Fuori gli Autori – Martino Clericetti a TvBlog: Quando un piedone mi schiacciò

A “Fuori gli Autori” qui su TvBlog oggi esce Martino Clericetti

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Avrebbe voluto fare il vignettista, ma non essendo nato in Belgio è diventato autore televisivo. Così dice di se in un’ autobiografia. Figlio d’arte, sessantottino, nel senso che è nato nel 1968, oggi per “Fuori gli Autori” qui su TvBlog esce Martino Clericetti. Ama i programmi comici. Ha scritto i testi per trasmissioni televisive che hanno visto protagonisti, fra gli altri, Luca & Paolo, Maurizio Crozza, Ale & Franz, Fabio Volo e Rocco Tanica. Ma ha lavorato anche in Chi vuol essere milionario, fin dalla prima edizione e collaborato con Victoria Cabello, Lucilla Agosti, Ilary Blasi, Ambra Angiolini, Geppi Cucciari ed Elisabetta Canalis. Nutre un sano feticismo per i piedi, ma ora ci spiegherà meglio lui stesso la cosa. Parola e spazio dunque qui a “Fuori gli Autori” a Martino Clericetti.

Quando un piedone mi schiacciò

Londra, 2 luglio 2014, ore 20.

Sono seduto nella mastodontica O2 Arena, insieme ad altri 19.999 che, come me, sono qui per godersi la straordinaria reunion dei Monty Python a 40 anni dal programma con cui – in Inghilterra, e poi in tutto il Mondo – cinque giovani autori inglesi e un americano stravolsero per sempre alcune cosette nella storia della comicità. E della televisione.

Rido rivedendo gli sketch storici dei Python rifatti identici oggi che hanno 70 anni, con lo stesso sublime sarcasmo e i tempi comici ancora perfetti. E sì, mi commuovo anche un po’. Per l’affetto ‘dovuto’ a questi vecchi maestri dell’intrattenimento e perché, a dire il vero, essere qui stasera è anche un piccolo tributo alla mia storia personale.

Facevo il liceo quando Gianmaria Starace – coautore con mio papà de L’Aria che tira e
di altre trasmissioni, uno degli uomini più divertenti del cosmo – ci portò dall’Inghilterra la videocassetta di uno show della BBC: Monty Phyton’s Flying Circus. Quel vhs ha contribuito non poco a infiammare il mio desiderio di diventare un autore e scrivere comicità.

Un inizio un po’ nostalgico, d’accordo, ma per arrivare a dire che – almeno per me – in questa stramba professione quello da cui tutto inizia è la passione. Per lo spettacolo, per l’intrattenimento, per l’espressività, di cui la comicità è solo una delle declinazioni (tra le più potenti, però, perché quando ci riesce può dare un giudizio su come siamo fatti).

La passione: il terreno comune su cui si cresce professionalmente e si edificano le idee. E il crocicchio in cui confluiscono le diverse strade e avvengono gli incontri più importanti, che sono il vero motore del nostro lavoro. A me per esempio è capitato con Luca e Paolo. L’immagine più vivida della nostra collaborazione (14 anni!) non è quella di loro sul palco di Sanremo 2011 con Gianni Morandi, sebbene sia stata un’esperienza eccezionale, ma di quando riguardiamo insieme i vecchi sketch di Vianello e Gianni Agus, o gli spezzoni dei film di Alberto Sordi.

Le risate sonore, il riconoscimento reciproco di una cosa bella, sono il pungolo per cui (stipendio a parte) ogni volta ci rimettiamo davanti a un foglio e cominciamo a scrivere.

La collaborazione stabile con uno o più artisti è ormai un veicolo fondamentale per la professione di autore. A me non piace dire sono l’autore di, inesatto, più corretto collaboro con. Ma è certo che questi rapporti permettono continuità lavorativa. Improponibile oggi andare da un manager della TV a proporre un’idea originale. Nel 1969 quelli della BBC diedero ai Monty Python – allora non ancora delle star – carta bianca sul progetto. Ne nacque una trasmissione immortale. Fu un azzardo: quei dirigenti ebbero il coraggio di provare a proporre al pubblico qualcosa di completamente diverso. Oggi non funziona così. O ti affidano un format straniero da adattare (spesso la versione vagamente modificata di un altro format) oppure sono gli artisti con cui collabori a chiamarti. Per fortuna, và.

