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IL CARNEVALE DEI BLOG…UN MODERNO BALLO IN MASCHERA!

Maschere, maschere. Quante ce ne sono, quante ce ne troviamo ogni giorno davanti? Molte di queste maschere affollano gli schermi televisivi. E noi, per non soccombere, per non stare a loro gioco, ci teniamo o ci mettiamo le nostre. Il gioco, il carnevale è questo, ragazzi. E il carnevale vola dai[…]

Maschere, maschere. Quante ce ne sono, quante ce ne troviamo ogni giorno davanti? Molte di queste maschere affollano gli schermi televisivi. E noi, per non soccombere, per non stare a loro gioco, ci teniamo o ci mettiamo le nostre. Il gioco, il carnevale è questo, ragazzi. E il carnevale vola dai coloracci dei video verso la realtà (realtà?) in cui viviamo. Crea e inghiotte facce e corpi. Ce n’è per tutti i gusti nello stomaco del mezzo tv, incantatore, crudele, spietato, ineffabile, sublime che accoglie, tritura, disfa e trasforma facce e corpi, dotandoli spesso di nuove maschere rispetto a quelle che già portano.
Ho letto la “provocazione” di Angelo Ferrari intitolata “Una sfida Tv Blog” con relative risposte che continuano ad arrivare, alcune delle quali mi tirano in ballo- grazie- e che dimostrano tutte insieme una cosa soprattutto: Ferrari, che non conosco di persona, ha colto un tema importante e giustamente noi gli andiamo dietro. Il tema è quello delle maschere che sono o possono essere i nomignoli, i nick name con i quali si firmano in tanti, tantissimi sui blog, questo o altri.
Dico la mia, in proposito, con umiltà. Io sono felice di firmare per intero. Posso liberamente scrivere quel che mi piace e che credo giusto. Gli gli altri, con nick o no, sono desiderati o desiderabili interlocutori anche quando sono polemici. Invece. Nella carta stampata non c’è molto spazio per farlo, malgrado il pluralismo (apparente) di cui si ammanta. Non parliamo delle tv in cui gli opinionisti appartengono in genere a una orchestra suonata o presuonata dai conduttori o da dirigenti della tv che dicono di preoccuparsi del pluralismo (e chi non lo fa, in onda?) e in concreto praticano abili strategie per imporre, tentare di imporre- spesso per fortuna sono asini inconsapevoli e sbagliano-le loro verità sul piano della cultura, del costume, della politica e soprattutto del marketing della politica.

Infine, non soffermiamoci troppo sulla critica tv che appartiene, salvo pochi casi (cito per non lasciare dubbi: Alessandra Comazzi, Antonio Dipollina, Mirella Poggialini, i più consultati almeno da me) a un mestiere guastato da bersagli troppo personali e da un servilismo verso i potenti e i suoi padroni che si conferma ogni giorno di più, il cui esponente più illustre perchè scrive su un grande giornale è Aldo Grasso. Lo so qualcuno potrebbe obiettare che io scrivo questo perchè mi ha criticato pesantamente. Esatto. Mi ha dato del mestierante e soprattutto, chissà perchè, del cattocomunista. Come se io avessi scritto di lui che è uno scribacchino- visto che si spreme invano ogni giorno- o che è un ateodevoto, visto che rientra nelle file teocon di Giuliano Ferrara, o che è, se è credente, un fedeltrasformista con ansia da salotto buono, a seconda dei casi e dei momenti. Meglio dire le cose come stanno o come si pensano, senza maschere o mascheramenti. I conti tra noi li abbiamo già fatti, chiedo scusa, e vado avanti.
Torniamo alle maschere dei nick nei blog, tutto english informatico e informativo. Ho sempre pensato, in proposito, che l’uso dei nick sia cominciato come un gioco adolescenziale, considerata l’età giovane dei blogghisti. L’ho preso come un piccolo carnevale iniziatico, come un desiderio di far parte di una comunity in cui lo spasso consistesse nella rivendicata voglia di uscire dal mondo delle carte bollate, delle carte di identità, dei “documenta” come dicevano i carubba d’antan, degli appelli dei professori, eccetera; insomma, della antica e appiccicosa abitudine nazionale di avvisarti: attento, sono la tua guardia, il tuo “angelo custode” a caccia di identità per punirti.
Poi, collaborando a questo Tv Blog, mi sono convinto che il gioco cambiava e che chi adopera i nick lo fa per un bisogno di esprimersi senza problemi, senza ritegni inutili, senza remore, con il piacere di una libertà liberamente accettata in una convenzione tra liberi. Ad esempio, la libertà di attaccarmi senza soggezioni, se è giusto, se serve, per quel che scrivo e non si condivide, in nome di una serenità di riserbo che non è paura o fuga nell’anonimato, ma è o vuol essere un distacco ironico, magari persino spinto alla biricchinata valutativa, allo sberleffo, all’insulto. Nella persuasione di appartenere a un gruppo in crescita in cui cresce o crescerà la voglia di dichiararsi.
Per cui, concludo, le piccole maschere che mi circondano, mi stuzzicano, mi stimolano, mi invitano a pensare e a capire dove sbaglio o dove faccio bene, sono le sorelle o sorelline nel peccato della comunicazione, dove le maschere sono altre, come ho detto, e non è facile smascherarle anche se non portano nulla sul volto.
Se esistono, infine, tipetti che approfittano del carnevale, rendendolo volgare, allo scopo di modificare il corso dei giudizi o dei pensieri, ebbene sono sicuro che si illudono. Li possiamo sempre impallinare nei modi che già facciamo.
ITALO MOSCATI

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