L’Arena, caso Tor Sapienza: Massimo Giletti non riesce a distinguersi

I soliti ospiti, le solite provocazioni, la solita retorica: il talk show di Massimo Giletti non riesce a differenziarsi.

La convinzione generale di chi ha l’onere di costruire un talk show di approfondimento politico, ogni benedetta settimana, è quella di essere originali, di sapersi distinguere dagli altri (tanti) programmi di questo genere, di essere provocatori, di essere scomodi e bla bla bla.

Alla fine, però, la tentazione di coinvolgere sempre i medesimi faccioni e di puntare sempre sugli stessi escamotage giornalistici prevale su tutto, con il risultato che non si aggiunge praticamente nulla a quanto già detto nel corso della settimana.

L’Arena di Massimo Giletti, sul famoso caso Tor Sapienza, partiva fortemente svantaggiata: il fattaccio (gli abitanti del quartiere hanno assalito il centro assistenza che ospita gli immigrati) è avvenuto martedì 11 novembre e l’Arena, ovviamente, va in onda di domenica, praticamente quando è stato già detto tutto e il contrario di tutto.

L’Arena, quindi, pur disponendo dei tanti giorni a disposizione per ideare un talk show differente, prevedibilmente non si è affatto distinta.

Abbiamo trovato il faccione di Matteo Salvini, leader della Lega Nord, che ha ulteriormente speculato sulla vicenda, tirando l’acqua al proprio mulino (legittimamente visto che è un leader politico) con la solita retorica da due lire:

Non c’è razzismo. C’è razzismo per gli italiani. I sindaci leghisti hanno tolto i campi rom. Gli irregolari spediti a calci nel sedere. Agli irregolari non vanno pagate le camere d’albergo. I soldi vanno dati agli esodati. Integro chi ha voglia di integrarsi. Le case popolari vanno sgomberate.

C’è stata la controparte, ovviamente, perché altro vanto di questi talk show è quello di essere portavoci della democrazia (Giletti, per questo motivo, ha criticato la scelta della direttrice del Centro Assistenza di Tor Sapienza di non presenziare in puntata).

L’anti-salvinismo, quindi, è stato affidato a Klaus Davi (“Se la prendono con gli immigrati e non con la malavita che controlla il territorio”), Elisabetta Gualmini (“Si fa business sulla paura, si cavalca il pregiudizio”), Daniele Bocciolini (“Populismo spicciolo. Gli immigrati non vivono nei resort a 5 stelle”), Fulvio Abbate (“Alemanno ha già governato la città e porta al collo un simbolo neofascista. La destra non ha dato un segnale”), Goffredo Buccini (“Le forze politiche speculano”) e Michele Emiliano (“Serve una legge sul nomadismo. E’ più comodo farci la campagna elettorale sopra”).

Massimo Giletti è il corrispettivo di sesso maschile di Barbara D’Urso e su questo non ci sono più dubbi.

Da parte sua, abbiamo visto un populismo, rigorosamente e furbescamente apartitico, che ha quasi giustificato le violenze viste martedì sera (“Incapacità politica di destra e di sinistra verso chi abita in periferia. Chi si ribella, passa da razzista”), domande inutili dalle risposte stra-scontate (“Siete razzisti?”) e argomenti vari inseriti nel pentolone alla bell’e meglio (Cosa c’entrava la Parmalat con Tor Sapienza?).

La domanda, però, sorge spontanea: ma allora cosa deve fare un talk show politico più di mettere a confronto favorevoli e contrari?

Mettere a confronto le opinioni delle varie dicotomie è il compitino che deve essere integrato, però, con quel qualcosa che possa portare alla distinzione.

Le tentazioni precitate, però, si ripetono anche in questo caso: provocazioni giornalistiche banali che non portano da nessuna parte (Rosanna Sferrazza ad un immigrato dei Parioli: “Sei contento che il centro assistenza viene ai Parioli così è più comodo vendere ombrelli!”) e la solita caccia al singolo (un noto avvocato a cui è stata assegnata una casa popolare).

Quando i contenuti della trasmissione sono stati criticati da un abitante di Tor Sapienza in collegamento, alla fine, Massimo Giletti è giunto alla conclusione esatta da solo:

Non è stato aggiunto nulla di quanto già detto.

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