L’aspetto positivo è che la collaborazione tra autore e artista – specie con i comici – può evolvere nel tempo. Un programma dopo l’altro, nel confronto serrato, si lavora insieme a un progetto comune, a un’identità artistica sempre più precisa. Penso al lavoro fatto con Maurizio Crozza da Quelli che il calcio in poi, che lo ha portato a essere il punto di riferimento che è oggi. Che straordinario cantiere quei primi anni a La7. E che privilegio è stato poter lavorare con uno che sa valorizzare i testi come lui. Senza mai accontentarsi, però. Ricordo una volta Maurizio travestito da Marzullo, che durante la diretta, mentre non è inquadrato, dice affranto a me e Vittorio Grattarola: Belìn, oggi non abbiamo niente. Gli avevamo appena consegnato una risma di 30 fogli pieni di battute.

Attraverso le esperienze si apprendono i meccanismi, si accresce il bagaglio. Se non avessi fatto una stagione di Ok, il prezzo è giusto non avrei mai conosciuto il vero zoccolo duro del pubblico televisivo. Nei 10 anni di Chi vuol essere milionario accanto a Ludovico Peregrini ho imparato a formulare sempre meglio le domande di un quiz. Grazie al maestro Rocco Tanica ho affinato la scrittura del centone, la canzone famosa con le parole cambiate (senza mai eguagliarlo, diamine!). Per le scalette io e la mia insostituibile collega Paola Vedani usiamo ancora il foglio Word creato da Claudio Fasulo a Sanremo 2006. L’impareggiabile Furio Andreotti, tra le tante cose, mi ha insegnato l’importanza dei titoli di testa (noi autori esistiamo solo lì… ma nei programmi comici, chissà perché, i titoli li fanno passare alla fine, alla velocità di una Thrust SSC).

Insomma: in questo mestiere si può sempre imparare qualcosa di nuovo, maturare la professionalità e – l’aspetto più importante – delineare sempre meglio la propria predisposizione per questo o quell’aspetto del lavoro. E’ fondamentale, credo, riuscire a capire dove si funziona bene e dove no. Ti permette di incontrare gli altri per davvero, riconoscendo i talenti e le corrispondenze, dando vita a qualcosa che non si poteva pensare a tavolino, a tu per tu con il proprio ego. Ancora una volta mi tornano in mente i Monty Python (scusate l’insistenza, colpa di questa dannata passione): sei persone diverse con talenti distinti, che messi insieme hanno creato… okay, quella cosa lì. I programmi migliori sono sempre il frutto di una collaborazione, ne sono convinto.

Perché non sono tutti uguali, gli autori. Non solo per le percentuali Siae (spesso inversamente proporzionali al mazzo che uno si fa) ma per le singole attitudini. C’è l’autore che sa scrivere e quello più abile a costruire l’impalcatura di una scaletta. C’è l’autore che ha il piglio per guidare uno studio e quello che riesce a non sclerare nella gestione degli ospiti (non tanto per gli ospiti, quanto per i loro manager). C’è l’autore che ha la visione d’insieme e quello che, grazie al cielo, non perde la visione dei dettagli.

Un bravo produttore televisivo – o anche un capoprogetto – crea le squadre in base alle diverse attitudini. Uno che non è capace, invece, crede che un autore valga l’altro. Non è così. Ognuno ha il suo talento, ognuno ha fatto i suoi incontri, ognuno ha la sua storia. Ognuno – soprattutto – ha la sua faccia, anche se in televisione probabilmente non si vedrà mai. Qui ho provato a raccontarvi qualcosa della mia.

E adesso, per chiudere come si deve, ci vorrebbe il piedone dei Monty Python che improvvisamente cala dal cielo e schiaccia tutto al suono di una grandiosa pernacchia. Prat!

Martino Clericetti

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