come fa? Semplice. Si ricorda del suo(nostro) amato rock, se serve per impostare una filosofia spicciola (che è rock, quest'altro e lento) che diventa subito luogo comune del battutismo nazionale; ma fa di più: organizza un corto circuito fra l'opera rock (ricordate " The Rochy Horror Picture Show"?) e il vecchio, caro, nostrano melodramma. Il cuore dell'ibridazione riuscita è la parte dedicata a Michele Santoro, che conosco benissimo, che ho premiato in una manifestazione di cui ero direttore artistico, che ama alla follia il suo lavoro in tv. Michele era in rappresentanza degli altri epurati- Enzo Biagi e Daniele Luttazzi che hanno declinato l'invito di Adriano- ma ha parlato soprattutto di se stesso ha in particolare interpretato con intensità il ruolo della vittima, del martire, del conduttore che spasima di passione per l'amante perduta (la presenza in tv): "voglio il mio microfono", ha detto, e la sua voce tremava di lacrime. Era indubbiamente sincero, come lo è Tosca nell'opera di Puccini. Nel contesto rock, con i finti Gypsy's King, il finto berlusconiano Cornacchione, il finto Bush del grande Crozza (che però non è stato efficace come presidente Usa), e tante altre finzioni o porte sfondate senza invenzioni degne (ecologismi e intenerimenti sui terzi o quarti mondi abbandonati), cuore e occhi che battono sono un ingrediente. Il Rocky Horror (non ci sono limiti all'orrore in tv) vince quando è estremo, senza ritegno, immerso in un'atmosfera da Blade Runner o da Apocalipse Now, che lo stesso Adriano rende serena e confortevole con le sue belle canzoni di un vecchio repertorio, con la sua spettinatura-riporto, con la sua sagoma che ricorda gli eroi dei cartoon giapponesi. Il libretto di Adriano non è nè rosso nè azzurro, è la perpetuazione di un approccio sornione ai temi che possono far comodo sul video e che provacano solo perchè c'è Qualcuno che si offende e a sua volta fa la vittima, il Premier, dopo che il rock melò è andato in onda. Il lacrimatoio entra in funzione e i giornali ci inzuppano le pagine e le tv i famosi e inerti talk show di approfondimento. La ruota gira e vedremo come girerà "Rockpolitik" nelle prossime settimane. Lo spettatore ha capito. Ha partecipato all'inaugurazione della stagione lirica alla Scala della tv, Raiuno, e non era solo, era uno tra undici milioni di melomani. Fuori dal palazzo, non c'era neanche un Mario Capanna con un manipolo di contestatore in eskimo a sventolare cartelli e a tirare uova marce. La nave va, diceva Fellini parlando appunto di un bastimento carico di musica lirica e di primedonne. Ma noi, piccoli osservatori senza cartelli e uova, ce ne facciamo una ragione. Aspettiamo con pazienza la continuità della ripetizione in un'Italia rosicchiata dalla nrangheta, dalla sacra corona unita, dalla mafia, dalla economia sommersa (leggi: illegale), dalla corruzione, e cos'ì via; tutte realtà note, e fastidiose; ed è forse per questo che le seppelliamo nella celebrazione di un'opera rock, un rito di schiuma e di brividi labili, provvisori, buoni per riempire qualche minuto nel grande vuoto. A giovedì.

ITALO MOSCATI

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