The show must go on? Il flop che uccide i professionisti

Altro che Riccardo Scamarcio o Dr. House. Il divo da copertina del momento è il Signor Flop. Aldo Grasso ha avviato per primo una lunga saga destinata a imperversare in tutta la settimana televisiva. Sul Corriere Della Sera di domenica, a tutto campo nella pagina spettacoli, si stagliava la retrospettiva sugli infiniti insuccessi della stagione

flop stagione 2006 2007Altro che Riccardo Scamarcio o Dr. House. Il divo da copertina del momento è il Signor Flop. Aldo Grasso ha avviato per primo una lunga saga destinata a imperversare in tutta la settimana televisiva.
Sul Corriere Della Sera di domenica, a tutto campo nella pagina spettacoli, si stagliava la retrospettiva sugli infiniti insuccessi della stagione tv ancora in corso: da Unan1mous a Wild West, Fattore C e Formula Segreta, passando per Giorni Da Leone, La Freccia Nera, Codice Rosso, Nati Ieri e continuando ancora con Reality Circus, Colpo di Genio, Apocalypse Show, si profila un quadro davvero apocalittico.
Secondo Grasso, le motivazioni della debàcle sono molteplici: troppi direttori di rete sono scelti per ragioni politiche e non per capacità professionali, soprattutto in Viale Mazzini, il format fa sì che i responsabili delle produzioni non si sporchino pù le mani con il prodotto partecipandone all’ideazione ma preferiscano prenderlo in appalto chiavi in mano da società esterne – mentre gli 11.000 dipendenti della Rai si girano i pollici -, i raccomandati inetti prevalgono nei ruoli di potere sui talenti dotati di passione, infine la programmazione generalista nostrana perde in partenza la sfida con la genialità americana risultando troppo provinciale.
Ad affrontare la spinosa questione è persino il direttore Umberto Brindani nel bollettino generalmente entusiastico nei confronti della tv e dei suoi successi, il Tv Sorrisi e Canzoni:

“La risposta è in una parola: qualità. Il grande pubblico della televisione, o parte di esso, comincia a saper scegliere e a distinguere un prodotto fatto male da uno fatto bene. La tv, da un po’ di tempo , punta più sulla quantità che sulla qualità. Ricordate chi diceva che la quantità si trasforma in qualità? Beh, era Lenin. Si vede che il materialismo dialettico (volgarmente detto marxismo) è sopravvissuto solo ai piani alti dei nostri network televisivi”.

A tener banco in questi ultimi giorni di sconcerto generale è la chiusura repentina di Votantonio, trasmissione di Raidue dagli ascolti disastrosi prodotta dalla Einstein Multimedia (meglio puntare sul più tranquillo ed economico Voyager promosso in prime time). Intanto Io e mamma, fiction di Canale5, ha lasciato la prima serata per traslocare al pomeriggio domenicale e suscitare la reazione stizzita di Stefania Sandrelli su Repubblica:

“Mia figlia e io abbiamo subito una vera e propria epurazione da parte di Mediaset e a titolo completamente gratuito. Sapevamo ovviamente di essere state ‘ingaggiate’, per altro anche dopo molta insistenza da una televisione commerciale, che può anche non mandare in onda il prodotto se lo vuole poichè diventa padrone assoluto di come li chiamano loro “i pezzi” cioè le fiction che praticamente fanno da contenitore alla quantità inaudita di pubblicità che gli vomitano dentro, ma non eravamo a conoscenza dell’isteria insensata del palinsesto. Abbiamo girato sei puntate chiamate da loro all’ultimo istante Io e Mamma e proposte a noi con il titolo di Azione Civile. Abbiamo vinto le serate anche contro la Rai, tre puntate su quattro con ascolti notevoli e documentati, tenendo conto che la programmazione al mese di maggio non riscuote il massimo della quantità di pubblico. Abbiamo ottenuto ottime critiche. Alla messa in onda della quarta puntata, improvvisamente (ironia della sorte) la stessa produzione ha avuto contro programmato su Raiuno l’ultima puntata (super pubblicizzata) di un’altra fiction di cui hanno già deciso la sesta serie… Ci hanno tolto di colpo la prima serata. Sorge una domanda: perchè coinvolgere attrici abituate al rispetto in queste squallide avventure?”

E’ proprio vero che, di questo passo, la grande fuga dei professionisti dalla tv non sarà più una minaccia, ma una triste realtà.

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